Socrate: l’educazione attraverso il dià logos ed il pensiero indipendente

Il discorso di Socrate, un’opera del pittore belga Louis J. Lebrun (1844-1900). Il processo al filosofo si svolse ad Atene nel 399 avanti Cristo e si concluse con la condanna a morte dell’imputato. L’intervento di autodifesa del filosofo è stato tramandato dal suo allievo Platone nella famosa opera Apologia di Socrate

Socrate nacque ad Atene nel 470-469 a.C, il padre Sofronisco era scultore mentre la madre, Fenarete, era una  levatrice. Egli compì la propria educazione giovanile studiando probabilmente anche geometria e astronomia e forse fu scolaro di Anassagora.

Combatté come oplita  in alcune battaglie, dimostrando di essere molto resistente perchè marciò in inverno  senza scarpe né mantello, e fu anche decorato per il suo coraggio considerato che, in un’occasione, rimase al fianco di Acibiade ferito salvandogli così probabilmente la vita.

Socrate fu descritto come un uomo piuttosto brutto, fisicamente simile a un satiro, ma buono nell’animo. Sposò Santippe che gli diede tre figli anche se, secondo Aristotele e Plutarco, due di questi li avrebbe avuti dalla concubina Mirto. Santippe ebbe fama di donna insopportabile e bisbetica e lo stesso Socrate disse che, avendo imparato a vivere con lei, era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano.

E’ vero però che egli era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche da trascurare ogni altro aspetto pratico della vita, tra cui anche la moglie.  Fu un grande bevitore e tollerava bene l’alcool tanto che quando gli altri erano ormai completamente ubriachi egli era l’unico a sembrare sobrio

Socrate visse durante un periodo di transizione, dall’apice del potere di Atene  fino alla sua sconfitta per mano di Sparta e alla sua coalizione nella guerra del Peloponneso del 404 a.C. Dopo la sconfitta s’insediò ad Atene il regime oligarchico e filospartano dei Trenta tiranni  guidato da Crizia,  un nobile sofista che negava la religione. Dopo appena un anno, questo governo decadde e s’instaurò un governo democratico conservatore formato da politici ritornati dall’esilio e guidato da Trasibulo.

Il nuovo regime voleva riportare la città allo splendore dell’età di Pericle instaurando un clima di pacificazione generale e pertanto non perseguitò i nemici politici ma concesse un’amnistia riproponendo ai cittadini gli antichi ideali e i principi morali che avevano fatto grande Atene.

Aristotele attribuì a Socrate la scoperta del metodo della definizione e induzione, che egli considerava uno degli assi portanti del metodo scientifico. Socrate infatti aveva fatto proprio il motto dell’oracolo di Delfi “conosci te stesso”(Γνῶθι σεαυτόν) vedendo in esso la motivazione ultima del filosofare e la missione stessa del filosofo.

Il motto voleva esortare a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più», a non cadere negli eccessi e a non offendere la divinità pretendendo di essere come un dio. Del resto tutta la tradizione antica greca mostrava come l’ideale del saggio, che possiede la sophrosyne (“saggezza”), sia quello di conseguire la moderazione.

Fondamento del pensiero socratico è quindi il “sapere di non sapere”, la consapevolezza di non avere una conoscenza definitiva che sprona al desiderio di conoscere. La figura del filosofo è quindi opposta a quella del saccente, ovvero del sofista che possiede almeno la sapienza tecnica della retorica. Socrate sapendo di non sapere si riteneva per questo più sapiente degli altri.

La sua prima preoccupazione era pertanto di rendere l’uomo, tramite l’ironia, cosciente della propria ignoranza e di stimolarlo a ricercare la verità dentro se stesso attraverso la maieutica. Il  termine maieutica viene dal greco μαιευτική e letteralmente sta per “l’arte della levatrice” (o “dell’ostetrica”) e l’espressione designa il metodo socratico così come lo espone Platone nel Teeteto.

