Ordalia, pratica giuridica barbarica

13 febbraio 1068: la prova del fuoco di Settimo « Storia di Firenze

L’ordalia era un’antica pratica giuridica, secondo la quale l’innocenza o la colpevolezza dell’accusato venivano determinate sottoponendolo ad una prova dolorosa o a un duello. La soluzione della controversia era affidata quindi all’ordàlia, o ordalìa secondo la pronuncia francese, termine che deriva dal longobardo ordail e che significa il giudizio di Dio. In Italia infatti tale pratica fu importata dai Longobardi.

Quando il soggetto accusato di una colpa riusciva a superare indenne la prova fisica a cui era sottoposto, gli dei ne garantivano l’onestà e così veniva dichiarato innocente. Una variante consisteva nel duello di Dio, ossia un combattimento a mano armata tra due contendenti, che volevano entrambi il medesimo diritto, e chi ne risultava vincitore ne veniva riconosciuto come titolare.

Gli esiti di queste prove erano inappellabili perchè derivavano dalla sfera divina ed esprimevano la profonda fede che legava questi popoli alla superstizione e alla credenza popolare anche perchè alcune di queste prove fisiche, di cui tre molto diffuse, erano particolarmente cruente.

Nella prova del fuoco o del ferro l’accusato doveva passare a piedi nudi su carboni ardenti, esporsi alle fiamme, stringere un ferro arroventato o immergere un arto in acqua bollente senza riportare alcun tipo di lesioni oppure avere una guarigione in tempi molto rapidi. Tale esito ne decretava in modo insindacabile l’innocenza.

Nella prova dell’ acqua l’accusato veniva gettato legato in acqua e se, dopo un certo intervallo di tempo, veniva ripescato ancora vivo era considerato innocente ma se invece riusciva a liberarsi da solo o era morto era giudicato colpevole.

Nella prova del veleno invece l’accusato era costretto a ingerire una sostanza velenosa e la sua sopravvivenza o la sua morte erano considerate segni di colpevolezza o innocenza.

Queste e tante altre prove furono presenti in Europa fino addirittura al XIII secolo, ma con strascichi fino al XVII, ed è possibile affermare che anche la pratica della tortura utilizzata durante la persecuzione delle streghe, che insanguinò l’Europa tra il Basso Medioevo e l’Età Moderna, traeva origine dall’ordalia perchè vigeva la convinzione che, se innocente, l’imputata non avrebbe subito nè dolore né morte.

Il principio del giudizio di Dio si basava su un sistema giudiziario opposto a quello in vigore non solo in epoca moderna, ma anche a quello esistente in epoca romana. Il magistrato romano infatti, oltre a possedere una formazione giuridica, ricercava anche prove e testimonianze per poter emettere un giudizio equo. Questo sistema invece stava dalla parte di chi, per il solo fatto di aver superato una determinata formalità,  era considerato innocente.

Il fondamento del giudizio era basato sul giuramento, che impegnava direttamente l’anima dell’imputato, e riconduceva il diritto ad un fatto religioso con unici testimoni gli dèi. Formulata l’accusa, al giudice spettava solo decidere se si doveva ricorrere al giuramento o al giudizio di Dio.

Qui finiva la sua competenza e la sentenza era conseguente solo all’esito della modalità stabilita. Erano previsto anche l’intervento dei coniuratoressacramentales, generalmente parenti dell’accusato, che giuravano anch’essi ma solo sul presupposto aprioristico dell’innocenza del congiunto e non su fatti concreti di loro conoscenza.

Si trattava comunque già di un progresso giuridico perchè i parenti sostituivano così il giuramento all’antica faida,  anche se accadeva a volte che le parti non convinte dalla sentenza, ricorressero poi comunque alla faida.

La Chiesa non osteggiava la pratica dell’ordalia per non rischiare che le parti si facessero giustizia da sole. I termini del compromesso erano pertanto che al giudizio di Dio si dovesse ricorrere solo quando il giuramento non soddisfaceva le parti.

