Il sosia o doppelganger

Si cerca il sosia di Vincent Van Gogh C'è un mandellese tra i più quotati -  Cronaca, Mandello del Lario

Il sosia è colui che presenta una somiglianza fisica con un’altra persona e se il sosia è un personaggio vissuto in un’epoca precedente si tratta di cronopareidolia. Questo tema era molto in voga durante il Romanticismo e nelle opere appariva spesso un gemello maligno che alla fine riceveva un trattamento drammatico.

La parola sosia deriva da un personaggio della commedia Anfitrione del poeta latino Plauto. Egli narrò che un giorno il dio Giove si era innamorato di Alcmena, la fedele moglie di Anfitrione re di Tebe e, approfittando del fatto che il re fosse in guerra contro i Tebani, si introdusse di notte nel suo palazzo assumendo le sembianze dello stesso sovrano. Il dio Mercurio lo aiutò vestendo i panni di Sosia, il fedele servo di Anfitrione e così i due riuscirono ad ingannare Alcmena che, credendolo suo marito, trascorse una notte d’amore con Giove.

Tra il XX e il XXI secolo, il sosia è divenuto anche una vera e propria attività lavorativa poichè le persone che hanno una qualche rassomiglianza fisica con personaggi celebri, imparano a vestirsi, muoversi e comportarsi come loro tanto da venir chiamati ad impersonarli in cerimonie, spettacoli, pubblicità, inaugurazioni o manifestazioni.

Già la sapienza popolare affermava che ognuno di noi ha un doppelganger, passando per millenni dall’immaginazione alle creazioni letterarie, tuttavia è naturale chiedersi se ciò abbia delle fondamenta di verità, dato che su questo pianeta siamo in 7 miliardi di abitanti.

A tal proposito Teghan Lucas, all’Università di Adelaide, ha tentato un esperimento per scoprire se un innocente può essere erroneamente confuso per un criminale semplicemente in base alla somiglianza dei tratti somatici.

Si è armata di fotografie del personale dell’esercito americano, arrivando a 4000 soggetti di cui ha misurato la distanza fra i tratti chiave, come gli occhi e le orecchie. Successivamente ha calcolato la probabilità secondo cui le facce delle due persone avrebbero coinciso. Le probabilità di condividere solo otto dimensioni con qualcun altro, ovvero di avere un sosia, sono meno di una su un trilione. Perciò, secondo la popolazione terrestre attuale, c’è una possibilità su 135 che esista una coppia singola di doppelganger.

E’ quindi quasi impossibile ma i casi della vita sono infiniti e chi trova il suo sosia vive un’esperienza unica nel suo genere. Altri scienziati affermano però che spesso sia il modo di essere dell’altro e la somma delle sue parti che ci fa affermare di aver visto un sosia, non tanto l’esatta somiglianza fisica.

Perciò, se si ritiene che i piccoli dettagli siano poco importanti a riguardo, allora le probabilità di avere un sosia aumentano. Infatti, molto del riconoscimento è influenzato dal modo in cui le facce sono immagazzinate dal cervello umano, poiché vengono riconosciute più come una mappa che come un’immagine.

Un caso particolare di sosia è quello legato alle vicende dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein il quale, per timore di attentati in occasione delle sue apparizioni pubbliche utilizzava un sosia. Dall’analisi delle caratteristiche antropometriche sulle fotografie, si sospetta l’utilizzo di addirittura quattro diversi sosia nelle varie occasioni.

Il sosia è anche il titolo di una celebre opera di Dostoevskji che racconta lo sdoppiamento psichico del protagonista che lo conduce alla follia attraverso la scissione dell’io, lo scontro tra un io goffo, impacciato, tormentato e eternamente perseguitato ed un io sfrontato, aggressivo, covo dell’inespressa “bassezza” che si annida nel profondo. 

Giorni perduti

Giorni perduti

ingannando il tempo

che attendeva disteso

ed attorcigliato

ai rami dolenti

come se non avesse

più speranza

di ritrovarci ancora uniti.