L’arte dialettica veniva infatti paragonata da Socrate a quella della levatrice perchè egli intendeva “tirar fuori” dall’allievo pensieri del tutto personali, al contrario di quanti volevano imporre agli altri le proprie vedute con la retorica e l’arte della parola come facevano i sofisti.

Socrate quindi, a differenza dei sofisti che professavano la loro arte a scopo di lucro, filosofava per semplice amore del sapere e soprattutto mirava a convincere l’interlocutore non ricorrendo ad argomenti retorici e suggestivi, ma sulla base di argomenti razionali.

I suoi avversari pensavano però che egli fomentasse la contestazione giovanile perchè insegnava l’uso critico della ragione ed il rifiuto della tradizione e della religione. Socrate in realtà, secondo la testimonianza di Platone, non intendeva affatto contestare la religione tradizionale e neanche incitare i giovani alla sovversione.

Inoltre gli Orfici e i Pitagorici consideravano l’anima ancora alla stregua di un demone divino mentre Socrate pensava che costituisse la vera essenza dell’uomo e coincidesse con l’io, la coscienza pensante di ognuno, di cui egli si proponeva come maestro.

Non sono i sensi a esaurire l’identità di un essere umano, come insegnavano i sofisti, l’uomo non è corpo ma anche ragione cioè conoscenza intellettiva che indaga anche riguardo la propria essenza. 

Socrate affermava inoltre di credere, oltre che agli dèi, anche ad una particolare divinità minore, appartenente alla mitologia tradizionale, che egli chiamava dáimon ed era essere divino inferiore agli dèi ma superiore agli uomini.

Si diceva tormentato da questa entità, o voce interiore, che si faceva sentire soprattutto per dissuaderlo dal compiere certe azioni. Socrate si sentiva sempre spinto da questa entità a discutere, confrontarsi e ricercare la verità morale. Kant paragonò poi questo principio all’ imperativo categorico, alla coscienza morale dell’uomo.

Socrate non lasciò niente di scritto della sua filosofia perché pensava che, come il bronzo che percosso dà sempre lo stesso suono, la parola scritta non risponde alle domande e alle obiezioni dell’interlocutore  ma dà sempre la stessa risposta. Per questo i dialoghi socratici non chiudono la discussione e la conclusione rimane sempre aperta, pronta a essere rimessa nuovamente in discussione.

Socrate come i sofisti metteva in discussione un certo modo di intendere l’ideale educativo della paideia ma con intenti del tutto opposti: i sofisti con lo scopo di dissolverlo, Socrate invece con lo scopo di tutelarlo.

La paideia esaltava lo spirito di appartenenza costituendolo come elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’ individuo era così inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso.

La dottrina dei sofisti si poneva contro questa omologazione della paideia, da essi giudicata “conservatrice”, ma solo per  far apparire vero ciò che a loro conveniva. Socrate invece voleva piuttosto verificare se sotto quell’ideale educativo non vi fosse quello di sopire le coscienze critiche a scopi di potere personale.

Secondo Platone, infatti, Socrate è l’unico che intende correttamente il senso della politica esortando i cittadini a occuparsi della città e di anteporre sempre il suo bene e il rispetto delle leggi agli egoismi dei singoli.

Il discorrere di Socrate era un dià logos, una parola che attraversava i due interlocutori  e utilizzava brevi domande e risposte proprio per dare la possibilità ad un interlocutore di intervenire e obiettare rispettando così le sue opinioni. I sofisti invece usavano il macròs logos, il grande e lungo discorso che non dava spazio alle obiezioni. 

Una caratteristica del dialogo era il continuo domandare di Socrate su quello che stava affermando l’interlocutore: «Ti estì» ,”che cos’è” (quello di cui parli)?

Socrate sembrava voler ricercare una definizione indiscutibile dell’oggetto del dialogo ma alla fine, non riuscendoci, l’interlocutore dichiarava la propria ignoranza che era il punto a cui Socrate voleva arrivare. Proprio questo sin dal principio voleva Socrate per dimostrare che la presunta sapienza dell’interlocutore fosse in realtà ignoranza.

