Ero il numero 33292

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(Trirò – Autocarro Lancia 3Ro)

Autore: Amedeo Zironi  a cura di Ilaria Micheletti

Aras Edizioni

Il “pipièn Mediulin” classe ’23 , bravo a scuola solo in condotta, nel 1942 come tanti altri ragazzi partì verso l’avventura e l’orrore della guerra lasciando la semplicità di una società e di una famiglia patriarcale.

Non fece in tempo ad arrivare al fronte perchè, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu catturato e costretto a lavorare nei campi di concentramento tedeschi in qualità di” internato militare ” e quindi privo dei benefici che dava lo status di “prigioniero di guerra”.

La voglia di sopravvivenza e la forza della giovinezza lo aiutarono ad affinare l’arte della sopportazione delle fatiche, della fame e delle atrocità immaginate e vissute.

I suoi ricordi sembrano però essere più dedicati al rimpianto per la sua vita spezzata e deragliata e per la sua Bologna che con l’essenzialità  e il fascino dei vecchi mestieri scandiva l’intarsio della sua vita dura ma senza tanta avventura.

Nel sottofondo delle memorie di questo ragazzo che tornò uomo, sembra di cogliere  anche un grazie profondo alle donne che hanno fatto parte del suo cammino ed alla loro forza. A quelle donne che hanno sempre fatto, in ogni circostanza e senza mai tirarsi indietro, quello che c’era da fare: la madre, la sorella Elia e  le donne italiane nelle zone di guerra. Infine, riportata su binari solidi la sua esistenza, la moglie Edda compagna della sua seconda vita.

Tanti ricordi…. una testimonianza per non dimenticare.

5 pensieri su “Ero il numero 33292

  1. Il tema delle donne, che anche secondo me emerge spesso e in diverse circostanze nelle memorie di Amedeo, non è stato notato quasi da nessuno, se non da te e da un recensore (uomo) che con commozione ha sottolineato come le donne abbiano perfino salvato gli uomini che erano con loro (tra cui Amedeo) anche col loro corpo (quando per es. hanno sopportato di offrirsi a quei soldati russi che altrimenti avevano minacciato di tirare una bomba contro il povero accampamento notturno dei nostri ex internati mentre vagavano dopo la liberazione). Anch’io come te ho colto nelle parole di Amedeo il rispetto e una implicita gratitudine per queste donne che si sono sempre rimboccate le maniche per fare quello che serviva: da sua madre che mandava avanti, oltre alla numerosa famiglia, tutta la produzione casalinga di burro e pasta (e l’ammirazione piena anche di comprensione nel sottolineare come a 35 anni sua madre avesse già avuto nove figli; non tutti gli uomini della sua età capivano cosa significa per una donna), alle donne che lasciavano la famiglia per lavorare come stagionali in Germania, le stesse che poi “da brave italiane” hanno sempre tenuto nutriti e in ordine lui e i compagni durante l’attesa sotto i russi, nonostante anch’esse fossero stremate e provate (me le vedo queste donne, mi basta pensare a mia nonna)… E l’amore poi per sua moglie. Non è da tutti mostrare questa sensibilità (come anche per quella donna che, tornato lui a casa, quando lo vedeva diceva sempre: “Perché tu sei tornato e mio figlio [partito militare e poi internato, come Amedeo] no?”… Io non so quanto uno si possa sentire in colpa o innervosito di fronte a una domanda come questa, che è LA domanda, in questi casi. Lui però capiva il dolore di questa donna e accettava).
    A me fa molto ridere quando tornato a casa sua mamma lo teneva un po’ a stecchetto per paura che, se avesse mangiato troppo, sarebbe morto (com’era infatti accaduto ad alcuni)!
    Un’altra cosa che mi fa sorridere è come appunto fosse un asino (come diceva lui) a scuola ma fosse fiero della sua ottima condotta. Così bravo in condotta che ha fatto tutto quello che gli è stato chiesto e ha cercato di farlo sempre bene (ottimo militare, ottimo prigioniero, ottimo lavoratore forzato). Questo suo atteggiamento è stato criticato e non capito ma da parte di interlocutori molto politicizzati (e forse con non molto senso storico).
    Un lettore mi ha chiesto: “Ma Amedeo cosa diceva dei tedeschi? Non li odiava?”. E a me è venuto in mente quando lui, prigioniero numerato e privato di tutto nel campo di concentramento di Kustrin (il periodo più duro), prova compassione nel vedere i gloriosi anziani reduci di Verdun essere messi a guardia dei “bagni all’aperto”… a controllare se i prigionieri andavano di corpo. Oppure quando ricorda quel guardiano tedesco che, chiudendo un occhio e rischiando, ha dato loro il permesso di mangiare il capriolo che avevano catturato. Non odiava “i tedeschi” perché sapeva distinguere.
    C’è un testo meraviglioso e altissimo di Vasilij Grossman che si riferisce proprio alla sua esperienza di Treblinka (Grossman era tra i liberatori dell’Armata Rossa) che accosto a questo genere di testimonianze, si intitola “La Madonna Sistina” (se non lo conosci te lo do da leggere, è stupendo) e tra l’altro dice: “L’umano nell’uomo ha continuato a esistere su tutte le croci a cui l’hanno inchiodato e in tutte le prigioni in cui lo torturavano. Diremo che non c’è stata un’epoca più dura della nostra, ma che non abbiamo lasciato morire l’umano nell’uomo“. Io nei racconti di Amedeo (e in altri simili di sopravvissuti) ho trovato questo: tanta semplice e a suo modo invincibile umanità.

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  2. Ilaria quello che hai scritto tu non mi sono azzardata a dirlo fino in fondo ma è chiaro che quando le donne si offrivano per proteggerli lui non le disprezzava ma sapeva che li stavano solo accudendo …. Sapeva distinguere e non odiava per fazioni, Anche mio padre che in Montenegro, Iugoslavia , Albania e Grecia qualche anno prima a 18 anni (classe ’21) fu costretto ad andare con il Trirò sotto la neve e, riempito insieme ai compagni di cognac per sopportare il freddo, raccontava sempre che le popolazioni locali nonostante tutto per la loro umanità non li odiavano.

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