Ganimede, la luna di Giove con un oceano salatissimo

Ganimede è una delle sette lune di Giove ed è il satellite più grande del Sistema Solare in quanto è maggiore di Mercurio e di Plutone ed è di poco più piccolo di Marte, anche se però ha solo la metà della sua massa. Quindi se orbitasse attorno al Sole, questa luna potrebbe essere classificata come un pianeta. L’età di Ganimede è stimata in circa 4,5 miliardi di anni, circa la stessa di Giove.

Orbita a una distanza di circa 1 070 400 km e impiega circa sette giorni terrestri ad effettuare una orbita completa. Questa luna è molto fredda poiché le temperature medie diurne sulla sua superficie sono comprese fra -112 e -182 gradi, mentre di notte scendono a -193 gradi. Sono state trovate prove di una sottile atmosfera di ossigeno insufficiente però a sostenere la vita e pertanto è improbabile che la superficie ospiti organismi viventi.

Ganimede è l’unico satellite del sistema solare ad avere una magnetosfera, che invece è presente in tutti i pianeti, e cioè una regione in cui vengono intrappolate o deviate le particelle cariche. In particolare la sua magnetosfera è interamente incorporata all’interno di quella di Giove.

Ganimede è stata scoperta da Galileo Galilei il 7 gennaio 1610 insieme ad altre tre lune di Giove e questo ritrovamento portò alla comprensione del fatto che i pianeti orbitano invece attorno al Sole.

Galileo battezzò questa luna Giove III o “terzo satellite di Giove” e solo a metà del 1800 fu ribattezzata Ganimede, divenendo così l’unico satellite ad essere intitolato ad una figura mitologica di sesso maschile. Nella mitologia greca Ganimede era un principe troiano che Zeus, travestito da aquila, rapì e condusse sull’Olimpo, dove divenne coppiere degli dei e amante dello stesso Zeus.

Probabilmente anche Ganimede ha un oceano sotto alla sua superficie ghiacciata, che potrebbe essere un luogo potenziale per la vita, che è più salato degli oceani della Terra e l’acqua potrebbe avere una profondità di 100 km. L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha in programma una missione sulle lune ghiacciate di Giove verso il 2030 e fra le osservate speciali ci sarà appunto Ganimede

Ganimede ha un nucleo di ferro, avvolto in uno strato di roccia che è sua volta ricoperto da una crosta di ghiaccio molto spessa. Sulla superficie ci sono anche serie di dossi, che potrebbero essere formazioni rocciose.

La superficie è costituita principalmente da due tipi di terreno: circa il 40 per cento è scuro con numerosi crateri, il 60 percento è di colore più chiaro con scarpate. Queste ultime sono probabilmente il risultato di un’attività tettonica e creano picchi alti fino a 600 metri che si estendono per chilometri.

In politica……

In politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente.
(Platone)

Il genio politico di Ciro II di Persia, detto il Grande

Ciro II di Persia, noto come Ciro il Grande (590 a.C – 530 a. C.) è stato un Imperatore persiano discendente di Ciro I di Persia, membro di quella stirpe dei Teispidi appartenente alla dinastia degli Achemenidi che aveva fondato nella Susiana un piccolo regno.

Figlio di Cambise, egli succedette al padre nel 558 a. C. e ben presto iniziò la sua opera di conquista territoriale. Salito al trono dominava infatti solo sui Pasargadi, Marafi e Maspi ma poco dopo aveva già riunito sotto il suo scettro tutte le dieci stirpi dalla cui fusione si riteneva uscito il popolo persiano e, fra queste, anche quella dei Dai che si trovava nell’orbita politica dei Medi.

Erodoto narrava come Ciro fosse sfuggito alla morte cui lo voleva condannare il nonno Astiage re dei Medi, che era il padre di sua madre Mandane. Astiage informato infatti da una visione che suo nipote gli avrebbe usurpato il trono, affidò il compito di ucciderlo al fidato Arpago.

Questi a sua volta lo delegò con l’inganno al bovaro Mitradate che, informato dell’identità del neonato, portò a casa il bambino e lo sostituì con il figlio appena partorito morto da sua moglie.