Il continuo dialogare di Socrate, attorniato da giovani affascinati dalla sua dottrina e da importanti personaggi, nelle strade e piazze della città, fece sì che egli venisse scambiato per un sofista dedito ad attaccare direttamente i politici e fu ritenuto un pericoloso nemico politico che contestava i tradizionali valori cittadini.

Per questo Socrate, che aveva attraversato indenne i regimi politici precedenti, che era rimasto sempre ad Atene e che non aveva mai accettato incarichi politici, fu messo sotto processo e poi condannato a morte.

L’accusa di “ateismo”, che rientrava in quella di “empietà” (ἀσέβεια), fu un pretesto giuridico per un processo politico, poiché l’ateismo era sì ufficialmente riprovato e condannato ma tollerato e ignorato se affermato privatamente.

Il sofista Lisia si offrì di difenderlo ma egli rifiutò probabilmente perché non voleva confondersi con i sofisti e preferì difendersi da solo. L‘accusa di corrompere i giovani nacque anche perchè Socrate era stato maestro di Crizia e di Alcibiade, due personaggi invisi nell’Atene della restaurazione democratica.

Crizia era stato il capo dei Trenta tiranni e Alcibiade, per sfuggire al processo che gli era stato intentato, aveva tradito Atene ed era passato a Sparta, combattendo contro la propria patria. Il fatto di essere stato educatore di entrambi pose le basi dell’accusa di corruzione dei giovani.

Alcibiade e Crizia erano morti entrambi, ma i democratici non si sentivano al sicuro finché l’uomo, che a loro parere aveva ispirato i loro tradimenti, esercitava ancora influenza sulla vita pubblica. Il processo si tenne nel 399 a.C. innanzi a una giuria di 501 cittadini di Atene e Socrate si difese contestando le basi del processo  ma fu riconosciuto colpevole per appena trenta voti di margine

Gli ateniesi accolsero la proposta di Meleto e lo condannarono a morte mediante l’assunzione di cicuta. Era pratica diffusa autoesiliarsi dalla città pur di sfuggire alla sentenza di morte ma Socrate non voleva andare in esilio perchè, anche fuori di Atene, avrebbe continuato a dialogare con i giovani. Inoltre egli non temeva la morte, che nessuno sa se sia o no un male, e la preferiva all’esilio per lui sì un male sicuro.

Socrate, benchè condannato ingiustamente, in carcere rifiutò le proposte di fuga dei suoi discepoli che avevano organizzato la sua evasione corrompendo i carcerieri. Ma per lui la morte non era un male perché o era un sonno senza sogni oppure la possibilità di visitare un mondo migliore dove magari incontrare interlocutori migliori con cui continuare a dialogare.

Socrate trascorse serenamente la sua ultima giornata in compagnia dei suoi amici e discepoli, dialogando di filosofia e in particolare affrontando il tema dell’immortalità dell’anima e del destino dell’uomo nell’aldilà.

Bevuta la cicuta, il paralizzarsi e il raffreddarsi delle membra, divenute insensibili dai piedi verso il torace, segnalava il progressivo avanzare del veleno e pare che disse ad un suo discepolo:

“O Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene!”

Queste ultime parole di Socrate morente hanno dato luogo a tante  interpretazioni: quella più semplice e diffusa è che egli, che non voleva lasciare debiti irrisolti né con gli uomini né con gli dei, pregò Critone di ringraziare per suo conto il dio Asclepio per avergli reso la morte indolore.

La lamentazione funebre ed il mestiere di prefica

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La lamentazione funebre è uno tra i più significativi riti del cordoglio, le cui tracce si perdono nel tempo. Dall’Antico Egitto, alla Magna Grecia fino all’Antica Roma, l’usanza dei sacri “lynos” delle prefiche nei funerali si è tramandata nei secoli anche dal nord al sud Italia.

In Grecia al calar delle tenebre, per evitare che la luce di Elio fosse offuscata dalla visione della morte, il mesto corteo funebre si dirigeva al Ceramico per l’ultimo saluto al caro estinto.

