Grigorij Efimevic Rasputin

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Grigorij Efimevic Rasputin, chiamato in famiglia  Grisha, era nato nel 1871 in un  piccolo villaggio siberiano vicino ai monti Urali. Adolescente, durante un attacco di febbre, ebbe una visione e, secondo le sue parole, gli apparve la Madonna che gli parlò e lo guarì.

Da quel momento Rasputin incominciò ad interessarsi alla religione ed in particolare agli “Starec” monaci e profeti erranti che allora venivano accolti con grande rispetto nei villaggi russi. Sposato a vent’anni dopo la morte del figlio a pochi mesi dalla nascita, cadde in un periodo di depressione dalla quale guarì grazie ad un’altra apparizione della Madonna, che gli ordinò di lasciare tutto e di partire.

Trasformato in Starec, venne a contatto con esponenti di una setta considerata illegale, ma molto popolare in Russia: i Chlisty. Questa setta era  critica nei confronti della Chiesa ortodossa ufficiale accusata di corruzione e decadentismo.

La visione religiosa dei chlisty era molto particolare: l’uomo avrebbe potuto purificarsi dal peccato solo abbandonandovisi totalmente e, attraverso il pentimento che ne sarebbe seguito, ascendere alla catarsi. Fisicità e religiosità si sposavano in questo credo che faceva del rito erotico e delle congiunzioni carnali, anche di gruppo, una delle sue caratteristiche fondamentali.

Lo sguardo intenso e allucinato con qualcosa di magnetico di Rasputin avevano una grande presa sulla gente, le sue parole, nella semplicità di un’analfabeta, erano convincenti e la fama di uomo santo si diffuse e così egli entrò in contatto con le figure più eminenti della chiesa russa e poi, attraverso il mondo dei pope ortodossi, venne accolto nei salotti dell’alta società.

Nel 1905 Rasputin, preceduto dalla fama di guaritore, venne ricevuto al Palazzo degli Zar dove riuscì misteriosamente ad arrestare il flusso di sangue che stava uccidendo il piccolo Alessio, figlio emofilitico dello Zar.

Seguendo la propria filosofia chlisty, si abbandonò ad ogni tipo di piacere, mantenendo però, in presenza della famiglia imperiale, una condotta irreprensibile atteggiandosi a tutore dello zarevic Alessio e suo protettore. I rapporti della polizia segreta sulla sua condotta vennero sempre considerati dallo Zar frutto di maldicenze .

Il monaco, pacifista convinto, cercò di opporsi alla prima Guerra Mondiale e, mentre lo Zar Nicola era al fronte, cercò di manipolare la Zarina Alexandra per portare la Russia alla pace. Con le sue manovre il monaco si fece nemici: la casta militare, l’aristocrazia nazionalista, la destra, ma anche l’opposizione liberale lo accusarono di tradimento a favore della Germania.

Una congiura di nobili decretò la fine di Rasputin che, attratto in una trappola, nella notte fra il 16 ed il 17 dicembre 1916 venne prima avvelenato , poi sparato con un colpo di pistola al cuore, infine abbattuto a randellate ed il suo corpo gettato nella Neva. Sembrava non volesse morire mai.

La zarina Alessandra accolse con disperazione la notizia, ma lo zar Nicola tenne un  atteggiamento tale che, tenuto conto che tra i congiurati c’erano nobili imparentati con la Corona, nessuno venne punito per il delitto.

Quando la notizia della morte di Rasputin si diffuse gli assassini vennero considerati dalla nobiltà eroi che avevano salvato la Russia dall’influenza di Alexandra, di discendenza germanica, e del folle monaco Rasputin.

Invece i contadini considerarono l’omicidio del monaco come l’ennesimo sopruso ai danni del popolo da parte degli aristocratici. La sua morte fu quindi la goccia che fece traboccare il vaso.

A soli tre mesi dalla morte di Rasputin, la famiglia reale fu imprigionata, molti membri furono arrestati e almeno venti fucilati sul posto. Meno di due anni dopo la morte del monaco pazzo, la famiglia reale veniva annientata.

