I divini animali ora al servizio dell’uomo

Una volta falchi, sciacalli e coccodrilli erano addirittura adorati come divinità, oggi invece gli animali sono utilizzati massicciamente dall’uomo per esigenze alimentari o per il lavoro. Ma la lunga storia dell’umanità conserva ancora la memoria di un tempo in cui erano proprio gli animali i veri signori del mondo.

Nel Paleolitico, un’epoca durata milioni di anni, gli animali dominavano il mondo fisico e metafisico dell’uomo che, nudo e inerme, dipingeva ammirato e spesso spaventato nelle caverne la potenza del dio bisonte, l’agilità del dio cervo ecc. Di quell’era zoomorfica oggi se ne è perduta la comprensione, ma la sua lunghissima durata ci fornisce la misura dei fortissimi legami che hanno avvinto l’uomo agli animali.

Con il passare dei millenni a poco a poco l’uomo ha occupato tutto il pianeta, ha imparato ad accendere il fuoco e a costruire capanne e tombe finchè, mentre continuava ad invocare e ammazzare nello stesso tempo gli animali, cominciò a svincolarsi dal loro antico potere con l’obiettivo di diventare l’unico signore della natura.

E così circa 12 mila anni fa, durante il Neolitico, l’uomo spoglio’ gli animali dei loro magici poteri e cominciò a rinchiuderli nei recinti affinché si moltiplicassero per le sue necessità. Fu allora che le mandrie di bisonti, cavalli e cervi persero ogni aurea di divinità e solo alcuni di questi animali sfuggirono al deicidio disfacendosi di pezzi dei loro corpi ferini per entrare in forme umane.

In Egitto teste di falchi, sciacalli, gatti, leonesse e coccodrilli spuntarono su corpi umani; in Mesopotamia gambe e braccia si attaccarono a scorpioni, pesci, tori e leoni e furono poste sulle porte dei templi e nelle insegne dei sovrani. In Grecia apparvero sirene, minotauri, centauri, gorgoni, draghi e cerberi, tutti risultato di una metamorfosi che si fermava sempre prima di andare a compimento.

Nacque così una stirpe di ibridi semidivini, forze primordiali migrate in corpi umani nel tentativo di conservare l’antica aura divina. Una pericolosa genia di mostri che si rifiutava di abbandonare la mente degli uomini che voleva mettere sull’Olimpo solo divinità create a propria immagine e somiglianza.

Per sconfiggere i mostri dovettero intervenire gli Eroi. E così Perseo tagliò la testa alla Medusa che aveva serpenti per capelli e impietriva con lo sguardo e Bellerofonte trafisse la Chimera fatta di capra, leone e serpente. Poi Teseo sventrò il Minotauro che muggiva con testa di toro nel tortuoso labirinto mentre Ercole affrontò tremende fatiche ma fece una vera strage: sotto i suoi colpi morirono l’Idra dalle sette teste di serpente, la cerva dagli zoccoli di rame e le corna d’oro, le cavalle antropofaghe, le aquile con becco, artigli e ali di metallo, il possente leone di Nemea, il devastante cinghiale di Erymantho e altre strane bestie che infestavano e spaventavano la Grecia.

Così, uno dopo l’altro, i mostri furono sterminati e il loro ricordo svanì quasi del tutto nella mente degli uomini.Soltanto alcuni ibridi, particolarmente belli e buoni, come Pegaso cavallo alato o l’Unicorno arrendevole con le vergini, furono risparmiati ma relegati in ruoli marginali. Oggi gli ultimi discendenti di quell’antica stirpe sopravvivono solo tra le pagine di vecchi libri o nelle favole che raccontano com’era il mondo una volta.

La fine delle Vestali e della tolleranza religiosa degli antichi Romani

Secondo la leggenda della fondazione di Roma Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, era una vestale di Albalonga appartenente a uno tra i primi ordini sacerdotali creati da Numa Pompilio.

Il compito delle Vestali era di mantenere sempre acceso il sacro fuoco alla dea Vesta, che rappresentava la vita della città, e dovevano preparare gli ingredienti per qualsiasi sacrificio pubblico o privato, come la mola salsa che era una focaccia di farina di farro tostata mista a sale. Veniva offerta alla divinità, distribuita in piccoli pezzi ai credenti, quale atto di purificazione, oppure utilizzata per cospargere gli animali destinati al sacrificio; “immolare”, infatti, ha il significato di “ricoprire con mola salsa”.