Alcune donne, che non avevano nemmeno conosciuto il defunto, piangevano, urlavano, si strappavano i capelli e simulavano svenimenti stando vicino al feretro mentre dietro di loro, in composto silenzio, sfilava la famiglia colpita dal lutto che non versava nemmeno una lacrima. L’onere di dimostrare il dolore era affidato alle prefiche, donne che venivano pagate per questo.

Il senso del decoro imponeva infatti alle ricche famiglie greche un atteggiamento sobrio (meden agan, niente in maniera esagerata) perché il controllo di sé anche in situazioni dolorose era percepito come testimonianza di forza interiore.

Ogni disgrazia era segno di inclemenza da parte di una divinità e di fronte alla mala sorte non restava che nascondersi o travestirsi nella speranza che il dio impietoso ma distratto, non riconoscendo la sua vittima, smettesse di tormentarlo.

Quindi non piangere al funerale dei propri cari, ma anzi far concentrare l’attenzione su estranei in lacrime, era un modo per esorcizzare la paura che accadesse qualcosa di ancor più terribile. In fondo anche noi oggi, vestendoci a lutto, speriamo che la malasorte, non riconoscendoci in quegli abiti scuri, giri lo sguardo altrove.

Il rito della lamentazione a pagamento in Italia è stato praticato per lungo tempo. In Piemonte, nelle zone del Cuneese e del Canavese, le “piagnone” sono rimaste attive fino all’inizio del Novecento e in Lombardia, in particolare in alcune zone del Mantovano e del Cremonese, la presenza delle “piansune” è ricordata anche a cavallo delle due guerre mondiali.

Nelle Marche, fino alla metà del XX secolo, nella zona di Macerata venivano chiamate ben 100 donne vestite di nero per piangere durante il corteo funebre. Negli stessi anni in Molise vi erano le “repute” e in Calabria le “chiangitare”  che piangevano muovendo il capo e agitando sul cadavere un fazzoletto.

In Lucania, fino agli anni Cinquanta, ogni villaggio aveva un suo modo particolare di lamentare il morto e in Campania le prefiche accompagnavano il defunto in chiesa con il loro lamento, lo riprendevano dopo la liturgia fino al camposanto e al termine della cerimonia partecipavano al banchetto in onore del morto.

Nel napoletano, poi, era in voga una lamentazione accompagnata da un malmenarsi rituale che terminava con le prefiche che urlavano alla vedova: «ah, misera te!», strappandole ciocche di capelli che poi gettavano sul defunto.

In Sardegna le “attitadoras”, che accompagnavano la salma con un canto disperato e con il dondolio ritmico del corpo, non erano pagate ma agivano come forma di partecipazione collettiva al lutto. Lanciavano acutissimi stridi, battevano e poi gettavano le mani dietro le spalle, si strappavano i capelli, squarciavano con i denti bianche pezzuole e si graffiavano le guance tra urla e singhiozzi. Più riuscivano a suscitare commozione, più i parenti del defunto donavano loro grano, vino e olio.

La mimica del cordoglio e in particolare l’oscillazione corporea ritmata, simile anche a quella delle lamentatrici mediorientali, assomigliavano anche a quelle presenti in molte tradizioni sciamaniche afro-amerinde che avevano una funzione quasi ipnotica.

Alla fine, in questi riti, il dolore per il defunto c’entrava fino a un certo punto perchè lo scopo principale era quello di allontanare la morte. Anzi le tecniche utilizzate dovevano impedire il ritorno del defunto come testimoniato anche dall’ usanza di bruciare i vestiti del morto o l’apertura delle finestre dopo il decesso, fino alla strofa che chiude un antico lamento funebre:

«Non ho più niente da dirti/ non ho più niente da farti/ statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti abbiamo fatto…»

I Davidiani ed il massacro di Waco

 

Waco

David Koresh, che in realtà si chiamava Vernon Wayne Howell, era nato nel 1959 a Houston figlio di una ragazza-madre quattordicenne. Non conobbe mai suo padre, un carpentiere ventenne, che lasciò sua madre quando si mise con un’altra donna. Koresh fu cresciuto così da un patrigno severo ed ebbe un’ infanzia solitaria.