Domanda: cosa significa in russo Rasputin?

I litigi dei bambini

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I bambini litigano spesso: per il possesso di un gioco, per ricevere l’attenzione dell’adulto, per dominare la situazione, per noia, per frustrazione, gelosia, ecc…
Di fronte ad un bambino che litiga si ritengono i genitori non adeguati ma litigare è un comportamento normale. I bambini per loro natura sono oppositivi, spesso in conflitto con coetanei, adulti o fratelli.

A rendere il litigio una opportunità di crescita, dipende soprattutto dall’atteggiamento dei genitori/adulti. In linea generale, in ogni tipo di convivenza è prevista una certa dose di conflitto, e ognuno di noi in base alla propria esperienza vive o ha vissuto diversi momenti di tensione e conflitto.

Ai bambini non si permette di litigare e alle prime avvisaglie di un conflitto, l’adulto-giudice individua subito il colpevole per sgridarlo, in quanto non è ritenuto in grado di poter stare serenamente con gli altri e di rispettare le regole della convivenza.

La cosa importante invece, è poter aiutare i bambini a gestire in modo adeguato i loro conflitti. L’adulto non dovrebbe concentrarsi su come risolvere la situazione. Il “problema” è dei bambini.

I bambini hanno il diritto di litigare e consentirgli di fare anche questo tipo di esperienza, gli sarà utile da adulti nel riconoscere la differenza fra la violenza e la legittima necessità di esprimere le proprie opinioni. Se i bambini imparano a gestire al meglio i loro litigi, saranno in grado da adulti di esporre chiaramente le ragioni alla base dei conflitti e potranno così affrontare in maniera costruttiva le loro eventuali problematiche relazionali.

Una sana litigata, aiuta i bambini a riconoscere se stessi e gli altri, a scoprire i propri limiti, a gestire le proprie forze e a valutare quelle degli altri. Imparano a riconoscere i propri difetti. Capiscono che si può sbagliare e a riconoscere che da un errore si può imparare molto.

Prima di una certa età non si può parlare di atti violenti così come li intendono e percepiscono gli adulti. A metterci in allarme, di solito, è la manifestazione di atti fisici che caratterizzano i conflitti dei bambini. Ma l’uso della forza fisica, serve solo per compensare la difficoltà nel verbalizzare ed esprimere le proprie emozioni e ragioni.

Spesso i litigi tra bambini sono scene veloci e spesso i contendenti si riconciliano in breve tempo. I bambini non portano rancore o sentimenti di vendetta, come invece sono presenti negli adulti. Teniamo sempre a mente che i bambini hanno una capacità innata di fare la pace.

Domanda: prima di quale età non si può parlare di atti violenti da parte dei bambini?

L’affido familiare

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L’affidamento familiare è un intervento temporaneo di aiuto e di sostegno a un minore che proviene da una famiglia che non è in grado di occuparsi in modo sufficiente delle sue necessità. Si tratta di accogliere un minore nella propria casa fino ad amarne tutta la sua storia  e la sua diversità.

I motivi per cui viene generalmente adottato questo provvedimento sono legati ad una malattia, alla detenzione, a motivi di tossicodipendenza, educativi o di molestie sessuali da parte di familiari. L’istituto è regolamentato dalla Legge n.184 1983, come modificata dalla Legge n.149 2001, che prevede anche, in caso non sia possibile procedere all’affidamento familiare, l’affido del minore a comunità cioè in strutture di tipo familiare, come le case famiglia.  La stessa Legge ha decretato la chiusura degli orfanotrofi al 31 dicembre 2006.

Si considera  l’affido come un’esperienza “eccezionale” invece è un’esperienza possibile per qualunque famiglia. Ciò che può sostenere una famiglia nell’affido è la relazione con altre famiglie che vivono la stessa esperienza che può giungere fino all’aiuto concreto nelle scelte quotidiane, anche le più difficili.