Augusto aumentò il numero, il prestigio e i privilegi delle Vestali e, per ovviare al fatto che molti non volevano dare le loro figlie in sostituzione di una Vestale morta, giurò che se le sue nipoti avessero avuto l’età adatta, egli stesso le avrebbe offerte.

In principio le vestali erano tre o quattro fanciulle vergini poi divennero sei ed erano sorteggiate all’interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, inizialmente tutte appartenenti a famiglie patrizie. Dovevano quindi essere libere per nascita, con i genitori in vita e il padre residente in Italia ed esenti da imperfezioni fisiche. Vi erano però altri impedimenti legati all’appartenenza a gentes in cui fossero presenti personaggi con determinati incarichi politici o religiosi

Venivano consacrate dal Pontefice Massimo tramite la captio o cattura, rito che ricalcava il matrimonio per rapimento e, dopo che egli aveva aveva pronunciato la frase “Ego te amata capio” (io ti prendo, amata), dovevano obbedirgli come se fosse un marito e dovevano rispondere a lui in caso di loro mancanze. Allo stesso modo in cui la novella sposa abbandonava l’abitudine dei capelli sciolti, alle vestali inizialmente venivano recisi i capelli in un rito pubblico, per poi essere appesi a un albero, forse un loto.

Nei primi dieci anni di sacerdozio erano considerate novizie, nel secondo decennio erano addette al culto, mentre gli ultimi dieci anni dovevano istruire le novizie. Solo dopo potevano abbandonare il servizio e anche sposarsi. La vestale più anziana aveva il titolo di “Virgo Vestalis maxima”.

Vivevano accanto al tempio di Vesta, dove dovevano mantenere acceso il fuoco sacro e preparare la “mola salsa”. Potevano però uscire liberamente in lettiga e godevano di privilegi superiori a quelli delle donne romane, nonché di diritti e onori civili e per questo erano mantenute a spese dello Stato ed erano le uniche donne romane che potevano fare testamento. Erano inoltre anche loro esse custodi, grazie all’inviolabilità del tempio e della loro persona, di testamenti e trattati. Potevano anche testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio.

Avevano anche il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente e quello di essere sepolte entro il pomerio, lo spazio di terreno consacrato e libero da costruzioni che correva lungo le mura di Roma e delle colonie romane, a significare che la loro esistenza era così sacra che neppure le loro ceneri erano impure.

Alle Vestali erano anche affidati in esclusiva gli oggetti più sacri di Roma cioè i Pignora imperii che erano i sette talismani sacri che garantivano la potenza eterna dell’Urbe. Tra questi vi erano gli Ancilia che erano i dodici scudi sacri di Marte dio della guerra e il Palladio che era la statua della dea Atena che Enea portò da Troia.

Le Vestali erano riconoscibili oltre che per le vesti, per un’elaborata acconciatura a trecce attorcigliate sul capo e sormontati da un’infula o benda sacra che girava in più spire e terminava in due bende finali, che ricadevano sulle spalle. Il tutto era coperto da un velo fissato da un spilla.

Le uniche colpe che potevano cambiare questa inviolabilità erano lo spegnimento del fuoco sacro e le relazioni sessuali, che venivano considerate incestum e sacrilegio imperdonabile poiché la loro verginità doveva durare per tutto il tempo del servizio.In questi casi la vestale non poteva essere perdonata, ma neppure uccisa da mani umane, in quanto ella era sacra alla dea.

La Vestale veniva quindi frustata, poi vestita di abiti funebri e portata in una lettiga chiusa, come un cadavere, al Campus sceleratus sul colle del Quirinale. Là veniva lasciata in una sepoltura con una lampada e una piccola provvista di pane, acqua, latte e olio, il sepolcro veniva chiuso e la sua memoria cancellata. Il complice dell’incestum subiva invece la pena degli schiavi cioè la fustigazione a morte.

In realtà, almeno fino alla fine della repubblica, la condanna a morte di una Vestale appare assai simile ad un sacrificio umano mascherato, destinato a placare gli dèi quando sembravano corrucciati e inviavano catastrofi pubbliche.