Nel 1987 egli arrivò a Waco, nel Texas, e da subito affascinò gli appartenenti alla comunità davidiana locale, setta religiosa separatesi dalla Chiesa cristiana avventista del settimo giorno, con il suo modo di interpretare le sacre scritture. Ebbe una relazione con Lois Roden, vedova del santone locale che però poi ripudiò.

Da lì iniziò la storia divina di Koresh che guadagnò la fiducia degli adepti fino ad auto proclamarsi il Messia, Dio sceso in terra. Nel 1989 promulgò la legge divina secondo cui i matrimoni tra gli adepti erano tutti sciolti e tutte le donne della comunità diventarono sue mogli, con lo scopo di creare una generazione ibrida di uomo-Dio. Koresh ebbe anche rapporti sessuali con ragazze di 14 anni così alla fine nella comunità nacquero  ben 23 bambini in 4 anni.

Nel 1993 il governo degli Stati Uniti cominciò ad indagare su Koresh e su quanto stesse accadendo dentro al ranch sulla base anche di informazioni fornite da un fuoriuscito della setta circa il possesso da parte del leader di armi. Vennero formulate  diverse ipotesi di reato quali possesso illegale di armi, abuso di alcool e droga e pedofilia e si decise di effettuare una perquisizione.

Sembra che Koresh si dimostrò disponibile al confronto con i federali ma che questi non risposero mai ai suoi appelli. Il 28 febbraio 1993 una squadra di agenti federali giunse al Mount Carmel Center, dove si trovava il  complesso di edifici dei davidiani, per appurare in particolare la presenza di armi ed esplosivi in un arsenale mascherato da deposito. Durante la perquisizione scaturì una sparatoria tra le due parti e 4 agenti dell’ATF morirono e altre 16 persone rimasero ferite.

Gli agenti sopravvissuti fuggirono dal centro e subito dopo iniziò l’assedio alla comune dei davidiani che durò 50 giorni. Il Posse Comitatus Act del 1878 vieta l’utilizzo dei federali per le risoluzioni dei conflitti sul diritto privato, ma esistono eccezioni legali alla sua applicazione in caso di emergenza e Clinton lo fece nel caso di Waco.

ll 19 aprile 1993 agenti esperti dell’FBI e reparti scelti della “Delta Force”, l’unità antiterrorismo americana, che utilizzarono anche veicoli corazzati e carri armati pesanti e circondarono la comune religiosa.

Pare che Koresh diede ordine di appiccare il fuoco per porre fine all’assedio con un suicidio di massa e alla fine morirono 75 davidiani fra cui 24 cittadini del Regno Unito, più di 20 bambini, due donne in gravidanza e lo stesso leader della setta mentre nessun federale rimase ucciso. All’interno della comune vennero rinvenute 305 armi automatiche di appartenenza della setta, tra cui AK47 e AR15 modificati.

Sembra che in quel giorno l’FBI  abbia utilizzato un alto numero di granate contenenti gas CS, altamente infiammabile, che esplose a seguito dell’ uso di dispositivi incendiari. Tutte le case del ranch bruciarono e molti cadaveri recuperati dopo il raid in effetti presentavano dosi letali di cianuri, un prodotto della combustione di questo gas.

Nel 1999 il direttore dell’FBI dichiarò che furono sparate anche almeno due bombe lacrimogene pirotecniche con l’obiettivo di raggiungere il bunker sotterraneo di cemento, lontano dall’edificio principale in legno. Dichiarò però che le bombe erano rimbalzate finendo su un campo aperto e che per questo non avevano nulla a che vedere con le fiamme.

Molti accusarono però l’amministrazione Clinton di strage di Stato, in particolare identificando come colpevole il ministro della Giustizia Janet Wood Reno. Ancora oggi i superstiti dell’assedio credono ciecamente di aver vissuto a contatto con Dio.

Le mucche sacre in India

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In lingua hindi la mucca è definita Gaumata (Madre Vacca, “La Mamma che nutre”) perchè è vista come una madre universale che dona a tutti, e non solo ai propri vitelli, il proprio latte. La razza della vacca indiana è la zebù gir.

