Il lungo regno di Cleomene I di Sparta fratellastro di Leonida

Durante il lungo regno di Cleomene durato dal 520 al 488 a.C., la città di Sparta divenne la prima potenza della Grecia nonostante che le fonti antiche lo presentino come un uomo collerico, crudele e mentalmente instabile che disprezzava le norme umane e divine.

Suo padre, il re Anassandrida, era sposato con una nipote ma non riusciva ad avere figli. Questo era fonte di preoccupazione per gli efori, i cinque uomini eletti annualmente che a Sparta avevano il potere supremo e svolgevano la funzione di controllare il sovrano. Gli efori proposero ad Anassandrida di ripudiare la moglie ma il re si rifiuto’ poiché amava molto la consorte e così gli proposero di prenderne anche un’altra che gli desse dei figli ed egli si ritrovò così con due famiglie.

Ben presto la nuova moglie diede alla luce un figlio, Cleomene, ma poco dopo la prima moglie ne ebbe altri tre tra i quali Leonida eroe delle Termopili. Stando alle leggi di Sparta, la successione ricadeva sul primo maschio nato dopo l’ascesa al trono del padre e quindi Cleomene fu considerato il legittimo erede. Così, anche se il giovane aveva mostrato sin da giovane i sintomi di malessere mentale, alla morte del padre fu proclamato re.

Nel 510 a.C., Cleomene guidò l’esercito spartano contro Atene per destituire il tiranno Ippia che peraltro aveva buone relazioni con Argo, la grande nemica di Sparta, in quanto suo padre Pisistrato aveva come concubina una donna argiva. Inoltre Ippia dava prova di benevolenza verso i persiani e ciò impensieriva gli spartani, che ne temevano l’espansione in Occidente.

Cleomene invase l’Attica, entrò in Atene e assediò Ippia, che aveva cercato riparo nell’Acropol protetta da mura difensive, e riuscì a fermare i figli del tiranno mentre fuggivano dall’Acropoli in gran segreto e così Ippia trattò la ritirata assieme alla famiglia e lasciò Atene.

Due anni più tardi, Cleomene ritornò però ad Atene dilaniata dalla lotta politica tra Clistene e Isagora. Il primo proponeva riforme politiche che concedevano maggiore partecipazione al popolo, al contrario Isagora aspirava a mantenere il potere nelle mani dell’aristocrazia.

Durante il precedente soggiorno ad Atene, Cleomene si era legato a Isagora, forse anche perché divenuto l’amante della moglie, e quando Clistene affidò il potere al popolo, Cleomene consegnò a Isagora il comando della città ed espulse i sostenitori di Clistene, all’incirca 700 famiglie.

Il popolo, però, si rivolto’ e Cleomene, Isagora e i loro fedeli dovettero rifugiarsi sull’Acropoli. Dopo due giorni di assedio, pattuirono una tregua anche se gli ateniesi favorevoli a Isagora vennero lo stesso giustiziatiClistene e le 700 famiglie espulse furono richiamate in patria.

Cleomene reclutò quindi un esercito tra gli alleati del Peloponneso e invase l’Attica con lo scopo di di imporre Isagora ma quando essi vennero a conoscenza del piano si ritirarono dall’impresa.

Cleomene nel 504 a.C. convocò di nuovo gli alleati a Sparta e disse di aver saputo dagli oracoli, che aveva portato con sé dall’ Acropoli, che gli spartani avrebbero patito molto per colpa di Atene . Ma gli alleati, e in particolare Corinto che veniva da una lunga tirannide, si rifiutarono di appoggiare i piani del re e Ippia dovette ritornare al suo esilio.

