Anno 2020: nati sotto il segno del Topo

O_topo

Il Capodanno cinese, tenuto conto che il calendario in Cina è basato sui cicli della Terra legati soprattutto alla Luna, cade in corrispondenza del primo novilunio dell’anno. Indicativamente quindi in una data compresa tra il 21 gennaio e il 19 febbraio, perché ci sono degli anni che vengono considerati di 13 mesi e quindi quello che per noi sarebbe il primo novilunio, per i cinesi è l’ultimo dell’anno.

Nel 2020 il Capodanno cinese cadrà in corrispondenza del 25 gennaio del calendario gregoriano e verrà festeggiato in Cina, Vietnam, Corea, Mongolia, Nepal, Bhutan, Taiwan, Giappone, Singapore e Malaysia. Nonostante sono riconosciuti solo alcuni giorni festivi, i festeggiamenti durano di solito un paio di settimane.

Nei giorni precedenti alla festività viene inoltre pulita la casa, per spazzare via la sfortuna, l’abitazione viene decorata con nastri rossi e vengono mangiati solitamente piatti di pesce e jiaozi, che sono gli involtini tipici della festa che hanno ispirato anche il nome di un personaggio del manga Dragon Ball. Il Tet è il nome specifico del capodanno vietnamita e ancora si ricorda la mancata tregua del Tet durante il conflitto tra Vietnam e Stati Uniti.

Nella prima giornata di festa si invocano le divinità e c’è la parata con la maschera del leone, che viene simbolicamente inseguito dalla folla, con tanto di paramenti rossi e fuochi d’artificio. In realtà non si tratta di un leone, ma di un mostro di nome Nian che emerge dalla sua tana una volta all’anno per cibarsi di esseri umani ma che si spaventa facilmente alla vista del rosso e per i forti rumori.

Nel quindicesimo giorno di festività poi c’è la festa delle lanterne, in cui si esce di casa con lanterne rosse accese, poste anche al di fuori delle abitazioni come guida agli spiriti beneauguranti.

Ogni anno cinese è contrassegnato da un animale e da un ramo terrestre. Il ramo terrestre che caratterizza l’anno che inizia il 25 gennaio 2020 e finisce il 12 febbraio 2021 è 子 (Zi), cioè «figlio», mentre l’animale dell’astrologia cinese di quest’anno è il Topo. L’elemento naturale attributo del topo per quest’anno è invece il Metallo.

L’animale Topo, che è il primo segno dello zodiaco cinese, rappresenta la prosperità materiale, quindi il denaro, e per questo motivo è foriero di ricchezza, ma porta anche al tempo stesso fascino, ordine, morte, guerra, peste e atrocità.

Il Topo è un segno caratterizzato da un forte fascino, le persone sono molto pratiche e passionali, nel lavoro amano eseguire tutto alla perfezione e non si lasciano facilmente schiacciare dagli altri. Hanno grandi abilità di comando ed amano organizzare le cose nei minimi dettagli. Una delle caratteristiche fondamentali di questo segno è l’intelligenza, l’astuzia e la forza di volontà e l’amore dei soldi e del potere.

Appaiono molto attraenti anche se tendono a essere molto selettivi e scelgono pochi amici veri e fidati. Sorrisi e fascino, nascondono anche una certa ostinazione e  i nati sotto questo segno cercano di ottenere le cose a qualsiasi costo.

I Topi sono pericolosi calcolatori e possono arrivare a essere crudeli se necessario. La loro onestà nei rapporti con gli altri, gli permette di affezionarsi alle persone in maniera totalmente unica. I segni con cui vanno d’accordo sono: Scimmia, Drago e Toro.

I dodici animali dell’astrologia cinese appartengono alla tradizione cinese. Ogni animale ha un valore simbolico diverso da quello occidentale. Ad esempio, il segno cinese del Serpente rappresenta la saggezza e quello della Tigre la difesa del prossimo in difficoltà e dell’orfano.