Una caratteristica dell’India è pertanto la presenza di vacche che girovagano indisturbate per le strade di città o di campagna, di solito contraddistinte da una accentuata magrezza, e che si spostano da sole o in piccole mandrie alla ricerca di cibo. Queste vacche sono sacre e quindi intoccabili e pertanto non possono essere mangiate.

Per molti indù, che costituiscono quasi l’80% della popolazione indiana che è di  1,3 miliardi di persone, la mucca è un animale sacro perchè nella loro mitologia l’animale è raffigurato mentre accompagna diversi dei, come Shiva che cavalca il suo toro Nandi o Krishna che è il dio pastore.

Negli antichi testi la mucca appare come ‘Kamdhenu’ o mucca divina, che soddisfa tutti i desideri. Le sue corna simboleggiano gli dei, le sue quattro zampe rappresentano le antiche scritture indù o i Veda e le sue mammelle i quattro obiettivi della vita, tra cui la ricchezza materiale, il desiderio, la giustizia e la salvezza. La mucca però  in sé non è una divinità e non viene adorata ma rappresenta un simbolo sacro della vita che va protetto e riverito.

E’ una creatura generosa e docile che secondo gli indù produce cinque elementi essenziali: latte, formaggio, burro, urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre lo sterco può essere utilizzato nelle cerimonie religiose o bruciato per ottenere carburante.

Di fatto gli indù associano animali a divinità diverse e li considerano sacri, tra questi la scimmia, l’elefante, la tigre ed anche il topo ma nessuno è tanto riverito quanto la mucca. Il primo movimento organizzato di protezione delle mucche indù fu organizzato da una setta sikh nel Punjab intorno al 1870.

Con l’espandersi del buddismo e del jainismo, religioni che contemplano anche il vegetarianismo, anche  gli indù smisero di mangiare carne e, nel primo secolo d. C., le mucche furono associate ai brahmani che appartenevano alla casta più alta e per questo erano considerati quasi superuomini. Uccidere una mucca cominciò a essere paragonato ad uccidere un brahmano che rappresentava un  grande tabù.

La santità della mucca non è però un mito perchè secondo alcuni studiosi è appurato dagli antichi testi religiosi emerge che gli indù anticamente consumavano carne bovina, contraddicendo così la credenza degli indù integralisti secondo i quali l’alimentazione a base di manzo è arrivata in India con l’avvento dell’Islam.

Non sempre però gli indù trattano le mucche con rispetto e a volte vengono picchiate e frequentemente affamate. Sui giornali indiani può capitare di leggere notizie di linciaggi di cittadini rei di aver maltrattato o, peggio ancora mangiato, una mucca.

In passato la difesa della sacralità delle mucche in India è stata causa di veri e propri conflitti che hanno generato morti. Ancora oggi la questione delle mucche sacre è ritenuta identitaria da alcuni partiti nazionalisti tanto che sono state emanare leggi sempre più stringenti sul consumo e sul trattamento delle mucche.

Sono nati molti gruppi di protezione stimolati dai partiti di destra e, dopo l’applicazione di una normativa sulla prevenzione della crudeltà nei confronti degli animali nel 2017, la vendita di bovini ai macelli per uso come carne o cuoio è diventata molto complessa.

La legge ha avuto però gravi ripercussioni su diverse comunità che invece vivevano del consumo di carne bovina, comprese le caste inferiori indù, per le quali la carne è una importante fonte economica.

Nel 2004 lo Stato ha deciso però di togliere dalla strada le 36.000 mucche cittadine di New Delhi e forse a breve verranno allontanate le mucche anche dalle strade provinciali e nazionali.

La comparsa di veri e propri vigilantes a protezione delle mucche ha però reso il trasporto di bestiame in stati come l’Uttar Pradesh un lavoro pericoloso e costoso perchè gli estremisti indù hanno picchiato e persino ucciso persone, per lo più musulmani, sospettate di contrabbandare o macellare mucche.