Tempo perduto,

tempo rubato,

tempo braccato

dalla tua voglia

di sentirti

dolorosamente

già smarrito o forse

solo per sempre,

lungo i binari della vita,

già deragliato.

Krav Maga combattimento di difesa a corta distanza

Autodifesa? 5 motivi per scegliere il krav maga | Silhouette Donna

Il Krav Maga è un combattimento di autodifesa adottato dalle forze di sicurezza e difesa israeliane negli anni ’50 e consiste in un insieme di tecniche provenienti da boxe, wrestling, aikido, judo, katate, kung fu e combattimento da strada. E’ stato creato negli anni ’30 dall’ungherese-israeliano Imi Lichtenfeld che, grande ginnasta, pugile e campione di lotta libera, alla base teorica aggiunse la sua grande esperienza di lotta di strada maturata in gioventù passata a lottare per la sua vita e quella degli amici nei vicoli del quartiere ebraico di Bratislava in Cecoslovacchia, allora occupato dai nazisti. Alla fine degli anni ’40 egli si trasferì in Palestina e, divenuto ufficiale dell’esercito israeliano, cominciò ad addestrare i soldati al combattimento.

L’espressione krav maga, in ebraico moderno significa “combattimento con contatto/combattimento a corta distanza” ed è costruito senza regole in modo da renderlo il più semplice possibile. L’esigenza era quella di sviluppare un sistema di combattimento efficace ma rapido da apprendere, al fine di addestrare le neonate forze di difesa israeliane. Pensato per l’autodifesa punta all’immediata neutralizzazione dell’avversario, includendo anche quei punti vitali del corpo quali genitali, carotide, occhi etc, ritenuti normalmente intoccabili negli sport da combattimento. Le tecniche di krav maga comprendono quindi calci, pugni, gomitate, leve e proiezioni.

In tempi più recenti è stato ripulito da leve articolari e proiezioni, se non in particolari casi, poiché tali tecniche non si prestano ottimamente a reali situazioni di difesa personale. Inoltre a differenza delle arti marziali tradizionali soprattutto di matrice orientale, il Krav Maga non associa all’insegnamento delle tecniche anche la componente culturale e filosofica dell’etica, né include forme.

Comprende quindi una sintesi armonica di tecniche derivate dalle arti marziali, da sistemi di lotta a mani nude e dal sistema di close combat  o combattimento ravvicinato del Maggiore W.E. Fairbairn, metodo conosciuto col nome di Defendu. L’impostazione privilegiata prevede proprio l’attacco a parti “sensibili” del corpo non ammesse nelle discipline sportive.

Questa impostazione, potrebbe essere fonte di problemi in situazioni di vita quotidiana: infatti l’approccio aggressivo e anticipatorio potrebbero portare a complicazioni di natura penale e per questo, nell’ambito civile della difesa personale, il krav maga viene insegnato da istruttori esperti per essere usato solo in casi estremi di pericolo per la propria vita (violenza da strada, tentativi di stupro, aggressioni a mano armata, ecc.). Nell’addestramento è prevista anche la preparazione per fronteggiare nemici armati, anche con armi da fuoco come pistole e fucili, per cui lo scontro fra due avversari a mani nude è solo una delle possibilità.

A seconda delle scuole possono o meno esserci le cinture ma non esiste un’uniformità nella scelta dei gradi e/o delle uniformi. Esistono versioni solo per i bambini, solo per le donne o versioni avanzate per gli operatori della sicurezza. In alcuni paesi e alcune federazioni esso comprende anche l’insegnamento al poligono di tiro con arma lunga e corta e in assetto da combattimento, sempre comunque a fuoco vero. In Europa è giunto per la prima volta in Francia dopo il 1990, mentre in Italia è stato portato dopo l’anno 2000 ma è ormai diffuso in tutti paesi del mondo, dando vita a numerose scuole.

