La condizione femminile nell’antica Grecia

Donne e sport nell'antichità

Fino all’età arcaica le donne dell’antica Grecia avevano una certa libertà di movimento anche se non possedevano gli stessi diritti politici degli uomini. Alcuni testi rilevano infatti che donne a Delfi, Gortina, Tessaglia, Megara e Sparta erano in possesso di terreni, allora la più prestigiosa forma di proprietà privata. Dopo l’età arcaica la condizione delle donne però peggiorò a seguito di leggi in cui si attuava la segregazione e la disuguaglianza di genere.

Pertanto le donne dell’Atene classica non avevano personalità giuridica e facevano parte dell’oikos (casa, famiglia) guidata dai Kirios (maschi) e restavano sotto la tutela dei padri o di un altro parente maschio e poi, dopo il matrimonio, dei mariti che le rappresentavano anche nelle azioni giudiziarie.

Avendo così le donne ateniesi solo un limitato diritto di proprietà, non vennero mai considerate come delle cittadine complete in quanto la cittadinanza e i diritti civili e politici erano definiti in base alla proprietà e ai mezzi posseduti. Le donne potevano avere proprietà attraverso doni, doti e eredità ma i suoi kyrios avevano sempre il diritto di disporne a loro piacimento. Le donne ateniesi potevano solo fare piccoli scambi stipulando contratti che valessero meno del valore di una misura (medimno) di grano.

Gli schiavi, in rare circostanze, avrebbero potuto diventare cittadini se liberati ma nessuna donna poteva avere la cittadinanza ateniese e pertanto esse furono sempre escluse sia in linea di principio sia in pratica dall’antica democrazia. Ad Atene chiunque poteva diventare poeta, studioso, politico o artista a condizione che non fosse una donna che non aveva diritti civili e aveva scarsa libertà di movimento e di scelta autonoma.

Durante il periodo ellenistico ad Atene il filosofo Aristotele pensava che le donne, se lasciate libere, avrebbero portato al disordine generale ed erano “assolutamente inutili e causano più confusione del nemico” e pertanto dovevano essere tenute separate dal resto della società e tenute in un ambiente apposito della casa, chiamato gineceo, e occuparsi solo dei doveri domestici. Questo era anche funzionale a proteggere la fertilità femminile da uomini diversi dal marito in modo da garantire la legittimità dei figli. Le donne ateniesi ricevevano poca educazione tramite un tutore e venivano addestrate alla tessitura, l’arte culinaria e qualche piccola conoscenza del denaro.

Le donne dell’antica Sparta godettero invece di uno status e di un rispetto, anche come madri dei guerrieri spartiati, che era del tutto sconosciuto nel resto del mondo classico ed avevano la piena responsabilità di gestire i beni. A seguito dello stato di guerra prolungata del IV secolo a.C. le donne spartane giunsero a possedere approssimativamente tra il 35 e il 40% di tutte le terre e dal periodo ellenistico in poi alcuni tra i più ricchi spartani erano donne che controllavano direttamente le loro proprietà e quelle dei parenti maschi impegnati nelle guerre.

Inoltre si sposavano raramente prima dell’età di vent’anni e, mentre le donne ateniesi indossavano abiti pesanti che nascondevano a figura, indossavano vesti corte e avevano libertà di movimento. Ragazze e ragazzi ricevevano una formazione egualitaria e le giovani donne potevano partecipare nude assieme ai giovani uomini alle gimnopedie. Potevano così, in piena forma fisica, generare bambini sani, destinati a diventare guerrieri forti e coraggiosi. La legge spartana stabiliva che alla donna morta di parto fossero riservati gli stessi onori che al soldato caduto in battaglia.

Solo il loro ruolo nella politica era uguale a quello delle donne ateniesi perchè gli uomini vietavano anche a loro di parlare nelle assemblee pubbliche e le escludevano da qualsiasi attività politica. Aristotele pensava anche che la maggiore libertà legale concessa alle donne spartane costituisse la conseguente rovina dello stato.

Platone riteveva che l’estensione dei diritti politici e civili alle donne avrebbe modificato la natura della famiglia e dello stato e pur ritenendo che “la natura ha distinto tra la femmina e lo schiavo“, considerò legittima l’idea della compravendita delle mogli. Secondo Aristotele poi il lavoro delle donne non aggiungeva alcun valore perché “l’arte della gestione delle famiglie non è identica all’arte di ottenere la ricchezza, in quanto si usa il materiale che l’altro fornisce“.

I filosofi dello stoicismo invece sostennero l’uguaglianza di genere tra i sessi poichè la disuguaglianza sessuale era contraria alle leggi della natura. Così la pensavano anche gli esponenti del cinismo sostenendo che uomini e donne avrebbero dovuto indossare gli stessi vestiti e ricevere lo stesso tipo di istruzione e il matrimonio era un’equa compagnia morale piuttosto che una necessità biologica o sociale. Gli stoici aggiunsero alle idee dei cinici le proprie teorie sulla natura umana, mettendo così l’egualitarismo sessuale su una forte base filosofica.

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