Anni dopo Ciro, nominato capo dei giovani del villaggio, a causa di un gioco si mise in contrasto col figlio di Artembare, dignitario persiano, e venne condotto di fronte al re Astiage il quale notò la loro rassomiglianza e comprese che l’omicidio di suo nipote non era stato compiuto.

Astiage allora uccise il figlio di Arpago e ne fece mangiare di nascosto le carni al padre durante un banchetto: solo mani, testa e piedi furono sepolti. Ritenendo che formalmente Ciro era già stato re, Astiage, mal consigliato dai Magi, non sentendosi più in pericolo inviò Ciro dai suoi genitori naturali.

L’assalto di Ciro alla Media avvenne poi mentre Astiage, in guerra con i Babilonesi, era impegnato nell’assedio della città di Kharrān. Egli, ritornato in patria per difendere il proprio regno, respinse gli invasori e portò la guerra nel territorio persiano. Ma nel 550 a. C. , dopo tre anni di strenua difesa, il suo esercito fu battuto da Ciro ed egli fu fatto prigioniero dai suoi stessi soldati e consegnato al nemico.

Impadronitosi della capitale Ecbatana, Ciro usò molta clemenza verso i Medi e verso il nonno Astiage e, alla sua morte, ne sposò la vedova Amiti legittimando così il proprio dominio. Quando Ciro appare nelle iscrizioni con il titolo di re di Persia, la Media fa già parte dell’impero persiano.

Sicuro che, sotto il regno di Nabonide non avrebbe avuto noie da parte babilonese, Ciro si accinse a conquistare anche il potente regno di Lidia tanto più che il re Creso, preoccupato dal minaccioso progredire della potenza persiana, aveva già preso l’iniziativa invadendo la Cappadocia.

Creso aveva l’aiuto degli Egiziani e dei Babilonesi ma, nel 546 a. C., Ciro prevenne la coalizione irrompendo con un esercito nella Cappadocia. Dopo un primo scontro rimasto indeciso presso Pteria, Ciro con tutte le sue armate mosse contro Sardi, capitale della Lidia, all’interno della quale Creso si era asserragliato.

Creso, abbandonato dai Babilonesi che avevano fatto pace separata con i Persiani, attendeva l’aiuto di Sparta e Egitto, suoi alleati. Gli Spartani avevano preparato una flotta ma, sul punto di prendere il mare, seppero che Sardi era caduta, secondo Erodoto per la casuale scoperta d’un sentiero nascosto, e che Creso era nelle mani del vincitore. Fonti greche attestano unanimi che egli si mostrò mite col vinto.

Appresa la caduta di Sardi, le città greche dell’Asia Minore avevano inviato a Ciro ambasciatori per dichiarargli che accettavano la sua supremazia alle stesse condizioni che avevano con Creso. Ma Ciro richiese completa sottomissione, fatta eccezione per Mileto a cui concesse di conservare la posizione precedente, e affidò ai suoi generali il compito di costringere gli Ioni all’obbedienza. In seguito anche la Caria e la Licia furono sottomesse.

Ciro estese poi il suo dominio sulle provincie orientali dell’Irān, sottomettendo la Margiana e la Sogdiana e raggiungendo il fiume Iaxarte, nei cui pressi fece costruire fortezze che erano in piedi ancora ai tempi di Alessandro Magno.

La sua azione, che durò dal 546 sino al 540 a. C., assicurò all’impero persiano le provincie orientali di Parthiana, Drangiana, Ariana, Khōrasm, Battriana, Sogdiana, Gandāra, i Saci, i Sattagidi, Arachosia e Maka.

In seguito alle conquiste occidentali l’impero persiano confinava ormai dal golfo arabico sino alla Cilicia con il regno di Babilonia. Ciro, favorito dal dissidio che esisteva fra il re Nabonide e i sacerdoti, poté facilmente nel 522 a. C., impadronirsi anche di Babilonia tramite il suo generale Gobria.

Anche qui Ciro si comportò come un quasi legittimo erede della dinastia locale in quanto i templi furono protetti, alle singole città furono restituite le divinità che Nabonide aveva fatto trasportare a Babilonia e permise il ritorno in Palestina ai Giudei che erano stati lì deportati .