La formazione può anche comprendere lo sviluppo della comprensione dell’ambiente circostante, della psicologia di uno scontro di strada e della capacità di identificare potenziali minacce prima che si verifichi un attacco. Può anche riguardare modi per affrontare i metodi fisici e verbali per evitare la violenza ogni volta che è possibile. Insegna anche la forza mentale in modo che gli studenti possano controllare l’impulso e non fare qualcosa di avventato e di attaccare solo quando necessario e come ultima risorsa.

Lo stiramento del seno femminile o breast ironing

Lo stiramento del seno: una delle torture inflitte alle bimbe del Camerun -  Futura News - Passionate Journalism

Lo stiramento del seno è una pratica utilizzata per impedire la crescita del seno alle adolescenti e viene attuata allo scopo di rendere i loro corpi meno attraenti per gli uomini . Viene riscontrata in particolare nel Camerun in tutti i 200 gruppi etnici presenti in questo Stato e senza alcuna correlazione evidente con principi religiosi o lo status socio-economico. Questa usanza è stata individuata anche nelle regioni centrali e occidentali dell’Africa, in Guinea- Bissau, Ciad, Togo, Benin, Guinea, Costa d’Avorio, Kenya e Zimbabwe.

La pratica è effettuata in casa dalle donne adulte della famiglia, a volte con l’aiuto di un guaritore, per proteggere le ragazze da molestie sessuali e stupri, per prevenire gravidanze che infangherebbero l’onore della famiglia o anche per permettere alle ragazze di studiare evitando matrimoni precoci.

Le madri, appena vedono spuntare sulle figlie i primi segni della pubertà, decidono che è arrivato il momento di appiattire il loro seno e le vittime sono bambine anche di soli 8 o 9 anni. Per lo stiramento sono utilizzati pestelli di legno, pietre, sassi, spatole, martelli o vecchi ferri da stiro, noccioli di frutta, conchiglie o foglie con proprietà medicinali e questi strumenti vengono prima arroventati su carboni ardenti e poi massaggiati o premuti con forza sul petto. Meno frequentemente sono utilizzate cinture elastiche o bende da tenere strette intorno al petto che però risultano meno efficaci.

Un’indagine effettuata anni fa aveva stimato che quasi una donna su quattro avesse subito questa tortura, peraltro più diffusa nelle aree urbane. L’incidenza di questa pratica sulle donne arrivava fino al 53% nella meridionale Regione del Litorale, cristiana ed animista, dove è situata la città di Duala ed era solo del 10% nel nord musulmano. Probabilmente perchè nel nord i matrimoni sono più precoci e questo elimina la necessità di bloccare lo sviluppo sessuale delle ragazze.

La distruzione del seno può durare da una settimana a diversi mesi, è molto dolorosa e può causare danni ai tessuti portando a volte allo sviluppo di cisti, tumori, infezioni, formazione di ascessi, malformazione o mancato sviluppo di uno o di entrambi i seni in relazione anche alle modalità con le quali viene effettuato lo stiramento. Inoltre può influire anche negativamente sulla futura possibilità di allattare.

I guerriglieri ninjia o shinobi, supereroi dell’epoca feudale giapponese

Chi erano i Ninja del Giappone ? - Watabi

Il colore nero era caratteristico dell’abbigliamento dei macchinisti teatrali giapponesi, detti kuroko, e serviva affinchè il pubblico non vedesse i loro movimenti durante gli spettacoli. Questa uniforme fu associata in seguito all’invisibilità e così i ninja furono rappresentati sempre vestiti di nero in particolare a seguito della ricostruzione di autori durante il periodo Edo (1603-1868).

Lo Shoninki, un trattato del XVII secolo, raccomandava invece ai ninjia di vestirsi non solo di nero ma anche in modo molto comune e quindi anche con i colori blu scuro, marrone e rosso scuro e, se necessario, suggeriva di coprirsi il viso con un panno scuro e di colorarsi la pelle con l’inchiostro.