L’affidamento può essere consensuale o giudiziale. Nel primo caso la durata è stabilita al massimo in due anni, è rinnovabile dal Tribunale dei Minori ed è un accordo tra servizi sociali, famiglia di origine e famiglia affidataria. L’affidamento giudiziale è invece deciso dal Tribunale e cessa quando vengono meno i presupposti che lo hanno determinato.  In casi speciali dall’affidamento si può passare all’adozione o all’adozione mite che non  recide i rapporti del minore con la famiglia di origine.

Domanda: possono accedere all’affidamento familiare anche i single?

Mehran Karimi Nasseri

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La storia più celebre di persone che hanno vissuto lungo tempo in aeroporto è quella dell’iraniano Mehran Karimi Nasseri che visse all’aeroporto “Charles de Gaulle” di Parigi per 18 anni dopo l’espulsione dal suo paese. L’uomo, nato nel 1942, era stato privato della cittadinanza dell’Iran e cacciato dal paese a 35 anni per essersi opposto allo Scià, l’autoritario leader alleato dell’Occidente prima della Rivoluzione islamica del 1979.

Venne accolto in Belgio poi si spostò illegalmente in Francia dove fu fermato dalla polizia di frontiera a Parigi, in aeroporto, sprovvisto del passaporto  e anche del documento che lo dichiarava un rifugiato politico, mentre stava per andare in Inghilterra. Nasseri si stabilì su una panchina con le poche cose che possedeva, nell’area commerciale del Terminal 1 del “Charles de Gaulle” nell’agosto del 1988. Ci rimase fino al luglio 2006, anche perché né il Belgio, né la Francia, né il Regno Unito volevano prendersi a cuore la sua vicenda.

Le autorità gli permisero di lasciare l’aeroporto al termine di una battaglia legale durata dieci anni e portata avanti da un avvocato che si era interessato a lui. Poi una casa di produzione statunitense  gli pagò circa 300 mila dollari in diritti per usare la sua storia in un film.

Nasseri però continuò a dormire in aeroporto che lasciò con l’aiuto della Croce Rossa francese, a causa di una malattia che non venne mai chiarita e che lo costrinse a un ricovero ospedaliero di qualche settimana. Ma Nasseri, che durante la sua permanenza in aeroporto aveva cambiato il proprio nome in “Sir, Alfred” (la virgola non è un refuso), riuscì poi a scomparire. Nel 2008 venne fuori che viveva in una struttura per senzatetto di Parigi ma da allora  se ne sono perse le tracce.

Domanda: come si chiama il film che narra la sua storia?

I Dervisci o Semazen

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La danza dei dervisci rotanti è dichiarata dall’UNESCO Patrimonio del’umanità, un misto di arte e forte spiritualità. La parola “derviscio” ha acquistato il significato di “colui che cerca il passaggio”, che porta dal mondo materiale ad un differente mondo spirituale. E i Sufi sono i Puri.

Esistono varie confraternite sufi, tra cui  l’Ordine dei Mevlevi, in Turchia, che  pratica la celebre danza dei Dervisci Rotanti. Il fondatore della confraternità dei sufi anatolica è Mevlana Celaleddin Rumi, vissuto nel XIII sec a Konya. La sua vita è stata totalmente dedicata alla ricerca dell’illuminazione religiosa insieme al suo grandissimo compagno spirituale Sems.

Il giorno della morte di Rumi è chiamato Şeb-i Arus ed è commemorato il 17 dicembre in Turchia con varie manifestazioni, dove ‘il matrimonio’ (così è chiamato questo evento) dura 17 giorni. Mevlana ha lasciato un enorme numero di opere in prosa e in poesia e una confraternita che è arrivata fino ai giorni nostri. I suoi discendenti infatti vivono tuttora in Turchia, dove hanno fondato un’organizzazione al fine di proteggere questa grande tradizione.

Le porte della confraternità fondata da Rumi sono aperte a tutti coloro che vogliono camminare sulla via dell’amore, amore per tutti i creati da Dio, a tutte le persone apprescindere dalla razza, dalla religione e dal passato vissuto.