Il segno cinese è legato alla propria data di nascita. Ogni dodici anni i segni si ripetono, ciclicamente. A differenza dell’astrologia occidentale, il segno è definito dall’anno di nascita e non dal giorno e il mese. 

Il segno Carattere
Anno di nascita  
Topo Ambizioso
1936, 1948, 1960, 1972, 1984, 1996, 2008
Bufalo Perspicace
1937, 1949, 1961, 1973, 1985, 1997, 2009
Tigre Idealista
1938, 1950, 1962, 1974, 1986, 1998, 2010
Coniglio Sensibile
1939, 1951, 1963, 1975, 1987, 1999, 2011
Dragone Responsabile
1940, 1952, 1964, 1976, 1988, 2000, 2012
Serpente Intuitivo
1941, 1953, 1965, 1977, 1989, 2001, 2013
Cavallo Talentuoso
1942, 1954, 1966, 1978, 1990, 2002, 2014
Capra Generoso
1943, 1955, 1967, 1979, 1991, 2003, 2015
Scimmia Intelligente
1944, 1956, 1968, 1980, 1992, 2004, 2016
Gallo Coraggioso
1945, 1957, 1969, 1981, 1993, 2005, 2017
Cane Affettuoso
1946, 1958, 1970, 1982, 1994, 2006, 2018
Maiale Onesto
1947, 1959, 1971, 1983, 1995, 2007, 2019

Ciascun segno astrologico cinese è associato allo Ying e allo Yang:

• Il Bufalo, il Coniglio, il Serpente, la Capra, il Gallo e il Maiale sono i segni in cui prevale la componente Yin.
• Il Topo, la Tigre, il Drago, il Cavallo, la Scimmia e il Cane sono i segni in cui prevale la componente Yang.

 

Grace O’Malley, la regina del Mare di Connemara

Risultati immagini per Grace O'Malley,

Grace O’Malley, (1530 circa – 1603, Rockfleet Castle) conosciuta come Granuaile o Gráinne Mhaol  o “La regina del Mare di Connemara”, è un personaggio rilevante delle leggende irlandesi e della storia irlandese del ‘500.

Grace, figlia del capo del Clan degli O’Malley, nacque quando Enrico VIII era sul trono d’Inghilterra e il  governo inglese lasciava  i principi e i signori irlandesi semi-autonomi. Gli O’Malley erano una famiglia di mare che tassava tutti coloro che pescavano sulle loro coste, compresi quelli che venivano dall’Inghilterra.

Secondo la leggenda, da giovane Grace O’Malley voleva partire con il padre per la Spagna, ma, quando egli le disse che era impossibile perché i suoi lunghi capelli si sarebbero impigliati alle corde della nave, lei se ne tagliò una parte per spingerlo a prenderla con sé, guadagnandosi così l’appellativo di “Gráinne Mhaol (in irlandese Mhaol significa calvo o con pochi capelli ).

Grace si sposò sedicenne con Donal an Chogaidh (Donal della Battaglia) O’Flaherty, erede al titolo di capo degli O’ Flaherty. Da lui ebbe tre figli: Owen, gentile e generoso, Margaret, femminile ma scontrosa, e Murrough amante della guerra e maschilista.

La giovane sposa  legata al marito da un matrimonio di convenienza e non d’amore, seppe tuttavia guadagnarsi il rispetto degli uomini del clan degli O’ Flaherty, prendendo parte attiva ai loro traffici e, secondo fonti accreditate, sottraendo al marito il comando della flotta, e ottenendo una posizione di inusuale spicco per l’epoca.

Dopo che il marito venne ucciso in battaglia, O’Malley si stabilì nel castello di Clare Island nella Contea di Mayo e poi si sposò una seconda volta con Richard-un-Iarainn Burke, Richard-in-Iron in inglese, soprannominato così perché portava sempre una cotta di maglia. Era il proprietario del castello di Rockfleet, vicino a Newport.

Secondo tradizione i due si sposarono sotto la Legge Bretone e cioè di sicuro per un anno ma poi quando l’anno scadde e O’Malley divorziò da Burke tenendosi il castello, essi rimasero sposati fino alla morte del marito.