In tal modo, con una serie di fortunate conquiste, Ciro gettò saldamente le basi di uno dei più vasti imperi che la storia ricordi. Più che la sua abilità militare, gli valse il genio politico per cui egli seppe cogliere sempre il momento giusto per l’azione e seppe apparire come un liberatore ai popoli che conquistava.

La sua morte, avvenuta nel 528 a. C., con ogni probabilità in combattimento contro popolazioni dimoranti oltre lo Iaxarte, i Massageti secondo Erodoto, lasciava la Persia trasformata nel più forte impero esistente, temibile minaccia ai margini del mondo greco.

Le origini di Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, regina di Gran Bretagna e Irlanda

Carlotta di Meclemburgo-Strelitz (Mirow, 1744 – Kew Gardens, 1818) nel 1761 sposò il re Giorgio III del Regno Unito, divenendo e rimanendo regina consorte di Gran Bretagna e Irlanda per un totale di 57 anni e 70 giorni.

Carlotta era la figlia più giovane del duca Carlo Ludovico Federico di Meclemburgo-Strelitz, principe di Mirow e della principessa Elisabetta Albertina di Sassonia-Hildburghausen.

I cinquantotto antenati più stretti di Carlotta includevano principi, alcuni regnanti, e duchi ma solamente due dei suoi avi erano stati re e cioè Gustavo I di Svezia e Federico I di Danimarca e Norvegia.

Lei e tutti i suoi fratelli nacquero nel castello di Mirow in Germania, che era più simile ad una casa di campagna che a una dimora principesca, dove l’ambiente familiare era molto simile a quello di un gentiluomo di campagna inglese.

Qui la principessa Carlotta imparò ben presto diverse lingue e fu educata nelle scienze, nelle arti, nell’economia domestica, nel cucito, nel ricamo e nei merletti e ricevette una solida educazione religiosa dalla madre e da un pastore luterano molto colto, specie nella botanica, nella mineralogia e nelle scienze.

Nel 1751 suo fratello Adolfo Federico ereditò il ducato di Meclemburgo-Strelitz e la famiglia si trasferì da Mirow a Neustrelitz, dove Carlotta scrisse una missiva al re di Prussia, in cui lamentava la condotta dell’esercito prussiano nel Meclemburgo, che divenne talmente celebre da attirare su di lei l’attenzione di Giorgio III.

All’età di diciassette anni, Carlotta venne scelta per essere la sposa del giovane re Giorgio che aveva già corteggiato molte giovani donne, considerate inaccettabili però dalla madre Augusta di Sassonia-Gotha-Altenburg e dai suoi consiglieri politici.

La principessa, pur non essendo di grande bellezza, aveva un volto molto espressivo. Non era alta, ma aveva una figura leggera, i suoi occhi erano vivaci, la sua bocca era grande ma piena di denti bianchi e regolari e i suoi capelli erano di un bel colore castano chiaro.

Nel 1761 Carlotta s’imbarcò per il regno Unito e, mentre i suoi accompagnatori soffrivano il mal di mare, provò sul proprio clavicembalo l’inno nazionale inglese God save the King. A Londra poi posò Giorgio III nella cappella reale l’8 settembre di quell’anno.

La suocera non la accolse a braccia aperte ma il matrimonio fu felice e, apparentemente, il re non le fu infedele. Ebbero quindici figli e tutti, eccettuati due, sopravvissero fino all’età adulta.

Giorgio III cominciò però ad essere affetto da demenza e venne affidato alle cure della moglie, che però non poteva visitarlo frequentemente a causa del comportamento imprevedibile e a volte violento del sovrano.

La malattia, poi diagnosticata come porfiria, peggiorò in età avanzata e il figlio maggiore divenne il principe reggente mentre Carlotta divenne il tutore legale del consorte dal 1811 fino al 1818, anno in cui ella morì, anche se non lo vide mai negli ultimi cinque anni della sua vita

La regina morì alla presenza del figlio, il principe reggente, che le teneva la mano mentre lei sedeva in una poltrona nella residenza di campagna di famiglia ma venne sepolta a Windsor, nella St. George’s Chapel. Il marito morì un anno più tardi.