Il sufismo espone un’interpretazione del Islam che è focalizzata sull’amore, tolleranza, sviluppo della comunità, e sviluppo personale attraverso l’auto-disciplina e responsabilità. Il modo di vivere di un Sufi è amare e essere al servizio dell’umanità, abbandonare l’ego per raggiungere la maturità e la perfezione e finalmente raggiungere Dio.

I concetti della tolleranza, purezza e trasparenza sono molto importanti nella filosofia sufista e il derviscio quando rota ha una mano rivolta all’alto e l’altro verso il basso, simboleggiandosi come un tramite che prende l’energia dal divino e la trasmette all’uomo, muovendosi al suono di strumenti antichi secondo una coreografia sempre uguale che conduce l’anima del danzatore all’estasi con cui ricongiungersi al Signore.

La condizione fondamentale della nostra esistenza è rotare. Non esiste un’essere o oggetto che non roti, perchè tutti gli esseri sono fatti di elettroni, protoni e neutroni che rotano negli atomi. Ruota il sangue nel corpo, ruotano gli  stadi della vita dell’uomo.

La musica contribuisce, anzi ha un ruolo decisivo nello svolgersi del rito dei Dervisci Rotanti. Si tratta di voci e strumenti che si uniscono o si alternano:  il nay (flauto verticale) ha un ruolo mistico, un suono dolce che simboleggia il soffio divino nelle anime delle persone. I Küdum (piccoli timpani in cuoio ricoperti di pelle di capra) fungono da tamburi e scandiscono il ritmo e gli halile (piatti in rame) con il loro suono tintinnante completano l’armonia. I volti dei Dervisci esprimono totale abbandono, estasi, emanano un senso di soprannaturalità e spiritualità immensi.

Domanda: cosa significa in persiano derviscio?

I Dobermann

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Il nome Dobermann è spesso associato a leggende che gettano un’ombra aggressiva su questo cane da difesa che invece, se educato bene, svela rare doti di acume e di addestrabilità. E’ una razza di origine tedesca, docile e sensibile e molto intelligente.

La leggenda che affligge il dobermann è quella sulla crescita eccessiva del cervello che lo rende “pazzo” a causa della compressione della scatola cranica ma se così fosse  avrebbe problemi non solo a livello di umore e di carattere, ma anche a livello motorio e sensoriale.

Nessuna pazzia. Durante la prima guerra mondiale, i dobermann nell’esercito tedesco portavano ordini al fronte, cercavano feriti e dispersi e vegliavano sui prigionieri perchè è un abile cane da soccorso. Nelle forze dell’ordine è utilizzato per la ricerca di stupefacenti ed esplosivi e negli USA il dobermann è usato dai marines con il nome di “devil dog” per la forma delle orecchie tagliate tanto da sembrare corna.

Le origini del dobermann sono recenti: la razza nasce in Turingia (Germania) tra il 1850 e il 1870 ma viene  ufficialmente riconosciuta nel 1898, ben quattro anni dopo la morte del suo creatore. Il papà del dobermann è Friedrich Louis Dobermann, messo comunale ed esattore delle tasse in un periodo in cui girare per strada era pericoloso.

Il dobermann è un cane di taglia medio-grande, pesa dai 40 a 44 kg e la coda, sottile e di media lunghezza, viene tradizionalmente amputata come le orecchie che al naturale sono  lunghe e pendenti. Il tartufo del dobermann è molto voluminoso e  spicca in una testa piccola, con occhi piccoli, collo slanciato ed elegante.

E’ un cane pacifico e socievole, affettuoso, attento, curioso e molto coraggioso. E’ molto legato alla sua famiglia e con il padrone, in particolare, sviluppa un rapporto quasi di venerazione. Lo difenderebbe fino alla morte. Con i bambini è molto delicato e premuroso: un ottimo compagno di giochi, sempre allegro, molto paziente e tollerante.

