La fine delle Vestali e della tolleranza religiosa degli antichi Romani

Secondo la leggenda della fondazione di Roma Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, era una vestale di Albalonga appartenente a uno tra i primi ordini sacerdotali creati da Numa Pompilio.

Il compito delle Vestali era di mantenere sempre acceso il sacro fuoco alla dea Vesta, che rappresentava la vita della città, e dovevano preparare gli ingredienti per qualsiasi sacrificio pubblico o privato, come la mola salsa che era una focaccia di farina di farro tostata mista a sale. Veniva offerta alla divinità, distribuita in piccoli pezzi ai credenti, quale atto di purificazione, oppure utilizzata per cospargere gli animali destinati al sacrificio; “immolare”, infatti, ha il significato di “ricoprire con mola salsa”.

Augusto aumentò il numero, il prestigio e i privilegi delle Vestali e, per ovviare al fatto che molti non volevano dare le loro figlie in sostituzione di una Vestale morta, giurò che se le sue nipoti avessero avuto l’età adatta, egli stesso le avrebbe offerte.

In principio le vestali erano tre o quattro fanciulle vergini poi divennero sei ed erano sorteggiate all’interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, inizialmente tutte appartenenti a famiglie patrizie. Dovevano quindi essere libere per nascita, con i genitori in vita e il padre residente in Italia ed esenti da imperfezioni fisiche. Vi erano però altri impedimenti legati all’appartenenza a gentes in cui fossero presenti personaggi con determinati incarichi politici o religiosi

Venivano consacrate dal Pontefice Massimo tramite la captio o cattura, rito che ricalcava il matrimonio per rapimento e, dopo che egli aveva aveva pronunciato la frase “Ego te amata capio” (io ti prendo, amata), dovevano obbedirgli come se fosse un marito e dovevano rispondere a lui in caso di loro mancanze. Allo stesso modo in cui la novella sposa abbandonava l’abitudine dei capelli sciolti, alle vestali inizialmente venivano recisi i capelli in un rito pubblico, per poi essere appesi a un albero, forse un loto.

Nei primi dieci anni di sacerdozio erano considerate novizie, nel secondo decennio erano addette al culto, mentre gli ultimi dieci anni dovevano istruire le novizie. Solo dopo potevano abbandonare il servizio e anche sposarsi. La vestale più anziana aveva il titolo di “Virgo Vestalis maxima”.

Vivevano accanto al tempio di Vesta, dove dovevano mantenere acceso il fuoco sacro e preparare la “mola salsa”. Potevano però uscire liberamente in lettiga e godevano di privilegi superiori a quelli delle donne romane, nonché di diritti e onori civili e per questo erano mantenute a spese dello Stato ed erano le uniche donne romane che potevano fare testamento. Erano inoltre anche loro esse custodi, grazie all’inviolabilità del tempio e della loro persona, di testamenti e trattati. Potevano anche testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio.

Avevano anche il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente e quello di essere sepolte entro il pomerio, lo spazio di terreno consacrato e libero da costruzioni che correva lungo le mura di Roma e delle colonie romane, a significare che la loro esistenza era così sacra che neppure le loro ceneri erano impure.

Alle Vestali erano anche affidati in esclusiva gli oggetti più sacri di Roma cioè i Pignora imperii che erano i sette talismani sacri che garantivano la potenza eterna dell’Urbe. Tra questi vi erano gli Ancilia che erano i dodici scudi sacri di Marte dio della guerra e il Palladio che era la statua della dea Atena che Enea portò da Troia.

Le Vestali erano riconoscibili oltre che per le vesti, per un’elaborata acconciatura a trecce attorcigliate sul capo e sormontati da un’infula o benda sacra che girava in più spire e terminava in due bende finali, che ricadevano sulle spalle. Il tutto era coperto da un velo fissato da un spilla.

Le uniche colpe che potevano cambiare questa inviolabilità erano lo spegnimento del fuoco sacro e le relazioni sessuali, che venivano considerate incestum e sacrilegio imperdonabile poiché la loro verginità doveva durare per tutto il tempo del servizio.In questi casi la vestale non poteva essere perdonata, ma neppure uccisa da mani umane, in quanto ella era sacra alla dea.

La Vestale veniva quindi frustata, poi vestita di abiti funebri e portata in una lettiga chiusa, come un cadavere, al Campus sceleratus sul colle del Quirinale. Là veniva lasciata in una sepoltura con una lampada e una piccola provvista di pane, acqua, latte e olio, il sepolcro veniva chiuso e la sua memoria cancellata. Il complice dell’incestum subiva invece la pena degli schiavi cioè la fustigazione a morte.

In realtà, almeno fino alla fine della repubblica, la condanna a morte di una Vestale appare assai simile ad un sacrificio umano mascherato, destinato a placare gli dèi quando sembravano corrucciati e inviavano catastrofi pubbliche.

Divenuto il credo niceno la religione di stato nel 380 d. C. con l’editto di Tessalonica, a partire dal 391 Teodosio I proibì qualunque culto pagano e il sacro fuoco nel tempio di Vesta venne spento, decretando la fine dell’ordine delle Vestali. Finiva così la tolleranza romana per qualsiasi altro culto, autoctono o straniero.

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