Insieme ebbero un figlio, Tibbot Burke Tiobóid, soprannominato Tibbot na Long (Tibbot delle Navi) in quanto nato sulla nave di O’Malley perché ella voleva trasmettergli la sua passione per il mare. Egli fu nominato successivamente Visconte di Mayo.

O’Malley ingaggiò un’attività rivoluzionaria nei confronti della corona inglese e allora il suo castello di Clare Island venne attaccato da una flotta che però lei mise in fuga. Poco tempo dopo O’Malley fu catturata e poco dopo rilasciata .

Si narra che nel 1576 O’Malley tentò di fare una visita di cortesia a Howth Castle, casa dell’ottavo Barone di Howth ma la famiglia era a cena e i cancelli del castello le furono chiusi in faccia. Per ritorsione, fece rapire il figlio ed erede del Barone, che venne rilasciato sotto la promessa di tenere i cancelli sempre aperti ai visitatori inaspettati, e di mettere un posto in più durante ogni pasto. Ancora oggi questo accordo viene mantenuto dalla famiglia dei St.Lawrence, proprietari di Howth Castle.

In Irlanda il potere inglese era aumentato e nel 1593, quando i suoi figli, Tibbot Burke e Morrough O’Flaherty, ed il suo fratellastro, Donal-na-Piopa, furono fatti prigionieri dal Sir Bingham, Governatore inglese, O’Malley salpò verso l’Inghilterra per proporre alla regina Elisabetta I una petizione per il loro rilascio.

Le due donne giunsero ad un accordo, O’Malley cessò il suo appoggio alle ribellioni irlandesi e agli atti di pirateria contro la Gran Bretagna e la regina rimosse il Governatore.  La loro discussione fu condotta in Latino, poiché O’Malley non conosceva l’inglese e la regina Elisabetta non parlava l’irlandese.

O’Malley si presentò a Elisabetta indossando un elegante abito, circondata dalle guardie e dai membri della Corte ma si rifiutò di inchinarsi per prima di fronte ad Elisabetta poiché non la riconosceva come Regina d’Irlanda. Si narra anche che le guardie del corpo, dopo una perquisizione, le avessero trovato tra le vesti un pugnale ma O’Malley disse alla regina che era solo per la sua difesa personale.

Alcuni riportano anche che Grace avesse starnutito e che una dama le avesse porto un fazzoletto ricamato. Ella si soffiò il naso e poi gettò il fazzoletto tra le fiamme di un vicino caminetto dicendo che in Irlanda, contrariamente a quanto avveniva in Inghilterra, erano disapprovate le persone che tenevano una stoffa sporca sulla propria persona.

Ottenne il rilascio dei figli ma non le altre richieste, come la restituzione del bestiame confiscato, e anzi dopo poco Elisabetta rese a Sir Bingham il suo ruolo in Irlanda. Dopo il ritorno di Bingham, che prese come un affronto, Grace tornò a supportare le varie rivolte dei Nobili irlandesi.

O’Malley tornò così alla vecchia vita di pirata, sebbene apparentemente conducesse i suoi attacchi solo contro i nemici dell’Inghilterra, durante la Guerra dei Nove Anni. Molto probabilmente morì nel 1603, a Rockfeet Castle, lo stesso anno di Elisabetta I.

Le nascite in Italia

nascite

 

Io penso di vedere qualcosa di più profondo, più infinito, più eterno dell’oceano nell’espressione degli occhi di un bambino piccolo quando si sveglia alla mattina e mormora o ride perché vede il sole splendere sulla sua culla.”
(Vincent Van Gogh)

Le donne di Giulio Cesare

Risultati immagini per caio giulio cesare e le donne

Gaio Giulio Cesare (Roma 101 o 100 a.C. – Roma 44 a.C.) è stato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia ed ebbe un ruolo fondamentale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quello imperiale. Fu dittatore (dictator) di Roma alla fine del 49 a.C. e dal 44 a.C. fu dittatore perpetuo e per questo ritenuto da Svetonio il primo dei dodici Cesari, in seguito sinonimo di imperatore romano.