La sua indole è comunque profondamente affettuosa. Anche la lealtà è naturale in questa razza, anzi, è quasi esagerata tanto che il legame che il dobermann crea con il padrone ha veramente una potenza che sfiora l’incredibile. Per un cane dai forti sentimenti come il dobermann è importante una buona socializzazione con gli umani e con i suoi simili e un proprietario dal comportamento coerente che gli sappia impartire una ferma educazione.

Ciao Black, grazie per il tuo immenso amore!!!

Domanda: quanti anni può vivere un dobermann?

Gengis Khan

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Gengis Khan (1162-1227 d.C.) fu il fondatore dell’impero mongolo e il suo primogenito iniziò la dinastia Yuan in Cina. In lingua mongola Gengis significa ‘grande e potente’ e Khan significa capo o re. Venne chiamato così dopo che unificò tutte le tribù della prateria mongola ma il suo vero nome era Temujin, che gli storici pensano significasse ‘acciaio fine’.

Temujin nacque nella famiglia di un capo tribù ma suo padre venne avvelenato dai Tartari quando lui era ancora un bambino. La famiglia venne poi abbandonata dalla loro tribù e visse nella povertà e dovettero attraversare numerose grandi difficoltà vivendo nomadi e senza la protezione.

Temujin si unì poi alla grande tribù di Toghrul a cui chiese aiuto quando sua moglie appena sposata venne rapita con la forza da Merkit di una tribù rivale. Con l’aiuto di Toghrul, Temujin sconfisse Merkit e salvò sua moglie.

In altre battaglie Temujin si conquistò rispetto e popolarità, accogliendo sempre le tribù conquistate nella sua stessa tribù, promuovendo le persone fedeli di tutte le tribù e dando ricompense basate sul loro merito militare, indipendentemente dalla loro origine. La rapida crescita della sua tribù creò animosità con le altre tribù e presto ne seguì una battaglia ma nel 1206 Temujin unificò tutte le tribù della prateria mongola ed ebbe il titolo di Gengis Khan.

Nelle tribù nomadi i mongoli venivano addestrati in tre principali abilità: equitazione, lotta e tiro con l’arco. L’equitazione era necessaria per pascolare e per le migrazioni, lottare serviva per la forma fisica e il tiro con l’arco per la caccia o la difesa. .

I soldati mongoli eccellevano nelle attività equestri e avevano almeno due o tre cavalli ciascuno. Inoltre la cavalleria nella pianura mongola era veloce e poteva effettuare incursioni notturne a lunga distanza. Gengis Khan una volta lanciò un attacco a sorpresa e la sua cavalleria marciò per oltre 200 chilometri in 24 ore.

Nel 1215 le orde dei mongoli guidate da Gengis Khan sconfissero l’esercito dell’imperatore Xuanzong e conquistarono la città di Zhongdu, l’odierna Pechino, spalancando di fatto le porte al proprio ingresso in Cina.

Quando Gengis Khan morì, nel 1227, a 72 anni, il suo impero comprendeva anche tutta l’Asia Centrale, l’Iran, il Pakistan, la Corea e il sud della Russia, un territorio quattro volte più esteso di quello conquistato da Alessandro Magno.

Era un grande stratega, dimostrò eccezionali capacità nella costruzione di alleanze o di isolamento del nemico e mostrò grande tolleranza verso le tradizioni o le usanze delle popolazioni conquistate, purché gli offrissero lealtà. Lungo la sua espansione territoriale molte religioni come il buddismo, il taoismo e l’Islam vennero poi introdotte in Mongolia.

La guerra causò distruzioni di massa in molti Paesi, ma unì anche le culture orientali a quelle occidentali. Di conseguenza venero diffuse in occidente la polvere da sparo e la carta denaro cinese, mentre la medicina occidentale e i tessuti vennero portati in Cina.

Domanda: mentre era stata tenuta in cattività (meno di 1 anno), la prima e amatissima moglie Borte aveva dato alla luce il primo figlio. Molti dubbi furono insinuati sulla sua reale paternità ma Gengis Khan lo reputò ed onorò sempre come suo legittimo figlio e successore. Di chi altri poteva essere figlio quel bambino?