Antiche testimonianze evidenziano usanze analoghe all’ordalia nell’antica Mesopotamia e anche nel diritto babilonese ed in particolare nel Codice di Hammurabi, che regnò dal 1792 al 1750 a.C. Ulteriori richiami alla prova del fiume sono contenuti anche nelle leggi medioassire nel periodo dal 1424 al 1076 a.C.

In esse l’applicazione dell’ordalia era prevista soprattutto per accuse di adulterio mosse a donne maritate o  di stregoneria per la divisione di eredità di beni, lasciati dal marito defunto alla vedova, tra questa ed i suoi cognati.

La cosiddetta poena cullei, sarebbe stata applicata anche a Roma al tempo di Tarquino Prisco, e consisteva nel legare i polsi e consegnare una corta spada al presunto colpevole, chiudendolo poi in un sacco assieme ad un gallo, un cane, un serpente e una scimmia o una capra e quindi immergendo il sacco nelle acque di un fiume. Se l’accusato riusciva a liberarsi, aveva evidentemente il consenso degli dei ed era innocente.

Una variante di questa ordalia consisteva nell’incappucciare il condannato e legargli dietro alla schiena una mano. L’altra mano libera teneva una spada con la quale il condannato doveva combattere contro una bestia feroce. Se moriva, veniva seppellito insieme alla bestia dentro un sarcofago, su cui veniva poi dipinta una luna nera. Questo rito è presente in alcune pitture etrusche, dove è raffigurato anche il personaggio denominato Phersu.

Presso gli Ebrei esisteva l’ordalia dell’acqua, che consisteva nel consumo di acqua amara senza subire danno. Si tratta di una pena chiamata Sotah presente nella Torah come prova per una donna accusata di aver commesso adulterio.

Le ordalie erano solitamente sotto il controllo e la supervisione del clero locale, a cui venivano affidate dal giudice. Il giudizio di Dio diveniva così tra formule, preghiere, benedizioni e Messa quasi una funzione religiosa. Del resto, poiché i sacerdoti ascoltavano le confessioni dei parrocchiani, sembra probabile che l’ordalia venisse aggiustata per ottenere il verdetto che il sacerdote riteneva giusto.

Ad esempio veniva prevista l’ordalia del pane e un pezzo di torta, di pane o di formaggio, chiamato boccone maledetto, veniva posto sull’altare  della chiesa. L’accusato recitava una preghiera e, se colpevole, Dio avrebbe inviato l’Arcangelo Gabriele a bloccargli la gola e farlo soffocare. Pochi venivano condannati perchè le dimensioni del boccone erano  stabilite dall’inquisitore, che conosceva la verità attraverso il confessionale.

Prova molto comune era il duello, inizialmente un modo concordato tra le parti per dirimere la lite senza alcun ricorso alla presenza divina, che era disapprovato dalla Chiesa che poi, col tempo, finì per apprezzarlo come mezzo per ribadire i diritti di chiese e monasteri.

La pratica per cui si credeva che le ferite di un cadavere assassinato si sarebbero riaperte e avrebbero sanguinato alla presenza dell’assassino, era anch’essa un’ordalia, usata per l’ultima volta in Inghilterra nel 1628.

In Inghilterra l’ordalia iniziò a cadere in disuso a partire dall’assise di Clarendon del 1166, istituita da Enrico II ma continuò ad essere usata in casi in cui non si riteneva possibile valutare prove, come per omicidi senza testimoni o per crimini come la stregoneria. Nel 1215 poi il quarto concilio laterano vietò al clero cattolico di amministrare le ordalie.

Pertanto nel 1220 Enrico III abolì questa pratica in Inghilterra e vennero istituiti processi davanti ad una giuria per i casi nei quali in precedenza si fosse ricorso ad un’ordalia. Poi anche Federico II di Svezia, con le costituzioni di Melfi del 1231, proibì l’ordalia poiché era considerata irrazionale.La persecuzione delle streghe infine si estinse nel XVII secolo e con essa le ultime vestigia dell’ordalia.  

Alcuni ritengono però che del giudizio divino restino tracce nel processo anglosassone con l’istituzione della giuria popolare in cui dieci o dodici persone senza competenze giuridiche, che rappresentano l’orda barbarica, giudicano in virtù dell’autorità derivante dalla rappresentanza della tribù e quasi su delega di Dio.

 

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