Pasqua: gli Hot Cross Buns 

GAIL's Bakery Hot Cross Buns Recipe | Easter Baking Recipes ...

Gli hot cross buns sono dei dolci di origine anglosassone che si preparano prima di Pasqua e simboleggiano la crocifissione e si dice che, appesi in cucina, proteggano dal fuoco, mantenendosi inalterati fino all’anno successivo.

Pare che siano nati nel Medioevo, attorno al 1300, per opera di un monaco dell’abbazia di S. Albans, che creò questi panini (buns) da offrire ai meno fortunati in occasione del venerdì santo e per questo in epoca elisabettiana, in piena riforma protestante, vennero  banditi da tutti i mercati locali.

Sono dolcetti lievitati, molto aromatici perché realizzati con un impasto a cui viene aggiunto un mix di cannella, zenzero, scorza d’arancia e uvetta. La croce visibile in superficie ricorda il segno che si fa sul pane prima di essere messo in forno. Sugli hot cross buns si può fare in svariati modi: con una glassa allo zucchero, alle mandorle o con una crema pasticcera dolce. Queste focacce dolci di solito sono servite calde con marmellata e burro.

Ancora oggi, se ne trova traccia in alcune filastrocche e nella cultura popolare, perché a causa del divieto di vendita nei mercati, venivano preparati e cotti tra le mura domestiche in gran segreto. La tradizione vuole che siano anche un segno di condivisione e una rhyme irlandese dice:

  “Half for you and half for me, between us two, good luck shall be.”

 

Stephen William Hawking: la “Teoria del tutto” e la nascita dell’Universo

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Stephen William Hawking (Oxford, 1942 – Cambridge, 2018), è stato un cosmologo, fisico, matematico e astrofisico inglese fra i più autorevoli. Si laureò in Scienze naturali nel 1962, s’iscrisse quindi a Cosmologia nell’Università di Cambridge e nel 1966 conseguì il dottorato in Matematica applicata e in Fisica teorica. Lavorò a fianco del matematico britannico Roger Penrose sui buchi neri e nel 1979 divenne titolare della cattedra di Matematica nell’Università di Cambridge. 

Nel 1988 pubblicò il primo libro Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo che lo rese celebre. È il lavoro con cui lo studioso propose l’abbandono del concetto metafisico di Dio per sostituirlo con l’ipotesi della grande unificazione, in una sola descrizione, di tutte le forze fisiche fondamentali della natura, soprattutto quella di gravità. Il modello proposto è la Teoria del tutto. 

Per l’astrofisico la Teoria del tutto, quando sarà dimostrata, celebrerà il trionfo assoluto della mente umana, capace di esaurire per intero quella divina. Hawking, infatti dapprima non escludeva in ipotesi l’idea di Dio ma dopo la ricondusse a capacità suprema della ragione umana perchè l’Universo si spiega con la Teoria del tutto che si riconduce solo alla ragione umana.

L’Universo cioè si spiega da sé attraverso le proprie stesse leggi e si crea spontaneamente per effetto della legge di gravità, stante che la gravità è la prima delle forze fisiche fondamentali che la Teoria del tutto cerca di unificare, e la sua mera esistenza produce automaticamente l’essere cioè l’Universo, invece del nulla.

Nella Teoria delle relatività generale einsteniana, un buco nero è una regione dello spaziotempo (la struttura a quattro dimensioni dell’Universo) dove l’intensità enorme del campo gravitazionale non permette a nulla, nemmeno alla luce, di sfuggire all’esterno. Ipotizza pertanto che un oggetto sufficientemente grande, come può essere una stella massiccia, possa collassare su se stesso fino a concentrarsi in un punto a densità infinita e quel punto viene chiamato singolarità.

Partendo dalla teoria di Einstein secondo cui qualunque corpo, enorme come il sole o piccolo come uno spillo, curva lo spazio intorno a sé esercitando una forma di gravità, Hawking arrivò a paragonare il Big Bang, l’evento che ha dato origine all’universo, a un buco nero all’incontrario. Tutto non finisce in una singolarità ma invece tutto inizia da una singolarità e quindi l’Universo è nato dalla singolarità da cui è iniziato il Big Bang. Questo perchè Hawking intuì che un buco nero non può che aumentare di dimensioni e mai restringersi.