In giapponese il termine ninjia piò essere pronunciato anche shinobi e questa dicitura indicava i combattenti che agivano di notte o in segreto ma in particolare questo termine era più che altro un aggettivo: un attacco ninjia o shinobi indicava una offensiva a sorpresa o nascosta effettuata da un gruppo di guerrieri che dovevano contrastare forze numericamente superiori con tecniche di infiltrazione e sabotaggio.

Le gesta shenobi erano sensazionali e si diffuse l’idea che esistessero invisibili guerrieri in grado di sconfiggere da soli interi eserciti. In realtà non vi era un corpo militare specifico poichè i signori feudali, sempre in lotta fra loro, utilizzavano i ricognitori o teisatsu che raccoglievano informazioni fingendosi pellegrini o monaci itineranti, i guerriglieri o kisho che attaccavano le vie di rifornimento, gli avamposti o le pattuglie nemiche e gli agitatori o koran che reclutavano scontenti seminando discordia e i kancho che erano delle spie.

Per attuare questi compiti venivano reclutate persone in modo occasionale e quindi anche disertori, bandito o membri delle akuto cioe delle bande che accompagnavano gli eserciti per poter partecipare alle razzie. Questi giravano spesso, senza corazze o armature, con kimoni color cachi e cappelli di paglia, con faretre di bambù sulla schiena, lunghe spade e armi affilate di bambù o legno duro con gruppi di riferimento da 10 o 20 persone. Amavano anche i giochi d’azzardo ed erano ladri provetti.

Quando era necessario fare attacchi più complessi i signori feudali utilizzavano anche guerrieri, samurai esperti di strategie di guerra che erano stati addestrati fin da piccoli alle arti marziali. Secondo il testo L’arte della guerra di Sun Tzu era necessario combattere un nemico già indebolito e sconfitto strategicamente cioè dopo assalti notturni e incendi dei campi militari, taglio dei rifornimenti e attacchi a sorpresa.

Dal XVII secolo nel Giappone, pacificato dagli shogun Tokugawa, non vi era più spazio per i guerrieri feudali ma nacquero tante storie che ne idealizzarono le gesta dipingendoli come guerrieri flessibili, adattabili, furtivi ed invincibili fino a consolidare l’idea nell’immaginario collettivo giapponese che fossero stati i supereroi dell’epoca feudale.

Lavoratrici costrette alla rimozione dell’utero

A Beed, città indiana nello stato del Maharashtra, lavorano molti raccoglitori di canna da zucchero, tra ottobre e marzo di ogni anno, dalle 4 del mattino e per più di 12 ore al giorno sotto il sole e senza alcuna tutela sanitaria. Si riposano alcune ore in tendopoli vicino ai campi, che non sono fornite di servizi igienici, per un guadagno complessivo a stagione tra le 30.000 e 35.000 rupie, ovvero 380 e 450 euro.

Per ogni giorno di assenza è prevista una multa di 500 rupie e non è contemplata la possibilità di avere malattie o malesseri tanto meno se collegati ai cicli mestruali femminili. Una inchiesta ha rilevato che circa 4500 donne lavoratrici, nel corso degli ultimi anni, sono state forzate dal datore di lavoro a rimuovere l’utero per poter lavorare senza interruzioni e di buona lena.

Il numero delle isterectomie in questo territorio ha raggiunto questi livelli tragici e varie ONG hanno allertato le autorità governative regionali che hanno svolto due indagini nel 2018 stabilendo poi che il 36% delle raccoglitrici di canna da zucchero ha subito l’intervento di rimozione dell’utero mentre la media nazionale è solo del 3,2%.

Pare anche che dietro a questi numeri spropositati vi sia anche un sodalizio tra i datori di lavoro e medici che consigliano l’operazione, eseguita poi nell’85% dei casi in una clinica privata, spaventando le donne con il rischio di cancro cervicale per intascare così tra le 20.000 e 40.000 rupie ad intervento, a volte quindi una cifra superiore al guadagno stagionale delle lavoratrici. Spesso inoltre molte donne, dopo l’operazione, vanno incontro ad infezioni e a complicazioni sanitarie.