Carlotta e la regina Maria Antonietta di Francia furono amiche perché condividevano l’amore per la musica e le arti anche se non si incontrarono mai di persona. Carlotta restò colpita dall’esecuzione di Maria Antonietta e dai fatti sanguinosi che seguirono in Francia e Giorgio III abbassò l’imposizione fiscale per evitare una rivoluzione anche nel suo paese.

La sovrana Carlotta supportava Johann Christian Bach, che era il suo insegnante di musica, e Wolfgang Amadeus Mozart che all’epoca aveva otto anni e che le dedicò la sua Opus 3. Supporto’ anche l’ebanista William Vile, l’argentiere Thomas Heming, il progettista di esterni Capability Brown e il pittore tedesco Johann Zoffany.

Ella era inoltre una botanica molto erudita, aiutò la fondazione dei Royal Botanic Gardens di Kew e in suo onore il magnifico fiore sudafricano detto Uccello del paradiso fu battezzato con il nome di Strelitzia reginae.

Le sue figlie erano più istruite di quanto fosse solito per le giovani donne dell’epoca. Ella insistette che vivessero delle vite ritirate assieme a lei e non permise loro di sposarsi fino a che non furono piuttosto avanti negli anni, con il risultato che nessuna di loro ebbe dei discendenti legittimi anche se la figlia Sofia potrebbe aver avuto un figlio illegittimo.

Nel 1739 fondò il Queen Charlotte’s Maternity Hospital di Londra, il più antico ospedale per la maternità nel Regno Unito, oltre ad altri orfanotrofi e ospedali per donne incinte.

Mario de Valdes y Cocom, uno storico della diaspora africana, sostenne che in una descrizione di Carlotta fornita dal suo medico, il barone Stockmar, era riportato che ella aveva un volto da mulatta. Inoltre sir Allan Ramsay dipinse frequentemente la regina in ritratti che evidenziavano il presunto aspetto mulatto di Carlotta.

Secondo la teoria di Mario de Valdes y Cocom, nella regina Carlotta vi era la concentrazione di caratteri somatici ereditati da una sua antenata di nono grado, Margarita de Castro e Souza.

Questa nobildonna portoghese del XV secolo, a sua volta, poteva ripercorrere il proprio albero genealogico fino a sei generazioni prima per arrivare al re Alfonso III del Portogallo e alla sua amante chiamata Madragana. Ma questa eredità genetica, così lontana, per molti non sarebbe stata più significativa in Carlotta che in qualunque altro casato della nobiltà tedesca dell’epoca.

Inoltre Valdez y Cocom riteneva che Madragana fosse una donna nera, perché un singolo autore, Duarte Nunes de Leão, la descriveva come mora, ma nel contesto della Reconquista iberica una mora è una donna di religione islamica, indipendentemente dalla sua effettiva origine etnica. Poteva quindi essere araba, berbera, nordafricana o muladi cioè di famiglia cristiana iberica convertita all’Islam dopo l’arrivo dei mori.

Ricerche moderne ritengono che Madragana sia stata una mozaraba, cioè una cristiana iberica che seguiva il rito mozarabico di influenza sefardita e che viveva sotto il controllo musulmano.

Il recente sceneggiato Bridgerton, saga romantica ambientata all’inizio del XIX secolo e tratta dall’omonima serie di romanzi di Julia Quinn, ha dato nuova vita in Gran Bretagna al dibattito sulle origini di questa sovrana.

La scopa e la Befana!

La scopa della Befana, composta da rami secchi di alberi e arbusti, rappresenta simbolicamente tutte quelle piante che con l’arrivo del freddo perdono il fogliame. Possiede magici poteri perché vola e porta via, assieme a tutte le feste e alla Befana, anche la prima parte dell’inverno che è la più buia per permettere alla natura di rinascere alla luce dopo il solstizio d’inverno.

La Befana, che condivide la scopa con le streghe, è però buona, affettuosa e generosa con i bambini ed infatti cavalca la scopa al contrario con le ramaglie davanti e il bastone dietro, anche se a volte non viene rappresentata in volo in questa posizione.