Giulio Cesare fu però anche un grande donnaiolo che ebbe, oltre a tre mogli, molte amanti scelte anche fra le consorti e le figlie di avversari politici, di amici e alleati. Nell’83 a.C., Cornelia all’età di tredici anni sposò il diciottenne Cesare e quando il dittatoreLucio Cornelio Silla comandò a Cesare di ripudiarla, egli si rifiutò di farlo e riuscì ad evitare la rappresaglia di Silla grazie all’intervento di alcuni personaggi particolarmente influenti. Cornelia ebbe da Cesare la figlia Giulia nel 76 ma poi morì di parto all’età di venticinque o ventisei anni.

Cornelia in vita fu amata ma anche tradita dato che Cesare fu l’amante di Postumia, moglie di Servio Sulpicio, di Lollia, moglie di Aulo Gabinio, di Tertulla, moglie di Marco Crasso, e di Mucia, sorellastra di Nepote e moglie del generale Gneo Pompeo. Quest’ ultimo tradimento spinse Pompeo a ripudiare la moglie consentendo a Cesare di combinare il matrimonio della sua amatissima figlia Giulia, utilizzata come pedina politica, con lo stesso generale.

La relazione più longeva, durata circa venti anni, Cesare la ebbe però con la potentissima Servilia che era sia la sorellastra di Catone Uticense, grande avversario di Cesare, sia madre di Bruto, uno dei suoi assassini e forse anche suo figlio naturale. Cesare fece doni importanti a Servilia che, quando divenne troppo anziana, riuscì a farsi sostituire dalla figlia Terza così da mantenere solidi legami con il padrone di Roma.

Cesare intanto dopo Cornelia, morta nel 68 a.C., aveva sposato Pompea, nipote di Silla, che gli aveva portato una ricchissima dote. Ripudiata la moglie, perchè scoprì che lo tradiva con Clodio, Cesare sposò in terze nozze, nel 59 a.C. Calpurnia, figlia del senatore Lucio Calpurnio Pisone suo potente alleato. Nonostante i tradimenti il matrimonio durò fino alle idi di marzo, giorno in cui Cesare fu assassinato.
Sedici anni aveva Calpurnia, quando il padre si accordò per darla in moglie a Giulio Cesare. Fu una donna discreta e riservata nei quindici anni in cui fu la moglie dell’uomo più potente di Roma, e anche se non riuscì a dargli un figlio, Cesare non pensò mai di divorziare.

Cesare aveva però incontrato Cleopatra nel 48 a.C., quando aveva superato i cinquanta e la donna era una giovane diciottenne. Per la regina d’Egitto il potente romano rappresentava l’unica possibilità per sfuggire a una congiura che mirava a eliminarla per porre sul trono il fratello e consorte Tolomeo XIII. Lui, abbagliato dalla sua personalità, dalla straordinaria eloquenza e dal carisma, le garantì il potere e da lei ebbe anche l’unico figlio maschio chiamato Cesarione.

Svetonio racconta anche che il condottiero sarebbe stato anche bisessuale, indulgendo in quello che i Romani chiamavano con disprezzo amore greco, ricordando la predilezione che il re di Bitinia, Nicomede IV aveva dimostrato a Cesare durante una missione diplomatica presso la corte orientale, avvenuta quando Cesare aveva poco più di 20 anni.

Negli anni successivi, infatti, gli avversari ricamarono sul soggiorno di Cesare regina di Bitinia presso Nicomede, a sua volta apostrofato come stuprator di Cesare. Il generale non si scrollò mai di dosso quel peccato di gioventù: Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha sottomesso lui, erano soliti cantare i suoi soldati.

Abele di Blasio ed i tatoo dei camorristi

Risultati immagini per abele di blasio tatuaggi  dei camorristi

Molti anziani non amano i tatuaggi perchè fino a pochissimi decenni fa il tattoo era un marchio d’infamia perché tradiva e rivelava a tutti la frequentazione delle patrie galere da parte di chi aveva i tatuaggi.