La maggior parte dei datori di lavoro nega ogni addebito sostenendo che siano le donne a volersi operare per non perdere giorni di lavoro ma anche in tal caso esse non dovrebbero mai essere messe nelle condizioni di dover scegliere tra il loro diritto a riprodursi ed alla salute e l’unico guadagno possibile per la sopravvivenza della famiglia.

“Bambino” di Alda Merini

Bambino

Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.

I mille orizuru a forma di gru di Sadako Sasaki, simboli di pace

I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono due attacchi nucleari operati sul finire della seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti in Giappone per accelerare la fine del conflitto. Il mattino del 6 agosto 1945 alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki.

La prima bomba atomica causò la morte istantanea di 70mila persone e venne rasa al suolo un’area di 11,4 chilometri quadrati, con il 67% di tutti gli edifici di Hiroshima completamente distrutti. La seconda bomba atomica su Nagasaki causò la morte immediata di 40mila persone.

Oltre alla morte immediata di migliaia di persone, queste bombe atomiche produssero una serie di conseguenze terribili che, per lungo tempo, segnarono tutta l’area. Moltissime persone, infatti, morirono entro un anno dal bombardamento per colpa delle radiazioni e delle bruciature causate e altrettanti giapponesi sono morti negli anni successivi per leucemia, cancro o malformazioni alla nascita dovute proprio alle radiazioni che erano state rilasciate.

La piccola Sadako Sasaki (Hiroshima 7 gennaio 1943- 25 ottobre 1955) stava giocando con il fratello in un parco situato a circa 1,7 chilometri di distanza dal luogo dell’esplosione ma lo spostamento violento d’aria dovuto al bombardamento la scaraventò lontana. Suo fratello la ritrovò apparentemente illesa tanto che crescendo divenne brava nel ciclismo.

Però nel 1954, all’età di undici anni, dopo la vittoria di un’importante gara di bicicletta, tornò a casa stremata e dopo poco tempo le fu diagnosticata una grave forma di leucemia come conseguenza delle radiazioni che l’avevano colpita.

Venne ricoverata e durante la degenza suo fratello le parlò di un’antica leggenda secondo la quale chi fosse riuscito a creare mille orizuru, cioè origami a forma di gru, avrebbe potuto esprimere un desiderio e per invogliarla le costrui la prima gru. Sadako continuò nella speranza di poter tornare presto a gareggiare e perché desiderava e credeva che così avrebbe posto fine a tutte le sofferenze, avrebbe curato tutte le vittime del mondo e avrebbe portato loro la pace.

Durante i quattordici mesi trascorsi in ospedale, la ragazzina realizzò gru con qualsiasi carta a sua disposizione impiegando anche le confezioni dei suoi farmaci e la carta da imballaggio dei regali degli altri pazienti, però purtroppo morì la mattina del 25 ottobre 1955.

Secondo una versione della sua storia, Sadako prima di morire riuscì a completare solo 644 gru e le restanti 356 sarebbero state aggiunte dai suoi amici ma tutte le mille gru furono sepolte con lei. Dopo la sua morte, i suoi amici e compagni di scuola pubblicarono una raccolta di lettere al fine di raccogliere fondi per costruire il Monumento alla pace dei bambini in memoria sua e degli altri bambini morti in seguito alla bomba atomica di Hiroshima.

Nel 1958, fu collocata al Parco del Memoriale della Pace della città una statua raffigurante Sadako mentre tende una gru d’oro verso il cielo con, ai suoi piedi, una targa con incisa la frase:

«Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo».

È possibile, per i visitatori, come ricordo di Sadako e come simbolo di pace, lasciare una gru di carta in una grande urna, unitamente a un messaggio.