L’isola di Palmarola

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L’isola di Palmarola è un’isola situata nell’arcipelago delle Isole Ponziane nel Mare Tirreno. Si trova a circa 10 km da Ponza ed è chiamata anche “la Forcina” per la sua forma ma prende in il nome dalla palma nana, unica palma originaria dell’Europa, che cresce selvatica sull’isola.

A Palmarola fu esiliato e morì Papa Saverio, Santo patrono di Ponza che viene festeggiato il 20 giugno. Lo scoglio di San Saverio accoglie sulla sua sommità una piccola cappella che la tradizione popolare narra sia sorta sui resti della casa che aveva accolto il Santo.

L’isola è una riserva naturale e, grazie al suo aspetto incontaminato e alla varietà delle sue coste, è considerata una tra le più belle isole del mondo. Abitata solo nel periodo estivo, diventa luogo di ritiro per i ponzesi che si rifugiano nelle case grotta, tipiche abitazioni scavate nella roccia di Palmarola.

La Grotta del Gatto ospita una sorgente di acqua dolce all’interno. E’ accessibile con una barca piccola. A Le Galere gli scogli sono maculati, nero su ocra, di ossidiana, un vetro nero purissimo. Gli uomini primitivi che vivevano nelle grotte e nei ripari del promontorio del Circeo arrivavano probabilmente qui a bordo di zattere per fare incetta di ossidiana. Vi ricavavano punte di freccia, asce, coltelli e raschiatoi. L’ossidiana estratta a Palmarola veniva  lavorata a Ponza e a Zannone dove sono stati rinvenuti dei resti e  trasportata poi al Circeo.

Cala del Porto o Spiaggia della Maga Circe è anche detta la spiaggia de O’ Francese perché qui sorge l’unico ristorante dell’isola, che ha anche qualche camera dove fermarsi a dormire.

Lui, il francese, era nato a Ponza e poi si era trasferito in Francia dove aveva messo su famiglia. Non aveva mai dimenticato la sua isola però, e soprattutto gli anni d’infanzia passati in una grotta di Palmarola con il padre pescatore. Quando il francese tornò in Italia decise di costruire una casa di legno sull’isola e di trasferircisi con la moglie.

Domanda: qual’è la Provincia di Palmarola?

Il sorriso

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Il sorriso si presenta spontaneamente in tutti i bambini e non viene dunque appreso per imitazione. Nasce come reazione fisiologica per poi diventare una espressione con intenti comunicativi e quindi può essere considerato un comportamento tipico e distintivo della specie umana.

Nei neonati però  quello che sembra un sorriso è un semplice stiramento delle labbra e si osserva soprattutto durante il sonno , è la conseguenza di stimoli dell’attività del sistema nervoso, o da stimoli rumorosi esterni, ad esempio la voce di una persona.

Verso la quinta settimana di vita del bambino, il sorriso viene provocato alla visione di un volto umano, ancora non ben definito e quindi ancora non riconosciuto dal bambino. Questo viene considerato il primo sorriso sociale. Allo stiramento della labbra si aggiunge lo strizzamento degli occhi.

Dal quarto mese, il sorriso acquista un’ulteriore maturazione, diventando non più o non solo una semplice reazione ad uno stimolo, ma una vera e propria espressione dell’individuo. Durante la conoscenza dell’ambiente e il riconoscimento degli oggetti, del proprio corpo e delle altre persone, il bambino utilizza sempre più il sorriso come linguaggio. Rivolge il sorriso prima agli oggetti che ha intorno, come ad esempio le proprie mani, e poi alle altre persone, diventando a tutti gli effetti uno dei primi strumenti comunicativi. Anche l’espressione in sé ormai non coinvolge più solo la bocca ma tutto il volto.

Domanda: da quale mese il sorriso diventa definitivamente per il bambino una forma di socializzazione?

La cortigiana Veronica Franco

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A Venezia, nel 1509, secondo i Diarii del cronista dell’epoca Marin Sanudo, c’erano 11.654 prostitute su una popolazione di circa 150mila persone. Il 10% circa della popolazione. Anche a Roma, nella città dei Papi, erano circa il 10%: 6.800 nel 1490 e 4.900 nel 1526. Le prostitute non erano solo numerose: erano anche molto visibili.