A Napoli ci fu uno studioso che si dedicò a classificare, riconoscere e analizzare i significati dei messaggi che li caratterizzavano e che rappresentavano la sottocultura carceraria degli ultimi decenni dell’Ottocento.

Abele de Blasio, (Guardia Sanframondi, vicino Benevento, 1858 – Napoli, 1945) fu docente di antropologia criminale all’Università di Napoli ed ebbe una collaborazione intensa con le forze dell’ordine facendosi promotore del primo Gabinetto scientifico di Polizia. Utilizzò nelle sue ricerche il metodo descrittivo, fotografico ed antropometrico che già in Francia veniva praticato da Alphonse Bertillon.

Si  era laureato in medicina a Napoli, oltre a specializzarsi in chimica farmaceutica e scienze naturali, interessandosi poi di botanica, antropologia, criminologia, paletnologia e etnologia. Fu allievo di Giustiniano Nicolucci  e seguace delle teorie di Cesare Lombroso.

Le sue ricerche, raccolte in oltre duecento pubblicazioni, riguardarono argomenti come la camorra, l’aspetto fisico dei delinquenti redatto sulla base delle teorie lombrosiane, i tatuaggi, le streghe di Benevento, le mummie e vari aspetti dell’omosessualità.

Si occupò inoltre di indagare i modi di vita di categorie disagiate, studiando parallelamente le patologie cliniche che vi si riscontravano con maggiore frequenza, e mise a confronto i comportamenti animali con quelli umani .

Dei marchi sulla pelle dei detenuti, de Blasio parla nel libro  “Usi e Costumi dei Camorristi” pubblicato a Napoli nel 1897 in cui lo studioso catalogò i tatuaggi di 287 camorristi ed individuò ben dodici categorie di tatuaggi.

Nelle carceri napoletane i detenuti si tatuavano soggetti che riguardavano la religione e quindi tante Madonne dell’Arca, l’amore, i nomignoli, la vendetta, la  graduazione che contrassegnava l’affiliazione e lo status all’interno di gruppi criminali, il disprezzo, la professione come riconoscimento tra ladri, grassatori e guappi, la bellezza, le date memorabili, le oscenità e il simbolismo che spesso riprendeva animali fantastici.

Tra i camorristi i tatuaggi erano pertanto di rigore ed erano un segno di appartenenza a questa società e  quelli sul dorso della mano indicavano il rango del tatuato e rendevano manifesto il potere di un membro. Inoltre a seconda della posizione sul corpo, erano palesi se comparivano su mani e braccia o come nei di bellezza, diffusi soprattutto tra prostitute e femminielli, e occulti se tatuati nelle parti abitualmente coperte dai vestiti.

Nel giro di qualche decennio però cominciò ad essere applicato un paradigma criminale per delineare le caratteristiche comportamentali di tutto un popolo e nacquero così  le ingiustificate semplificazioni napoletano=camorrista. Avvenne cioè la trasformazione delle differenze, che contraddistinguono una massa di individui, in una semplificazione che le racchiudeva tutte. Non a caso il libro di De Blasio sulla camorra aveva una entusiastica prefazione di Lombroso.

L’impostore Taxil ed il rito palladiano

Risultati immagini per taxil

Léo Taxil, che si chiamava in realtà Marie Joseph Gabriel Antoine Jogand-Pagès (Marsiglia 1854 – Sceaux 1907), è stato uno scrittore e giornalista francese famoso perchè aveva sostenuto che la massoneria adorasse il diavolo e che questi ogni tanto apparisse presso le logge.

Secondo i suoi racconti, una adepta statunitense pentita gli aveva rivelato i segreti del Palladismo, che era il culto massonico di Lucifero, e per questo il Papa Leone XVIII  lo incoraggiò nell’attività antimassonica.

