La pirata Shih Ching o Cheng Yi Sao e la Red Flag Fleet

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Shih Ching (1775-1844) fu una pirata cinese, nota anche come Cheng Yi Sao (“moglie di Cheng Yi”), che operava nel Mar della Cina al comando di più di 300 giunche con a bordo da 20.000 a 40.000 pirati, tra cui anche donne e bambini.

Shih Yang lavorava come prostituta in una piccola casa di tolleranza a Canton facendosi chiamare Shi Xianggu quando, nel 1801, il pirata cinese Cheng Yi, che comandava sei flotte pirata, la fece catturare e le chiese di sposarlo: lei accettò a patto che lui le cedesse metà dei suoi averi e il comando di una delle sue flotte.

Cheng Yi poi, su consiglio della moglie, riunì le flotte cantonesi in un’unica alleanza che nel 1804, conosciuta come Red Flag Fleet, divenne una delle più potenti flotte di pirati di tutta la Cina.

Nel 1807 Cheng Yi morì e Ching, per subentrare nella sua posizione di comando, cercò il supporto dei membri più potenti della famiglia del marito, in particolare di suo nipote Cheng Pao-Yang e il figlio di suo cugino Cheng Ch’i, e poi cercò anche il supporto dei capitani delle flotte.

Scelse inoltre come suo ufficiale esecutivo di fiducia Cheung Po Tsai, figlio di un pescatore, che era diventato un pirata all’età di 15 anni quando era stato catturato e poi adottato da Cheng Yi. I due divennero amanti e probabilmente si sposarono ed ebbero un figlio ma Cheung Po Tsai morì presto a 36 anni.

Ottenuto il comando della flotta pirata, Ching Shih stabilì un codice di leggi molto severo che veniva applicato rigorosamente. Le regole principali  erano le seguenti:

  • Chiunque avesse dato ordini che non venivano emessi da Ching Shih o che avesse disobbedito a quelli di un superiore, sarebbe stato decapitato sul posto.
  • Era vietato rubare dal fondo pubblico e ai cittadini che rifornivano i pirati.
  • Tutti i beni che venivano presi come bottino dovevano essere presentati per un’ispezione di gruppo. Il bottino veniva registrato  e poi veniva distribuito dal capitano della flotta: ai razziatori spettava il venti percento e il resto veniva aggiunto al fondo pubblico.
  • Il denaro invece veniva consegnato al capitano della ciurma, che restituiva solo una piccola somma ai razziatori ed il resto lo utilizzava per comprare provviste durante le spedizioni senza successo. La punizione per aver nascosto un bottino consisteva, la prima volta, in molte severe frustate sulla schiena, mentre l’aver celato grandi quantità di denaro portava alla pena di morte.

La violazione di altre parti del codice veniva punita con fustigazione, messa ai ferri o squartamento. Ai disertori o a coloro che se ne andavano senza permesso, venivano tagliate le orecchie ed erano poi fatti sfilare davanti alla ciurma.

Il codice di Ching Shih prevedeva inoltre di rilasciare le donne che venivano catturate, ma spesso i pirati prendevano in moglie o come concubine le prigioniere più belle. Se un pirata si sposava, doveva essere fedele alla moglie.

I pirati che violentavano le prigioniere venivano condannati a morte ma se il rapporto era consenziente allora il pirata veniva decapitato e la donna veniva gettata fuori dalla nave, con palle di cannone attaccate alle gambe.

Riteneva che così i suoi uomini avrebbero sfogato la frustrazione in battaglia contribuendo alla vittoria. La flotta, sotto il suo comando, stabilì la sua egemonia su molti villaggi della costa, imponendo anche tasse e prelievi da Macao a Canton.

La Red Flag Fleet diventò imprendibile per gli ufficiali cinesi della dinastia Qing, per la marina Portoghese e pure per gli inglesi. Nel 1810 il governo cinese offrì l’amnistia a tutti i pirati e Ching Shih la accettò ponendo fine alla sua carriera. Con il bottino accumulato aprì poi una casa di tolleranza ove si praticava anche il gioco d’azzardo  e morì nel 1844, all’età di 69 anni.

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