Le mode sepolcrali a Micene

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Per gli antichi abitanti di Micene la morte aveva una importanza fondamentale e  nel corso del tempo le pratiche funerarie acquisirono forme diverse.

In una prima fase i Micenei disponevano gruppi di tombe a fossa, ognuna contraddistinta da una stele e poi recintata da un muro, che sono poi state denominate “circoli funerari”. Dentro sono stati trovati armi, gioielli e maschere mortuarie in oro.

Attorno al 1500 a.C. si diffuse fra le famiglie aristocratiche una nuova moda funeraria e pertanto venivano costruiti i tholoi cioè tombe monumentali composte da una sala delle offerte sotterranea in pietra a pianta circolare che era sormontata da una falsa volta e da una camera mortuaria. A queste camere si accedeva tramite un lungo corridoio che si restringeva in prossimità dell’entrata.

Questo tipo di monumento rappresentava con più evidenza il potere e la ricchezza dei proprietari ed era più facile da riutilizzare perchè era sufficiente aprire una porta per seppellire insieme vari membri della stessa famiglia mentre le tombe a fossa richiedevano nuovi scavi.

I promessi sposi: capitoli VII – VIII – IX

 

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Padre Cristoforo racconta di aver fallito con Don Rodrigo e Renzo va su tutte le furie e così Lucia, per calmarlo, decide di accettare il matrimonio a sorpresa.  Il giorno dopo, quindi, Agnese manda Menico, suo nipote di dodici anni, presso il convento di Pescarenico da Padre Cristoforo.
Una volta rimasto solo, Don Rodrigo è stato a lungo inquieto e ha ordinato al Griso, capo dei Bravi, di rapire Lucia. Quando cala la sera, dunque, i Bravi sono pronti  a colpire proprio mentre Renzo, Tonio e Gervaso si recano alla locanda per mangiare prima di passare a prendere Lucia e recarsi da Don Abbondio.
Tonio e Gervaso bussano alla porta del curato e, con la scusa di dover saldare un debito, riescono a convincere Perpetua ad aprirgli. Mentre Don Abbondio sta leggendo, Perpetua gli annuncia la visita di Tonio. La domestica viene poi attirata lontano da casa da Agnese che si finge desiderosa di raccontarle un pettegolezzo che la riguarda.
Intanto Tonio e Gervaso salgono in camera e con loro entrano di nascosto anche Renzo e Lucia. Quando Don Abbondio si volta per firmare le ricevute Renzo dichiara Lucia sua moglie, ma la ragazza non riesce a finire di parlare perché il curato inizia a chiedere aiuto svegliando Ambrogio, il sagrestano, che dà l’allarme suonando le campane.
Intanto i bravi, introdottisi in casa di Lucia, vi trovano soltanto Menico e sono poi costretti a scappare per via dell’allarme dato dalle campane stesse. Il ragazzino riesce così a fuggire e, incontrati sulla via Renzo, Lucia e Agnese li avverte del pericolo. Il gruppo si dirige allora a Pescarenico dove padre Cristoforo gli comunica di aver trovato un rifugio per Renzo a Milano e per le due donne a Monza.  Lucia, salita sulla barca che la porterà a destinazione, guarda il paesaggio e le montagne e riflette sulle sue speranze vane.
È l’alba di sabato 11 novembre 1628 quando i tre giungono sull’altra sponda del lago dove li attende un barroccio che li conduce a Monza.  Renzo a malincuore parte per Milano mentre le due donne si recano dal padre guardiano che decide di accompagnarle dalla Signora.
La Monaca di Monza,  una donna di circa venticinque anni il cui padre è il più importante signore della città, appare alle due donne bella ma sfiorita. Gertrude, questo il suo nome di battesimo,  a sei anni era stata rinchiusa nel monastero ma scoperto di non essere adatta a quella vita, aveva scritto al padre senza però ricevere alcuna risposta. Tornata a casa per un breve periodo, viene trattata come un’indegna e soltanto un paggio le mostra gentilezza.
Proprio a lui Gertrude decide di scrivere un biglietto che, però, viene scoperto e causa il licenziamento del servo e la sua reclusione in una delle stanze del palazzo. Sola e minacciata di venir ulteriormente punita in seguito, la ragazza scrive di nuovo al padre implorando il suo perdono.

