Lavoratrici costrette alla rimozione dell’utero

A Beed, città indiana nello stato del Maharashtra, lavorano molti raccoglitori di canna da zucchero, tra ottobre e marzo di ogni anno, dalle 4 del mattino e per più di 12 ore al giorno sotto il sole e senza alcuna tutela sanitaria. Si riposano alcune ore in tendopoli vicino ai campi, che non sono fornite di servizi igienici, per un guadagno complessivo a stagione tra le 30.000 e 35.000 rupie, ovvero 380 e 450 euro.

Per ogni giorno di assenza è prevista una multa di 500 rupie e non è contemplata la possibilità di avere malattie o malesseri tanto meno se collegati ai cicli mestruali femminili. Una inchiesta ha rilevato che circa 4500 donne lavoratrici, nel corso degli ultimi anni, sono state forzate dal datore di lavoro a rimuovere l’utero per poter lavorare senza interruzioni e di buona lena.

Il numero delle isterectomie in questo territorio ha raggiunto questi livelli tragici e varie ONG hanno allertato le autorità governative regionali che hanno svolto due indagini nel 2018 stabilendo poi che il 36% delle raccoglitrici di canna da zucchero ha subito l’intervento di rimozione dell’utero mentre la media nazionale è solo del 3,2%.

Pare anche che dietro a questi numeri spropositati vi sia anche un sodalizio tra i datori di lavoro e medici che consigliano l’operazione, eseguita poi nell’85% dei casi in una clinica privata, spaventando le donne con il rischio di cancro cervicale per intascare così tra le 20.000 e 40.000 rupie ad intervento, a volte quindi una cifra superiore al guadagno stagionale delle lavoratrici. Spesso inoltre molte donne, dopo l’operazione, vanno incontro ad infezioni e a complicazioni sanitarie.

La maggior parte dei datori di lavoro nega ogni addebito sostenendo che siano le donne a volersi operare per non perdere giorni di lavoro ma anche in tal caso esse non dovrebbero mai essere messe nelle condizioni di dover scegliere tra il loro diritto a riprodursi ed alla salute e l’unico guadagno possibile per la sopravvivenza della famiglia.

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