Già in passato nel 1738 era uscita la bolla papale di Clemente XII che condannava la massoneria e nel 1814 Vittorio Emanuele di Savoia, con un decreto, aveva proibito le associazioni segrete ed in particolare la massoneria.

Il gesuita Augustin Barruel attribuì alle logge persino la responsabilità della Rivoluzione francese contribuendo all’idea dell’esistenza di una cospirazione massonica universale contro la religione e l’ordine stabilito. Dal 1825 in poi le nuove condanne dei Papi cominciarono ad identificare apertamente i massoni con Satana.

A seguito della perdita dello Stato pontificio da parte del Regno d’ Italia e la nascita della terza repubblica in Francia, che aveva una impronta molto laica, la Chiesa addebitò inoltre alla  massoneria, che era anticlericale, le responsabilità del degrado morale delle popolazioni. E così dopo l’enciclica di Leone XIII del 1884, iniziò una campagna internazionale contro i massoni alla quale partecipò anche Taxil.

Taxil era un giornalista di tendenze anticlericali e blasfeme che aveva fatto parte, per poco tempo, di una loggia del Grande Oriente di Francia dalla quale era stato espulso con una accusa di plagio.

Si dichiarò pentito di essere stato un massone, fece ritorno al cattolicesimo e pubblicò vari libri sui segreti, anche scabrosi, della confraternita. I libri furono tutti pubblicati nel 1886 e, tradotti in varie lingue, ebbero molto successo.

Nei libri descrisse anche il rito palladiano, un culto satanico riservato agli alti gradi della gerarchia massonica. Prevedeva l’apparizione di Lucifero a volte anche in forme fantasiose tanto che in un caso aveva assunto le sembianze di un coccodrillo che suonava il pianoforte. In realtà non esistevano le confidenze della adepta pentita di nome Diana Vaughan, che era solo una segretaria, perchè Taxil si era inventato tutto.

Fu accolto anche con onore al primo Congresso internazionale antimassonico del 1896 ma alla fine, incalzato dalle domande di molti scettici, nel 1897 dopo 10 anni confessò l’impostura.

La durata ed il successo della menzogna erano dipesi, con ogni evidenza, molto più dalla disponibilità e dai pregiudizi delle persone e della Chiesa che dalla sua bravura. Non a caso nel romanzo Il cimitero di Praga, uscito nel 2010, Umberto Eco mette in bocca al marsigliese:

“La caratteristica principale della gente è che è disposta a credere a tutto”.

Taxil è inoltre citato da James Joyce nelle memorie parigine del romanzo Ulisse, in particolare per il suo libro irreverentissimo La Vie de Jésus che era stato decantato a Joyce dal giovanissimo Patrice, figlio del fuoruscito irridentista irlandese Kevin Egan, detto “Kevin di Parigi”.

Philogelos, antologia umoristica degli antichi romani

Risultati immagini per philogelos testo

Ogni popolo ha il suo senso dell’umorismo e lo spirito caustico degli antichi romani rifletteva il carattere insolente e sarcastico dell’originaria comunità di contadini e soldati. Nell’antica Roma pertanto scherzi e battute facevano parte della quotidianità e non risparmiavano nessuno.

I romani davano un tocco umoristico anche al cognome che spesso si riferiva a qualche caratteristica, anche fisica, di famiglia. Ad esempio Cicerone viene da “cicer o cece” forse perché i suoi antenati coltivavano ceci oppure perché il capostipite aveva un’escrescenza sul volto simile ad un cece.

Anche agli imperatori venivano affibbiati nomignoli scherzosi: i commilitoni di Tiberio, quando egli era  ancora un soldato, lo prendevano in giro storpiando il suo nome Tiberius Claudius Nero, in Biberius Caldius Mero, che alludeva alla sua natura di gran bevitore, amante del vino caldo e puro (merum).