 

 

 

Gli antichi Egizi e la magìa della pittura

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Nell’antico Egitto i pittori erano considerati non artisti ma artigiani abili con le dita o con le mani e a volte venivano chiamati scribi del contorno. Apprendevano il mestiere dai padri e si dedicavano principalmente alla pittura tombale che non aveva finalità estetica ma rispondeva a bisogni più profondi.

Il ka, l’essenza vitale del morto, aveva bisogno di nutrirsi per sopravvivere nell’aldilà e per scongiurare che cessassero le offerte alimentari con l’ estinguersi della famiglia del morto, gli Egizi ricorrevano alla magia della pittura in quanto era sufficiente rappresentare un oggetto perché questo diventasse reale.

Ma affinché il cibo non si esaurisse era necessario raffigurare tutto il processo di produzione alimentare del frumento, della caccia, della pesca ecc. Spesso le opere restavano incompiute perché la vita era continuità e un’opera conclusa era come morta. Dovere completare  una pittura simboleggiava la speranza di avere davanti un futuro.

Il colore giallo era molto amato perché rappresenta l’incorruttibilità e l’eternità ed era anche il colore dell’oro di cui erano fatti i corpi degli dei. Nel nuovo Regno l’arte raggiunse un livello tecnico molto alto anche se molto accademico e solo lo stile introdotto da Akhenaton portò un po’ di freschezza. Questa leggerezza  in parte si conservò anche dopo con i primi faraoni della XIX dinastia fondata da Ramses I. Con loro si concluse però l’età dell’oro della pittura egizia.

 

 

 

 

 

 

I promessi sposi: capitoli IV – V – VI

 

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Fra Cristoforo, uomo vicino ai sessant’anni, nello sguardo e nel portamento lascia trasparire sia i tratti della povertà e della saggezza sia le origini nobili e un animo non incline alla sottomissione. Egli, che prima si chiamava  Lodovico, era figlio di un ricco mercante ma rimasto orfano ancora giovane, per il suo carattere onesto ma anche violento si era messo spesso nei guai per vendicare gli oppressi. Aveva pensato più volte di farsi frate ma la sua conversione definitiva era avvenuta dopo un duello nato perchè il suo avversario aveva tolto la vita a Cristoforo, il suo maestro di casa. Ucciso l’avversario, dopo aver chiesto perdono alla famiglia della vittima ed aver lasciato tutti i suoi beni a quella di Cristoforo, Ludovico, assunto il nome di Fra Cristoforo, aveva dedicato la sua vita alla predicazione e ai poveri.
Fra Cristoforo, messo al corrente dei fatti da Agnese, si reca al palazzotto di Don Rodrigo e lo trova che sta banchettando con Azzeccagarbugli, suo cugino il Conte Attilio ed il podestà. I quattro stanno discutendo di politica, di cavalleria e di giustizia dimostrando di essere dediti solo ai propri interessi e non interessati neanche all’avanzata  dell’invasore straniero. Fra Cristoforo, invitato più volte a partecipare alla discussione,  chiede però un’ udienza privata che viene accordata.
Fra Cristoforo però si indigna di fronte alla boria di Don Rodrigo, che si dice disposto a prendere Lucia sotto la sua protezione, e gli promette la punizione divina suscitando nel signorotto una sensazione di paura. Prima di andarsene  il frate però viene fermato da un servo che gli promette di rivelargli il giorno seguente i piani del suo padrone. Intanto Agnese  propone ai promessi sposi di fare un matrimonio a sorpresa: per rendere valido un matrimonio, infatti, basta che il curato senta un uomo e una donna dichiararsi marito e moglie in presenza di due testimoni. Renzo allora chiede al suo amico Tonio di essere suo testimone, in cambio lui gli estinguerà un debito che ha con Don Abbondio.  Tonio accetta e propone come altro testimone suo fratello Gervaso.