Divenuto il credo niceno la religione di stato nel 380 d. C. con l’editto di Tessalonica, a partire dal 391 Teodosio I proibì qualunque culto pagano e il sacro fuoco nel tempio di Vesta venne spento, decretando la fine dell’ordine delle Vestali. Finiva così la tolleranza romana per qualsiasi altro culto, autoctono o straniero.

Il basilico: pianta regale e maestosa

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Il basilico (Ocimum basilicum) è una  pianta erbacea annuale, appartenente alla famiglia delle Lamiaceae, che viene coltivata come pianta aromatica . È nativa e cresce selvatica nell’Asia  tropicale e in India e si diffuse dal Medio Oriente in Antica Grecia  e in Italia dai tempi di Alessandro Magno, intorno al 350 a.C.. Solo dal XVI secolo  iniziò a essere coltivata anche in Inghilterra e, con le prime spedizioni migratorie, nelle Americhe .

Il basilico è utilizzato nella cucina italiana e nelle cucine asiatiche per via del marcato profumo delle sue foglie che, a seconda della varietà, può essere più o meno dolce o pungente. Il suo nome deriva dal latino “basilicum” e dal greco “basilikon phyton” che significa “pianta regale e maestosa” e inoltre “basileus” significa re.

Questa pianta è ricca di vitamine, sali minerali, flavonoidi e antiossidanti utili per proteggere il corpo dall’invecchiamento e per contrastare l’azione dei radicali liberi ma le maggiori proprietà benefiche del basilico sono soprattutto antinfiammatorie e antibatteriche.

Inoltre il basilico favorisce la digestione e il corretto funzionamento dello stomaco e affinché mantenga al meglio il proprio contenuto vitaminico è meglio consumare il basilico a crudo, come aggiunta alle insalate o nella preparazione del pesto.È inoltre considerato un tonico per il sistema nervoso e per la mente in particolare in caso di stress, di stanchezza e di affaticamento.

100 grammi di basilico contengono, tra l’altro, 26 mg di vitamina C, 300 mg di potassio, 250 mg di calcio, 37 mg di fosforo e apportano al nostro organismo 39 calorie. Il basilico è composto per circa il 92% da acqua e contiene una piccola parte di proteine. Contiene anche vitamina A e vitamine del gruppo B.

L’olio essenziale di basilico è utile in caso di stress fisico ed emotivo e in aromaterapia viene utilizzato in caso di insonnia, di crampi allo stomaco e di cattiva digestione. Per calmare la tosse e il raffreddore sono utili i suffumigi con olio essenziale di basilico, che è indicato anche per massaggi e frizioni muscolari.Il suo forte odore serve inoltre a tenere lontani gli insetti funzionando come repellente Anti-zanzare e infine rinfresca l’alito.

Il basilico può essere coltivato facilmente anche in vaso a partire dal seme all’inizio della primavera con esposizione soleggiata e necessita di essere innaffiato spesso soprattutto in estate, di norma due volte al giorno una al mattino e una alla sera. Non bisogna mai lasciare ristagni idrici nei sottovasi, altrimenti le radici rischiano di marcire e le piante si seccano.

Inoltre il basilico può essere coltivato per talea a partire dalle piante già a disposizione facendo radicare dei rametti nell’acqua per poi spostarli in vaso o nell’orto quando saranno abbastanza forti.

Sono tante le credenze che nel corso dei secoli sono nate intorno al basilico. Gli Hindu appoggiano una foglia di basilico sul petto del defunto per garantirgli l’immortalità. Greci e Romani, invece, credevano che piantando semi di basilico bisognasse urlare al cielo, altrimenti non sarebbero cresciute.

Sun Yaoting, l’ultimo eunuco della Corte imperiale cinese

Sun Yaoting nacque vicino a Tianjin e fu castrato all’ età di otto anni. Suo padre con un rasoio procedette all’ operazione sul lettino della loro piccola casa dai muri di fango. Utilizzo’ Il peperoncino rosso come anestetico, un pezzo di carta imbevuto d’ olio come benda e una penna d’ oca che infilo’ nell’ uretra del bimbo per impedire che si otturasse durante la cicatrizzazione. Il bambino rimase privo di sensi per tre giorni e immobilizzato a letto dai dolori per due mesi.

