Luna che chiama

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Indocile, futile mezza luna

che avvinghi e sdradichi incoffessati segreti

e, come un pittore tremulo e stanco,

li mescoli sulla sporca e logora tavolozza

a quell’instabile tenerezza che ti appartiene.

 

Poi, oscillando in bilico sopra

ad uno scalcinato steccato,

confessi senza pudore

ogni suo oscuro e torbido peccato.

 

Luna lontana,

luna che chiama,

luna che consola

come quel flebile lumicino

acceso sopra a quello spento camino,

mentre egli sogna, immoto e rapito,

e si distende con un sorriso smarrito

su quel deserto patio di ruvido granito.

Notte scura

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Correre e volare

verso l’incanto

del sentiero scosceso

che accompagna

al dirupo sconquassato

mentre la luna solitaria

soffia scapigliata

sulle nuvole riottose e stanche.

Correre e sognare

verso braccia sconosciute e sicure

che accolgono e cullano

quel pensiero persistente

mimetizzato tra le foglie arse

che cadono a fiotti dall’albero

sulla famelica e fredda collina.

Correre e pensare di amare

mentre le vertigini del sogno

soccorrono i respiri che

come rantoli volontari

si spezzano contro

alla corteccia tagliente

di questa immensa

e torbida notte scura.

Amore fra gli amori

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Non perdonare questo amore

che tra gli amori perduti

resta nascosto da sempre

acquattato dietro alle foglie di lentisco

che assonnate brillano sotto al sole.

 

Non odiare questo amore

che non comprende l’amore

perchè non è abbastanza fragile

perchè non è abbastanza svelto

a cogliere quel piccolo dettaglio

che forma e copre il tuo tormento.

 

Lascia che io non veda,

lascia che io non senta

e stringimi forte finchè

come due nocchieri

in mezzo alla tormenta

ci accorgeremo che era solo un’illusione

e non abbiamo mai posseduto una vela

e forse neanche il vento.

 

Accarezza allora lentamente

le rughe profonde del mio volto

e disprezza queste mani

che non hanno saputo guardare

nè afferrare qualche volta

il tuo inquieto ed irraggiungibile sogno.

 

 

Piccola donna

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Il sole è sceso piano ancora un’altra volta

ed il tempo si dilata mentre ti accarezza

la pallida gota languidamente insanguinata.

 

I tuoi occhi sbarrati continuano a seguire,

dolcemente, quella vellutata ombra che,

inquieta, si aggira ancora incredula

e fruga lungo il selciato cercando

la tua luminosa capigliatura bionda.

 

Sono vuote le parole, sono vuote le tue mani

e non ricordi neppure un abbraccio

sognato nè un breve sogno rubato.

 

Ma ora la calda brezza leggera solleva

e fa svolazzare la tua gonna e scopre,

smarrita, che ormai non sei più soltanto

una piccola e fragile donna.

 

 

 

Il guerriero

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Gli scarponi sudici e slacciati corrono veloci

affogando nel fango, mentre,

come dentro ad una antica fotografia,

la mano tremolante ed inzuppata di sangue

si riapre serena, disegnando la metamorfosi

di quella squallida e stridente monografia.

L’ultimo rombo esplode improvviso

rivoltando cupamente il cielo, poi un sibilo

guizza adirato e  rischiara, crepitando,

una giostra variopinta di lucide stelle che

precipitano di colpo a raggiera, ondeggiando

briose la loro brillante ed mortale criniera.

Il corpo si avvolge allo spazio infinito,

intrecciando frementi ghirlande per

agghindare, per un breve istante, il ricordo

della ormai lontana e perduta amante.

A terra, sognando, lo stanco guerriero

ascolta il tuo esile pensiero,

poi  si addormenta sgomento ma

non ti perdona ed infine, dolorosamente,

guarda dentro ai tuoi occhi e si abbandona.

Le fate del bosco

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Anche quell’anno in primavera

le fate del bosco fecero fiorire

le primule che si trovarono, così,

abbracciate alle odorose verbene

ed all’edera sfrontata e vigorosa.

E quello stesso giorno il sole

riprese a vegliare su di te e raccolse

nella sua luce il tuo sconforto.

Lo trasportò lontano oltre

le terre infuocate, attraversando

la barriera di quelle ombre bizzarre

che si accatastavano scomposte

lungo i pontili scardinati di quel

maleodorante ed ombreggiato porto.

E fu un’aurora ardente

quella che capovolse il sole

ed albeggiò inebetita e luminosa

circondando ed intrecciando,

con puntiglio, la tua chioma

morbida e scontrosa.

Aria calda

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 L’aria calda e stanca trema

per l’ultima volta lentamente

e ferma per sempre il ticchettare

dello sbiadito pendolo che

avvinghiato alla scrostata parete,

si accartoccia assonnato contro il sole

che pare esausto e vinto

da un’efferata e sconfinata noia.

Le bricciole di pane affogano

nella fumosa tazza sbeccata

dove il bianco e spumoso latte

silenziosamente allatta

la piccola mosca che nuota

frusciando con gli occhi chiusi

immersa fra tanto candore.

Raccontami e rammentami ancora

di quell’addolorata

ed insanguinata primavera

che sventolava

quella sgargiante e fiera bandiera

mentre, assordata dai canti e dai pianti,

cercava tra i muti rimpianti

di recitare quell’accorata,

furiosa ed estrema preghiera.

Arancio sprezzante

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Arancio sprezzante

che colora il contorno

del tuo piagato tormento

mentre scompare,

dietro all’incolto canneto,

il riverbero di quell’ultimo,

ormai liquefatto giorno.

Arancio malinconico e balordo

che raccoglie il respiro

disperso nell’aria e lo trasporta,

con delicato ansimare,

verso il tuo nebuloso racconto.

Arancio che srotola,

come fosse un tappeto antico,

lo sgangherato ventaglio

intriso di tutti gli altri colori

che ora sgocciolano, lentamente,

sul groviglio appiccicoso

del tuo struggente dolore.

Occhi di mare nel mare

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Occhi di mare nel mare

mentre piccoli ed  enigmatici elfi

si dondolano assorti

sulle alghe leggere e fluttuanti

nel fondo chiaro e lunare.

Occhi di cielo nel mare

che  scrutano piccole

sagome  immaginarie

mentre  briose inseguono

flebili tracce confuse,

disegnando ed intrecciando

tracciati tortuosi e  binari.

Occhi azzurri disciolti nel mare

che accumula e sbatte impietoso

detriti di sabbia petrosa

e sorride  ad un’onda  furiosa

mentre di scatto si arrotola,

si blocca ed infine  si  mette,

tremolando, mollemente  in  posa.

Annodate strisce blu

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Il viottolo tortuoso
si infrange contro il mare,
increspando il costone
di tufo bruno
che, intorpidito,
sonnecchia incardinato
fra il verde degli ulivi
che si affacciano
infastiditi
su quella angusta
ed indolenzita baia rossa.
Il cielo, infuriato,
si incupisce e si
colora annodando
spesse strisce blu
che svolazzano arruffate
e cangianti ad ogni
suo collerico umore.
Poi, travolgendomi,
il cielo mi sbarra il passo
e si sdraia, con dispetto,
mollemente di traverso.
Guardiano sorpreso
a bloccare il tempo
per attutire
un ruvido sobbalzo
ed annullare il sussurro
bisbigliato da
questo triste silenzio.