Amfetamina, stimolante del sistema nervoso centrale

L’ amfetamina  è una sostanza di sintesi che agisce come stimolante sul sistema nervoso centrale, forse prodotta per la prima volta intorno al 1880 dal chimico tedesco Leuckart. Ha un uso terapeutico limitato e pertanto la maggior parte di essa viene prodotta in laboratori clandestini perché usata come stupefacente e per l’aumento di prestazioni fisiche.

L’amfetamina base è un olio incolore volatile, insolubile in acqua e pertanto i prodotti illeciti si presentano per lo più in forma di polveri. Può essere ingerita, sniffata, meno comunemente iniettata ma il solfato di amfetamina non è sufficientemente volatile per essere fumato. 

L’amfetamina è uno stimolante che causa ipertensione e tachicardia, con sensazioni di aumento di fiducia, socialità ed energia. Elimina l’appetito e la fatica, provoca insonnia e gli effetti dopo l’assunzione  orale si hanno  a distanza di 30 minuti e durano molte ore.

In un secondo momento, i consumatori possono avvertire però irritabilità, irrequietezza, ansia, depressione e letargia. L’intossicazione grave provoca seri disturbi cardiocircolatori e problemi comportamentali,  tra i quali agitazione, confusione, paranoia, impulsività e violenza.

Un uso cronico dell’amfetamina produce inoltre cambiamenti a livello neurochimico e neuroanatomico e la dipendenza comporta deficit nella memoria  e difficoltà nel prendere decisioni e nel ragionamento verbale, allucinazioni e psicosi tanto che alcuni dei sintomi assomigliano a quelli della schizofrenia paranoide.

L’abuso di lunga durata provoca infine esaurimento fisico, malnutrizione e denutrizione estrema fino alla cachessia, stato di profondo deperimento generale, e alla morte.

Occasionalmente viene impiegata a scopo terapeutico per la cura della narcolessia e del disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività (ADHD) nei bambini e come antidepressivo, psicostimolante e anoressizzante negli adulti.

Fino agli anni ‘70 l’anfetamina e alcuni suoi analoghi sintetici erano venduti liberamente nelle farmacie come tonici e veniva generalmente prodotta e commercializzata sotto forma del suo sale solfato racemo che si presenta come una polvere cristallina bianca che veniva usata per sopprimere l’appetito e controllare il peso.

L’amfetamina fu sintetizzata nel 1887 dal chimico rumeno Lazăr Edeleanu ed il suo uso medico sperimentale, cominciato dal 1930, fu introdotto nella maggior parte del mondo sotto forma di Benzedrina verso la fine degli anni trenta.

Simpamina era inoltre il nome commerciale di un prodotto farmaceutico adrenergico derivato dall’amfetamina, che era venduto in farmacia senza ricetta sino al 1972 ma che ora non è più disponibile in commercio.

Nel suo uso illegale la forma più diffusa oggi è lo speed dall’inglese “velocità” e il suo colore varia dal bianco, al giallo, al rosa, al marrone chiaro in base alle impurità contenute nei solventi usati nel processo chimico di realizzazione della sostanza.

Dopo decenni di abuso ne è stato vietato l’utilizzazione come stupefacente e dal 1959 l’uso deve avvenire con prescrizione medica. Anche se l’Italia è stata uno degli ultimi paesi europei a recepire tale normativa, oggi è invece fra le nazioni più restrittive poiché nella classifica di pericolosità delle varie droghe le amfetamine occupano l’ottavo posto.

Nel mese di luglio 2020 la Guardia di Finanza di Napoli ha sequestrato nel porto di Salerno un ingente quantitativo di droga pari a  14 tonnellate di amfetamine, 84 milioni di pasticche col logo «captagon», prodotte in Siria dall’Isis per finanziare il terrorismo.

Santa Rosalia, rosa e gigli

Santa Rosalia è una vergine divenuta patrona di Palermo nel 1666 con culto ufficiale esteso a tutta la Sicilia affettuosamente chiamata la “Santuzza”.

Rosalia nacque a Palermo nel XII secolo e, secondo antichi libri liturgici, morì il 4 settembre del 1160 a 35 anni. La leggenda dice che era figlia del Duca Sinibaldo, feudatario, signore di Quisquinia e delle Rose, località ubicate fra Bivona e Frizzi, nel Palermitano, e di Maria Guiscarda, cugina del re normanno Ruggero II.

Giovanissima fu chiamata nel Palazzo dei Normanni, alla corte della regina Margherita, moglie di Guglielmo I di Sicilia (1154-1166), dove trovò parecchi nobili pretendenti fra i quali Baldovino, futuro re di Gerusalemme.

Rosalia visse nel periodo di rinnovamento cristiano-cattolico che i re Normanni ristabilirono in Sicilia dopo aver scacciato gli Arabi, che se n’erano impadroniti dall’827 al 1072, favorendo in particolare il diffondersi di monasteri.

In quest’atmosfera di rinnovamento religioso, s’inserì la vocazione eremitica della giovane nobile Rosalia che, seguendo l’esempio degli anacoreti, lasciati gli agi e la vita attiva si ritirò in una grotta del feudo paterno della Quisquina a circa 90 km. da Palermo sui Monti Sicani in Provincia di Agrigento in territorio di Santo Stefano Quisquina, vicina a un convento di monaci basiliani.

Da lì la giovane eremita, dopo un periodo di penitenza, si trasferì in una grotta sul Monte Pellegrino, accanto ad una preesistente chiesetta bizantina, in una cella costruita sopra il pozzo tuttora esistente.