Cleomene concentrò la sua politica estera sull’egemonia spartana nella penisola del Peloponneso e nel 494 a.C. attaccò Argo. I due eserciti si accamparono molto vicini, in attesa della battaglia decisiva. Secondo Erodoto, gli argivi si limitavano a copiare ogni ordine dato dall’araldo spartano al suo esercito. Quando se ne accorse, Cleomene comandò all’araldo di dare il segnale del pasto e quando gli argivi si apprestarono a fare lo stesso, Cleomene li colse alla sprovvista e li massacro’. I sopravvissuti si rifugiarono in un bosco sacro all’eroe Argo, ma Cleomene li sterminò lo stesso comprendo un atto empio che avrebbe comportato una maledizione.

In seguito Cleomene con mille uomini scelti si diresse all’Heraion, il santuario più importante degli argivi, dove offrì un sacrificio solenne alla dea Era. Fu però fermato da un sacerdote che lo accusò di empietà in quanto era proibito agli stranieri compiere sacrifici sull’altare, ma il re lo fece frustare e compì il rito.

Quindi lasciò Argo e tornò a Sparta dove i detrattori, tra i quali il secondo re di Sparta Demarato, lo accusarono di aver accettato denaro pur di ritirarsi, ma Cleomene sostenne che, mentre rendeva il sacrificio sull’Heraion, le fiamme risplendenti sul petto della statua l’avevano convinto a non espugnare la città. 

In realtà è probabile che Cleomene ritenesse che a Sparta sarebbe convenuta una Argo decimata ma non distrutta altrimenti le altre città del Peloponneso, come Corinto, avrebbero accresciuto il proprio potere.

Quello che è certo è che Argo rimase senza uomini. Infatti Erodoto fissa a seimila il numero di argivi morti mentre lo storico Pausania parla di cinquemila perdite. La città impiegò del tempo per riprendersi dal massacro e poi giustifico’ con la mancanza di uomini la neutralità nella futura guerra contro i persiani.

Nel 491 a.C. il re persiano Dario I mandò messaggeri in tutta la Grecia per chiedere terra e acqua indice di sottomissione. Gli ateniesi gettarono i messi in una vecchia cava mentre gli spartani li scagliarono in un pozzo consigliando loro di prendere da lì l’acqua e la terra. Solo l’isola di Egina, nemica di Atene, accettò di sottomettersi al re persiano e gli ateniesi si rivolsero a Sparta accusando gli egineti di tradimento.

Cleomene si presentò a Egina per chiedere degli ostaggi, ma gli egineti glieli negarono con il pretesto che non erano venuti entrambi i due re di Sparta come stabiliva la legge. Gli egineti erano stati istruiti da Demarato, il secondo re, e Cleomene prima di castigare gli egineti decise di eliminarlo.

Approfittò di certi sospetti sulla legittimità di Demarato e suggerì di consultare l’oracolo di Delfi. Cleomene aveva corrotto i capi di Delfi e così, alla formulazione della domanda, la pizia dichiarò che i dubbi erano fondati. Demarato fu deposto e per un certo tempo rimase a Sparta finché scappò in Asia e si rifugiò alla corte di Dario. Al suo posto Cleomene insediò Leotichida. Entrambi si recarono a Egina e presero degli ostaggi che lasciarono nelle mani degli ateniesi che erano i loro peggiori nemici.

Poco dopo la corruzione della pizia venne scoperta e Cleomene fuggì in Arcadia, dove cercò di riunire i popoli nella lotta contro Sparta. Gli spartani lo lasciarono allora rientrare ma egli, appena tornato, in preda a un raptus di follia cominciò a prendere a bastonate chiunque gli si trovasse davanti.

I familiari lo legarono a un ceppo finché un giorno Cleomene riuscì ad avere un pugnale da un ilota e, secondo Erodoto, «cominciò a straziarsi le gambe, le cosce i fianchi, fino a raggiungere il ventre e morì così, sbudellandosi completamente e tagliandosi a pezzi la carne come liste».

Oggi gli storici credono che furono gli spartani a giustiziarlo quando divenne un pericolo per lo stato poiché la sua politica personalistica e ambiziosa metteva a rischio l’equilibrio di forze nel Peloponneso e quindi Sparta stessa.

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