I legionari prendevano in giro i generali nei carmina triumphalia, i canti che accompagnavano le sfilate degli eserciti vittoriosi attraverso il centro di Roma. Durante la parata trionfale del 46 a.C. di Giulio Cesare, i suoi soldati intonarono:  “cittadini, sorvegliate le vostre donne, vi portiamo il calvo adultero”, in allusione alla vita dissoluta di Cesare e alla sua calvizie. Vi erano anche riferimenti maliziosi ad una sua presunta relazione omosessuale con il re di Bitinia: “Cesare sottomise le Gallie, Nicodeme sottomise Cesare”. L’obiettivo probabilmente era anche quello di evitare gli eccessi di superbia del generale vincitore.

Cicerone  quando vide suo genero Lentulo, basso di statura, con una lunga spada appesa in vita esclamò: “chi ha legato mio genero a quel ferro?”. Su una matrona romana attempata, che dichiarava di avere solo una trentina di anni, Cicerone inoltre commentò: “Dev’essere senz’altro vero, sono già vent’anni che glielo sento ripetere”.

L’imperatore Augusto al gobbo console Galba, che lo aveva invitato a correggerlo nel caso in cui avesse commesso degli errori, rispose che avrebbe anche potuto correggerlo ma non certo raddrizzarlo.

È famosa una battuta pronunciata da un provinciale: «Era arrivato a Roma un uomo che assomigliava molto all’imperatore e aveva attirato l’attenzione di tutti. Augusto ordinò che l’uomo fosse condotto al suo cospetto. Dopo avergli dato un’occhiata, gli chiese, “Dimmi, giovanotto, tua madre è mai stata a Roma?” “No, rispose questi. Poi, non contento, aggiunse, “Ma mio padre sì, spesso”». Augusto, in altre parole, era il tipo d’uomo che accettava una battuta anche sui princípi del potere patriarcale romano e quindi sulla sua stessa paternità.

A volte venivano invitate ai banchetti anche persone con disabilità fisiche come nani o gobbi, o intellettuali affinchè i loro intermezzi suscitassero le risa dei commensali. Domiziano assisteva agli spettacoli dei gladiatori in compagnia di un giovane dal cranio piccolo e deforme, che si sedeva ai suoi piedi vestito di rosso e conversava con lui tra il serio e il faceto.

Anche le menomazioni fisiche e mentali potevano essere oggetto di scherno ma, in una delle sue lettere, Seneca cita Arpaste, una serva matta ereditata dalla prima moglie “che non sa di essere cieca (…) e dice che la casa è buia”. Il filosofo afferma con umanità che è contrario a ridere delle miserie della gente e aggiunge: “Se voglio divertirmi con un pagliaccio, non devo cercare lontano: rido di me”.

Nei graffiti sui muri degli edifici di Pompei abbondano scherzi, invettive e caricature d persone reali. I clienti scontenti di una pensione scrivono per esempio: “Abbiamo pisciato a letto. Lo confesso, ospite abbiamo sbagliato. Ma se mi chiedi perché rispondo: non c’era un orinale”.

Solo tra il IV e il V secolo d.C. fu fatta una vera e propria raccolta di barzellette scritta in greco che si intitola Philogelos, cioè  “l’amante della risata”, che contiene circa 270 barzellette di vario tipo. Alcune hanno come protagonisti gli abitanti di Abdera, che si trovava nella Grecia settentrionale, anticamente considerati gli stupidi per antonomasia insieme ai cumani. Ma i protagonisti sono anche eunuchi, falsi indovini e misogini.

Alcuni esempi di barzellette contenute nel Philogelos, :

” Un indovino incompetente predice a un uomo il suo futuro e gli dice che non potrà avere figli. Quando l’uomo ribatte che ne ha già sette, l’indovino replica: “Ma li hai guardati bene?”

” Un abitante di Abdera vede un eunuco conversare con una donna e gli chiede se è sua moglie. Quando quello gli risponde che gli eunuchi non possono avere donne, l’abderita replica: “Allora dev’essere tua figlia”.

“Un uomo si lamenta con un intellettuale perché lo schiavo che gli ha venduto è morto. Questi gli risponde: “Che strano finché ce l’avevo io non è mai successo”.