Tra Quattrocento e Cinquecento, la Serenissima e il Papa emisero tante norme per regolare, contenere, sfruttare, punire, utilizzare la prostituzione. Si diceva già all’epoca che, grazie alle tasse pagate dalle cortigiane, i Papi avessero messo a posto mezza Roma ed edificato quasi l’altra metà.

Veronica Franco, in particolare, fu un’intellettuale completa: scrittrice, musicista, curatrice di raccolte poetiche, saggista. Veronica nacque a Venezia, era l’unica figlia femmina di Paola e Francesco Franco e aveva tre fratelli, Jeronimo, Horatio e Serafino. Questo le permise di partecipare alle loro lezioni private. All’epoca, non si usava andare a scuola: la frequentavano soltanto il 4% delle ragazze e il 26% dei ragazzi, secondo dati del 1587 e soltanto il 10-12% delle donne sapeva leggere e scrivere. Poi fece  tesoro di tutto quello che apprese nei circoli culturali veneziani a cominciare da quello, importantissimo, di Domenico Venier, suo pigmalione e mecenate.

La famiglia di Veronica apparteneva alla classe dei “cittadini originari”, un livello sociale a metà strada tra i nobili e il popolo. Ma lei faceva la cortigiana: era il mestiere della madre ed era stata istruita da lei ma non era una prostituta qualsiasi: aveva una clientela selezionata .Fu data in sposa, quasi adolescente, a un medico, Paolo Panizza ma si separò a 18 anni, quando partorì il figlio avuto da Iacomo o Giacomo di Baballi, il più ricco mercante di Ragusa, oggi Dubrovnik.

I clienti di Veronica erano nobili, prelati, intellettuali e artisti. Nel 1574 vi si aggiunse Enrico di Valois, che dalla Polonia, di cui era re, stava andando a Parigi, per salire sul trono di Francia con il nome di Enrico III. La Serenissima lo accolse con 11 giorni di festeggiamenti e la Franco non fu il “regalo” di una notte offerto dalla Repubblica.

Di lei si ricordano la sfida con Maffio Venier, il processo davanti all’Inquisizione e la proposta di aprire un istituto per le ex-prostitute. Venier, poeta vernacolare di antica e potente famiglia insultò Veronica in alcuni versi anonimi e la accusò di essere marcia di sifilide anche se in realtà fu lui a morirne nel 1586. Scoperto l’ autore dei versi Veronica lo sfidò prima a un duello d’armi e poi in una gara di versi ma Maffio non accettò la sfida.

Nel processo davanti all’Inquisizione, nel 1580, Veronica fu accusata dalla servitù  di praticare la stregoneria, di mangiare pollastri, uova e formaggi nei giorni di magro e di tenere una bisca in casa. Accuse così potevano condurre al patibolo ma  Veronica si difese da sola e fu assolta.

Per la fondazione di un Ospizio del soccorso per ex prostitute, Veronica avrebbe voluto utilizzare parte dei patrimoni delle cortigiane più ricche, morte senza fare testamento, soprattutto durante la grande peste del 1575-76. L’ospizio di Veronica non si fece e invece se ne crearono altri in cui le ex cortigiane furono di fatto recluse: per “salvarle” occorreva punirle.

Rivalutata dalla critica letteraria e apprezzata da Benedetto Croce, Veronica Franco sconta però ancora l’oblio dei meriti artistici ma anche delle sue moderne intuizioni: per esempio Veronica rivendicava la dignità di qualsiasi persona, perfino di chi vende il proprio corpo, diceva:

 «La vergogna  è nell’alterigia di chi compra».

 

Domanda : quanti anni aveva Veronica Franco quando il suonome fu inserito nel Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia, un elenco che forniva il nome, l’indirizzo e le tariffe delle cortigiane più in vista della città e in cui la madre era indicata come sua pieza, cioè mezzana.