La sua scopa ha un lungo manico di legno di salice, ma a volte anche di nocciolo o di frassino, al quale sono legati a un’estremità più fasci affiancati di ramaglie, di solito di saggina che è una varietà di sorgo.

Qualche volta la Befana viene rappresentata anche a cavallo della ramazza, la scopa da esterno che è meno fitta e composta da rami più lunghi, che possono essere di sanguinello oppure di ginestra, pianta che è simbolo di fertilità, abbondanza e buona sorte. Ancora oggi alcuni sposi di paese saltano insieme la scopa realizzata con fascine di ginestra per rendere felice e fecondo il matrimonio.

Queste scope di fascine di rami, una volta erano indispensabili in casa per pulire i pavimenti di mattoni che sono irregolari, ma queste scope possono essere ancora oggi utilizzate per non far entrare o per scacciare la malasorte da casa mettendole dietro la porta d’ingresso o usate per spazzare le stanze almeno una volta l’anno.

Non si sa mai….!!!

Victor, il ragazzo selvaggio dal sorriso grazioso

Victor o il ragazzo selvaggio dell’Aveyron (Aveyron, 1788 circa – Parigi, 1828) fu un trovatello che aveva vissuto l’infanzia in solitudine nei boschi del Massiccio centrale in Francia. È il caso di ragazzo selvaggio più documentato anche per l’attenzione che ebbe nell’ambito del dibattito illuminista sulla natura dell’uomo.

Il ragazzo fu avvistato per la prima volta da alcuni taglialegna nel 1797 in un bosco dove vagava nudo con una difficoltosa stazione eretta e si nutriva di ghiande e radici. Catturato nel 1798, fuggì e fu ripreso soltanto nell’anno seguente da tre cacciatori dai quali aveva tentato di scappare arrampicandosi su un albero. Non appariva in grado di parlare né di comprendere il linguaggio umano, tanto che fu creduto sordomuto.

Presto fuggì di nuovo, sopravvisse nei boschi al rigido inverno 1799 ma a gennaio 1800 fu catturato definitivamente a Saint-Sernin, vestito solo dei brandelli di una camicia, dopo essersi rifugiato nella bottega di un tintore.

Il ragazzo non comunicava né a voce né a gesti, ma reagiva al dolore con suoni inarticolati, era sensibile alle carezze e mangiava le patate bollenti dopo averle gettate nel fuoco. All’indomani della cattura fu trasferito in un orfanotrofio dove restò quasi un mese.

Nei primi tempi il ragazzo, cui fu imposto all’inizio il nome di Joseph, si strappava le vesti e rifiutava di dormire in un letto e accettava per cibo, dopo averle fiutate, soltanto patate, noci e castagne crude.

Riuscì di nuovo due volte a scappare ma fu subito ripreso e poi il naturalista abate Pierre Joseph Bonnaterre ebbe il permesso di condurlo nell’ospedale di Rodez, in attesa che fosse chiarita la sua nascita.

Andarono a vederlo due uomini, che avevano entrambi smarrito un figlio in occasione di scontri armati durante la Rivoluzione francese, ma nessuno dei due lo riconobbe per proprio. Secondo voci il giovane era nato da un matrimonio regolare ed era stato abbandonato dai genitori circa sei anni prima perché incapace di parlare.

Bonnaterre era a conoscenza di altri casi di ragazzi selvaggi, all’epoca noti e classificati da Linneo come varianti del genere umano, ma lo studiò a fondo sospettando che si trattasse di un ragazzo abbandonato piuttosto che di un individuo sempre vissuto nei boschi.

All’ospedale di Rodez, da cui il ragazzo pure tentò di scappare almeno quattro o cinque volte, l’abate Bonnaterre ne stabilì l’altezza in 1,36 m, ne stimò l’età approssimativa in dodici o tredici anni e ne offrì la seguente descrizione: “Ha pelle bianca e sottile; viso tondo; occhi neri e infossati; ciglia delle palpebre lunghe; capelli castani; naso lungo, un po’ appuntito; bocca media; mento arrotondato; fisionomia gradevole e sorriso grazioso.”