Qui ella visse in preghiera, solitudine e mortificazioni e molti palermitani salivano il monte attratti dalla sua fama di santità. Secondo la tradizione morì il 4 settembre forse dell’anno 1160 e poi fu oggetto di culto con l’edificazione di chiese a lei dedicate in varie zone siciliane, oltre la cappella già sul Monte Pellegrino, e fu riprodotta in immagine nella cattedrale di Palermo e di Monreale.

All’inizio del 1600 però il suo culto era scaduto al punto che non veniva più invocata nelle litanie dei santi patroni di Palermo anche se sul Monte Pellegrino, fino al primo Cinquecento, erano vissuti i cosiddetti “romiti di s. Rosalia” dimoranti in alcune grotte vicine a quella, dove per tradizione era vissuta e morta la giovane eremita.

Verso la metà del sec. XVI, il viceré Giovanni Medina fece costruire un convento accanto alla grotta adattata a chiesa. Il 26 maggio 1624 una donna di nome Girolama Gatto, ridotta in fin di vita, vide in sogno una fanciulla vestita di bianco, che le prometteva la guarigione se avesse fatto voto di salire sul Monte Pellegrino per ringraziarla.
La donna salì sul monte con due amiche in preda alla febbre ma appena bevve l’acqua che gocciolava dalla grotta, si sentì guarita, cadendo in un riposante torpore durante il quale le riapparve la giovane vestita di bianco, che era s. Rosalia, che le indicò il posto dove erano sepolte le sue reliquie.

I frati eremiti francescani del vicino convento il 15 luglio 1624, a quattro metri di profondità, trovarono un masso lungo sei palmi e largo tre a cui aderivano delle ossa. Il cardinale arcivescovo di Palermo Giannettino Doria fece trasferire il masso in città nella sua cappella privata, dove fu esaminato con i resti trovati, da teologi e medici. Il risultato fu deludente perché le ossa potevano appartenere a più corpi e poi nessuno dei tre teschi trovati, sembrava appartenere ad una donna.

Intanto Palermo fu colpita dalla peste nell’estate del 1624 mietendo migliaia di vittime e il cardinale radunò nella cattedrale popolo e autorità e tutti insieme chiesero aiuto alla Madonna, facendo voto di difendere il privilegio dell’Immacolata Concezione di Maria, che era argomento contrastante nella Chiesa di allora e nel contempo di dichiarare s. Rosalia patrona principale di Palermo, venerando le sue reliquie, quando si sarebbero riconosciute.


L’11 febbraio 1625 una nuova commissione, stabilì che le ossa erano di una sola persona chiaramente femminile e dei tre crani, si scoprì che due erano un orciolo di terracotta e un ciottolone, mentre il terzo che sembrava molto grande, era invece ingrossato da depositi calcarei che, una volta tolti, rivelarono un cranio femminile.

Inoltre un tal Vincenzo Bonelli essendogli morta la moglie di peste e non avendolo denunziato, fuggì sul Monte Pellegrino e qui gli apparve la “Santuzza” predicendogli la morte per peste e ingiungendogli, se voleva la sua protezione per l’anima, di dire al cardinale che non dubitasse più dell’autenticità delle reliquie e le portasse in processione per la città, solo così la peste sarebbe finita.


Tornato in città, egli si ammalò di peste e prima di morire confessò ciò che gli era stato rivelato. Il 9 giugno del 1625, l’urna costruita apposta per le reliquie, fu portata in processione a Palermo con la partecipazione di tutta la popolazione e la peste cominciò a regredire e il 15 luglio quando si fece il pellegrinaggio sul Monte Pellegrino, nell’anniversario del ritrovamento delle reliquie, non comparve più nessun caso di appestato.

Il cardinale fece costruire nella cattedrale un altare, dove venne sistemata una urna d’argento massiccio con le reliquie della santa, il cui nome fu per tradizione interpretato come composto da ‘rosa’ e ‘lilia’, rosa e gigli, simboli di purezza e di unione mistica e per questo la ‘Santuzza’ è rappresentata con il capo cinto di rose.

Da allora i pellegrini salgono sul monte, definito da Goethe nel suo ‘Viaggio in Italia’, il promontorio più bello del mondo.Si saliva a piedi faticosamente, finché il Senato palermitano fece costruire nel 1725 una strada fra pini ed eucalipti. Palermo onora s. Rosalia il 15 luglio anniversario del ritrovamento delle reliquie e il 4 settembre giorno della morte della ‘Santuzza’ è le feste, specie quella di luglio, durano una settimana con la partecipazione di tutto il popolo e di tanti emigranti che ritornano per l’occasione.

La seconda festa del 4 settembre si svolge come un pellegrinaggio al santuario sul Monte Pellegrino, dove conglobando la grotta, si costruì un Santuario, la cui pittoresca facciata risale al XVII secolo. All’interno si sono accumulate tante opere d’arte dei vari secoli successivi, una parte è ancora a cielo aperto mentre le pareti sono coperte di ex voto e lapidi lasciate dai visitatori.


Una cancellata divide questa prima parte del santuario, dalla grotta nella quale sono presenti altari e opere d’arte singolari, che ricordano la presenza della santa; di fronte al luogo dove furono trovate le reliquie della ‘Santuzza’ sorge lo stupendo altare coperto da un baldacchino, con un sontuoso tabernacolo sormontato da una statua d’argento della santa, donati dal Senato di Palermo nel 1667. Sotto l’altare si venera la statua del 1625, che rappresenta s. Rosalia giacente in atto di esalare l’ultimo respiro e che fu rivestita d’oro per disposizione del re Carlo III di Borbone (1716-1788).