Esistono gruppi di vigilanti come “Save the Cow” che irrompono nelle case dei sospettati, in cerca di carne. Questo clima impedisce di fatto agli agricoltori di vendere le mucche quando diventano troppo vecchie per produrre il latte.

E così sempre più spesso gli agricoltori scelgono di abbandonarle al loro destino  e così gli animali vagano per la campagne danneggiando le colture e causano incidenti accovacciandosi su strade e autostrade poco illuminate. Spesso inoltre le mucche si nutrono nelle discariche dove rischiano di soffocare per colpa dei sacchetti di plastica.

Per risolvere il problema, alcuni partiti nazionalisti pensano di imporre una “tassa sul benessere delle mucche” da devolvere alla costruzione di rifugi da finanziare attraverso una serie di tasse imposte su beni come alcol, pedaggi governativi e organizzazioni rurali e agricole.

Ogni villaggio e centro urbano potrebbe essere dotato di una stalla, gestita da enti governativi locali, per ospitare 1.000 animali ai quali poi apporre etichette RFID (radio frequency identification) per poterli così identificare facilmente e tenere sotto controllo.

 

Il Gioco del Lotto non estraeva solo numeri

 

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ll Gioco del Lotto è un gioco d’azzardo che consiste nell’estrazione di cinque numeri tra 1 e 90 con premio per coloro che ne indovinano almeno uno. Senza dubbio esso deriva dalla pratica delle lotterie.

A Milano nel 1448 esistevano le cosiddette borse di ventura, che in sostanza possono ritenersi un primo abbozzo delle scommesse caratterizzanti il vero lotto. Il primo banco del Lotto ci fu però nel 1528 a Firenze e poi il gioco fu chiamato a Genova, nel 1576, il Gioco del Seminario ed era molto più simile a quello di oggi.

Andrea Doria infatti permise di scommettere su cinque nomi, tra i 120 di nobili genovesi, per individuare quelli che sarebbero entrati nel Serenissimo Collegio. Da Genova il gioco arrivò poi in tutta la penisola adattandosi nei vari Stati alle tradizioni del luogo.

Milano fu una delle prime città a istituirlo nel 1665 mentre a Venezia fu istituito nel 1733, anche se già dalla metà del ‘600 il Senato organizzava una lotteria con premi in immobili chiamata Lotto del Ponte di Rialto.

A Roma lo Stato pontificio abbinò il gioco alla beneficenza anche se, a seconda dei Papi eletti, venne osteggiato per questioni morali. Infatti il Papa Benedetto XII nel 1728 minacciò di scomunica i giocatori mentre nel 1731 il gioco fu reintrodotto da papa Clemente XII.

A Napoli il Lotto trovò particolare terreno fertile e il 9 settembre 1682 fu fatta la prima estrazione di cinque numeri, 11-14-20-34-52, che restarono nella storia anche se l’introduzione definitiva del gioco avvenne solo nel 1735 con i Borbone.

Verso la metà del XVII secolo in Italia, e in particolare a Torino, si diffuse la pratica del Lotto delle Zitelle. A quei tempi potevano ambire alle nozze le ragazze benestanti mentre le più povere spesso non potevano arrivare alle nozze. Il Lotto delle Zitelle, modificando la formula del Gioco del Seminario, permetteva di giocare non sui candidati alle cariche politiche ma sui nomi delle ragazze povere.

Ogni numero era abbinato a una di loro e a seconda delle estrazioni cinque sorteggiate venivano premiate con una dote pari a cento lire. La variante delle Zitelle ottenne il benestare anche del re Carlo Emanuele II che iniziò a stilare personalmente la lista delle cento ragazze. Questa versione del gioco riscosse grande fortuna non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e addirittura in Francia venne promosso da Giacomo Casanova.

Dopo l’unità d’Italia il gioco passò in gestione alla Stato e prese il nome ufficiale di Gioco del Lotto e dal 1863 il Lotto entrò a far parte delle entrate nel bilancio statale e i profitti furono destinati alla realizzazione di opere pubbliche. Solo dalla metà degli anni novanta la gestione è passata a Lottomatica.