Il marchese di Roccaverdina asservito alla cultura dominante

 

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Il romanzo Il marchese di Roccaverdina, pubblicato nel 1901, è considerato il capolavoro di Luigi Capuana (1839 – 1915) e sancisce un ritorno alle origini veriste dello scrittore, dopo tentativi narrativi sperimentali con risvolti psicologici come il libro Profumo del 1892.
In questo libro le vicende narrate hanno come sfondo storico la Sicilia rurale del periodo post-unitario, con i suoi fallimentari tentativi di progresso economico che risultavano impraticabili in una società ancora strutturata in modo semifeudale.

La desolata campagna siciliana dominata da questi arcaici rapporti fa da sottofondo alla parabola discendente del marchese di Roccaverdina, aristocratico proprietario terriero, che vive nell’antica dimora di famiglia accudito da una vecchia governante.

Egli, dopo aver sedotto la giovane popolana Agrippina Solmo, che si dedica completamente a lui, per salvare l’onore del casato decide di farla maritare con un suo fattore, Rocco Criscione, in cambio del giuramento che il matrimonio non verrà mai consumato.

Così avviene ma, in preda a gelosie e sospetti, il marchese finisce con l’uccidere il suo rivale ma fa ricadere la colpa dell’omicidio su un certo Neli Casaccio che, ingiustamente condannato, morirà in prigione.

Il marchese di Roccaverdina decide poi di sposare Zosima Mugnos, donna di nobili origini ma in disagiate condizioni economiche, e cerca di realizzare una Società Agricola che però è destinata al fallimento. Agrippina Solmo nel frattempo si risposa in seconde nozze con un pastore.

Il libro ha una struttura narrativa in cui l’ordine cronologico degli avvenimenti viene interrotto per lasciar lungo spazio alla rievocazione di episodi precedenti. In un crescendo psicologico, il protagonista dopo il delitto passionale ingaggia una feroce lotta interiore col proprio rimorso e i sensi di colpa finché, incapace di reggerne il peso, cede e sprofonda nella follia.

Il libro Il marchese di Roccaverdina è anche un peculiare documento della poetica verista, in cui il resoconto impersonale è corretto da un approfondito e a tratti morboso studio psicologico dei personaggi e dal gusto per il soprannaturale e il favoloso.

Il romanzo ricalca, a tratti, anche la vita personale dell’autore in quanto anche Luigi Capuana, nel 1875, iniziò una relazione amorosa con Giuseppina Sansone, una ragazza analfabeta che era stata assunta dalla sua famiglia come domestica.

Da questa relazione nacquero parecchi figli, che finirono però tutti abbandonati all’ospizio dei trovatelli di Caltagirone poiché a quell’epoca era inconcepibile che un rispettabile borghese riconoscesse come suoi i figli nati dalla relazione con una donna di bassa estrazione sociale.

Questa donna, la “Beppa di Don Lisi” rimase con lui fino al 1892, quando, proprio per volontà dello scrittore, sposò un altro uomo come l’Agrippina Solmo del Marchese di Roccaverdina.

Negli ultimi anni Capuana rappresentò donne inermi e rassegnate e forse per questo il pubblico perse interesse verso le sue opere anche se lui non riusciva a spiegarsi le ragioni e accusava i media dell’epoca.

Ma forse le ragioni del regresso erano legate a Beppa che aveva ceduto per sempre per salvare le apparenze. Era lei che impersonava il tipo di donna dissidente e sovvertitrice che era servito allo scrittore per concepire una visione di cambiamento della società. Con la sua eliminazione Capuana si era conformato alla cultura dominante ed aveva disperso l’universo femminile che lo aveva ispirato.

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