La miseria paurosa delle campagne cinesi a inizio del ‘900 faceva sì che la castrazione dei figli maschi fosse per molti l’ unica speranza di una vita migliore, il sogno di servire alla corte imperiale e la fuga dalla fame.

Era il 1911 e la rivoluzione repubblicana rovescio’ la dinastia Qing al potere dal Seicento. La notizia getto’ nella disperazione il padre di Sun poiché la mutilazione del bambino sembro’ inutile ma la corte dall’ultimo imperatore Pu Yi prosegui la sua vita, come se nulla fosse cambiato. I poteri in lotta per la supremazia avevano interesse a manipolare l’ imperatore-fantoccio facendo così sopravvivere anche il suo entourage, eunuchi compresi

Sun Yaoting arrivò a Pechino quindicenne, servì a corte nella Città Proibita sotto Pu Yi, lo seguì poi in Manciuria sotto l’ occupazione giapponese e in seguito fu coinvolto nella rivoluzione maoista. Negli anni Novanta Sun Yaoting cominciò a confidarsi con il giovane storico cinese Jia Yinghua che ne scrisse la biografia e nel dicembre 1996 morì all’ età di novantaquattro anni.

Confucio faceva risalire a tremila anni fa l’uso di uomini castrati al servizio degli imperatori ma tale usanza si diffuse soprattutto con la dinastia Ming, dalla fine del Cinquecento. Man mano che l’ imperatore si ritirava dalla vita pubblica e diventava sempre più distante dai suoi sudditi, gli eunuchi venivano reclutati in massa per costruire una barriera umana tra il Figlio del Cielo e il mondo reale.

Nella cultura cinese la castrazione rendeva gli eunuchi delle non persone, sprovviste di un vero ego, soggetti ideali per proteggere il sovrani e anche fisiologicamente incapaci di insidiare le concubine: al calar del sole ogni altro maschio, compresi i figli dell’ imperatore, dovevano abbandonare la corte.

La reclusione del sovrano trasformò gli eunuchi in intermediari indispensabili e I più abili si arricchivano e diventarono eminenze grigie e sofisticati maestri negli intrighi di corte. Fra loro emersero anche grandi talenti, scienziati, uomini di Stato, condottieri come Cai Lun, l’ inventore della carta per la stampa nel 105 d.C. o l’ ammiraglio Zheng He, protagonista delle spedizioni intercontinentali nel primo Quattrocento.

La biografia di Sun descriveva anche la sessualità degli eunuchi e raccontava che molti di loro intrecciavano relazioni amorose con le donne del palazzo, serve e cortigiane e a volte si sposavano e mantenevano più mogli. La castrazione non spegneva mai i desideri sessuali. Alcuni eunuchi furono anche mariti sadici e Sun ricordava giovani mogli denudate, bruciate con sigarette accese, frustate, torturate nelle loro parti intime.

Lo stesso Sun fu testimone del malsano rapporto tra l’ ultimo imperatore Pu Yi e la consorte Wan Rong: lei oppiomane e incinta dai suoi amanti e lui sempre a caccia di giovani eunuchi. Sun seguì i sovrani nell’ esilio dorato in Manciuria, sotto il controllo giapponese, e durante la guerra civile ebbe fiuto politico rendendo i suoi servizi all’ armata maoista.

Si trovava a Pechino nel 1949 quando venne proclamata la Repubblica Popolare cinese e cosi si ritiro’ in un monastero taoista dopo aver donato il suo patrimonio al partito comunista. Durante la Rivoluzione culturale però i rari eunuchi sopravvissuti vennero additati come dei mostri disgustosi e molti si suicidano annegandosi nei fossati attorno alla Città Proibita e nel lago del Palazzo d’ Inverno.

Sun venne processato in pubblico, deportato e costretto a coltivare la terra con un cartello di “traditore” appeso al collo. I suoi parenti, per paura di rappresaglie, gettarono via il tesoro più prezioso di Sun Yaoting e cioè l’ urna che custodiva i suoi genitali. In base alle loro credenze solo una sepoltura insieme a quegli organi poteva far rinascere l’ eunuco come un uomo vero e pertanto Sun ne soffri’ moltissimo. La sua modesta tomba oggi si trova in un boschetto sperduto alla periferia occidentale di Pechino.