Esaminando la cavità orale scoprì che la lingua non aveva malformazioni ma una recessione della gengiva inferiore, in corrispondenza della quale i denti si mostravano giallastri alla base. Sul corpo e sul viso del giovane vide numerose cicatrici da ustione ma una di esse consisteva in un lungo taglio trasversale di 4,1 cm presso il limite superiore della trachea, all’altezza della glottide.

Il naturalista suppose trattarsi di una vecchia ferita d’arma da taglio e ne dedusse che il ragazzo poteva essere sopravvissuto a un tentato omicidio da parte di chi l’aveva abbandonato nella foresta. Altre cicatrici alle spalle, all’inguine, al pube, alle gambe e alla natica destra furono attribuite a maltrattamenti, all’attacco di animali o ad altri incidenti avvenuti nei boschi.

L’ordine d’importanza dei suoi sensi, rispetto a quelli delle persone comuni, era diverso e per il ragazzo selvaggio era primario l’olfatto, seguito dal gusto, dall’udito, dalla vista e infine dal tatto. Lo studioso ipotizzò che la sua incapacità di parlare fosse dovuta a una malformazione degli organi vocali, alla ferita alla glottide e allo stesso isolamento dalla società umana. Inoltre forse il giovane, benché non del tutto privo di ragione, poteva avere anche qualche deficit intellettivo.

Il ragazzo selvaggio nel 1800 fu ricoverato a Parigi presso l’Istituto per sordomuti dove lo psichiatra Philippe Pinel trasse conclusioni opposte a quelle di Bonnaterre: il giovane era minorato in tutte le funzioni sensoriali e intellettuali, adatto solo a una vita animale, presentava tutti i segni dell’idiozia e poteva supporsi incapace di qualunque risocializzazione o istruzione. Da tali conclusioni dissenti’ il medico e pedagogista Jean Itard.

Il ragazzo riuscì ancora due volte a scappare dall’Istituto finché nel 1801 fu preso in carico da Itard e affidato alle cure della signora Guérin, che si sarebbe occupata per tutta la vita di lui.

Itard notò che il fanciullo reagiva al suono dell’esclamazione «oh» e pertanto gli scelse quindi il nome Victor per l’accento tonico che in esso cade sulla vocale. Documentò inoltre i suoi tentativi di educazione anche se la seconda relazione del 1806 mostrò però i chiari segni della sconfitta.

Victor aveva compiuto progressi sensoriali, intellettivi e morali assai limitati e restava in sostanza un individuo asociale.  Si districava tra le semplici attività quotidiane e poteva anche scrivere e associare alcuni oggetti alle parole, ma non fu mai in grado di formulare concetti astratti ed esprimersi oralmente, eccetto solo l’articolazione di semplici espressioni come oh Dieu ! («o Dio!») e lait («latte»).

Mostrò un istinto sessuale indifferenziato e non ebbe mai coscienza della funzione sociale della sessualità, tanto che dopo sei anni tornò all’Istituto per sordomuti ma ne fu allontanato subito dopo per via delle sue frenetiche pubbliche masturbazioni.

Dal 1811 fino alla morte, Victor visse così con la signora Guérin in una casa privata ricevendo una pensione statale ma di questo periodo della sua vita praticamente non si sa nulla. Morì del tutto dimenticato dall’opinione pubblica nell’inverno 1828 e fu sepolto in una fossa comune.

Forse Victor è stato vittima della crudeltà degli adulti che l’avrebbero abbandonato nei boschi perché disabile magari dopo aver tentato di ucciderlo. Ad avanzare questa tesi per primo fu Bonnaterre ma altri indizi, oltre alla cicatrice alla gola rilevata, parevano deporre in tal senso.

Il commissario Guiraud inoltre ebbe modo di rilevare la sua strana attitudine a lasciarsi legare porgendo egli stesso le braccia e ipotizzò che all’origine della sua vita nei boschi vi fosse una fuga spontanea dai maltrattamenti subiti.

Non è neppure escluso che la ferita al collo avesse compromesso la laringe e fosse davvero la causa della difficoltà di linguaggio, anche se a volte questa caratteristica viene vista come segno di autismo. La storia fu portata al cinema nel 1970 dal film Il ragazzo selvaggio di François Truffaut.