La massa di un buco nero inoltre determina le dimensioni dello spazio che circonda la singolarità all’interno del quale nulla può uscire e questo confine è chiamato orizzonte degli eventi. E’ cioè il confine immateriale che definisce il buco nero. Un buco nero inoltre non può spezzarsi, neppure nel caso di una collisione con un altro buco nero.

Accostò inoltre l’espansione continua dell’orizzonte degli eventi con l’entropia, che misura invece il grado di disordine di un sistema che peraltro può solo aumentare, mai diminuire e quindi l’universo diventa sempre più disordinato tanto più invecchia. Per Hawking l’espansione dell’orizzonte degli eventi e la crescita dell’entropia sono simili e uniti.

Arrivò a tale conclusione lavorando contemporaneamente con la Relatività generale, che descrive fenomeni su scala cosmica, e la meccanica quantistica che descrive invece fenomeni infinitamente piccoli, a livello di atomi e particelle anche se le due teorie sembrano quasi inconciliabili.

La Relatività infatti teorizza uno spazio liscio e continuo come un foglio di carta, mentre la quantistica sostiene che l’Universo a scala microscopica è granuloso, suddiviso in “grumi” infinitamente piccoli, i quanti. L’unificazione delle due teorie non è ancora riuscita. Quando sarà possibile si arriverà a quella Teoria del Tutto che è alla base dell’opera di Hawking.

Sviluppando la teoria quantistica, che vuole lo spazio vuoto composto in realtà da particelle opposte di materia e antimateria, Hawking arrivò a teorizzare che i buchi neri assorbano solo le particelle negative cioè l’antimateria, e che così facendo possano diminuire la propria massa fino a sparire.

Ma i buchi neri fagocitano tutte le ‘informazioni’ che vi finiscono dentro le quali, secondo lo scienziato, semplicemente svaniscono nel nulla pur rimanendo in qualche modo conservate.  Ma sui “buchi neri” molto è ancora allo stadio di mera speculazione, compreso quel che ha affermato Hawking.

Hawking è anche l’uomo a cui nel 1963 diagnosticarono una terribile malattia degenerativa dei motoneuroni, forse la sclerosi laterale amiotrofica o un’atrofia muscolare progressiva, meno micidiale. Egli progressivamente si era rattrappito diventando un mucchietto di ossa, nervi e carne, immobile dagli anni 1980, condannato alla carrozzella e in seguito, a causa di una tracheotomia resasi necessaria dopo una polmonite che nel 1985 quasi lo uccideva, pure incapace di proferire parola se non attraverso un sintetizzatore vocale, finito persino in una canzone dei Pink Floyd.

Nel 1963 gli avevano dato due anni di vita e invece ha vissuto fino a 76 anni dando il meglio di sé dopo quella sentenza capitale. Al suicidio assistito e all’eutanasia ci aveva pensato facendo campagna in loro favore, ma non le ha mai scelte.

Stephen sposò la moglie Jane dopo l’inizio della malattia nel 1965, più o meno quando lui avrebbe dovuto morire, e quando nel 1985 la polmonite lo stava per uccidere e i medici volevano staccare le spine che lo tenevano in vita,  Jane si oppose e lo salvò. Divorziarono nel 1995 e si sono risposati entrambi anche se lui ha divorziato pure dalla seconda moglie nel 2006. Fu un grande divulgatore e un uomo arguto che cercava sempre di non dare alla morte alcuna soddisfazione.

Le Isole Marchesi ed il moko

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Le Isole Marchesi comprendono 11 isole situate nell’Oceano Pacifico orientale della Polinesia Francese, arcipelago acquistato dalla Francia nel 1842, e la capitale, ottimo porto naturale, è l’isola di Nuku-Hiva. Le isole, tutte d’origine vulcanica, eccetto l’atollo di Clark, sono divise in due gruppi da un braccio di mare più profondo.

Il gruppo più meridionale fu scoperto nel 1595 da Alvaro de Mendaña e comprende cinque isole mentre il gruppo settentrionale di sei isole fu invece raggiunto nel 1774 da James Cook e comprende anche Nuku Hiva. 

Tranne Motu One, tutte le altre isole sono alte con rilievi che raggiungono i 1000 m. e sono note per i costoni montani che terminano improvvisamente in scogliere sul mare. Inoltre, al contrario della maggior parte delle isole della Polinesia Francese, non sono circondate da barriere coralline protettive. Infatti, ad eccezione di Motu One ed in poche baie di altre aree protette, l’unico corallo delle Marchesi si trova in un luogo inusuale ovvero in cima all’isola di Fatu Huku.

Le isole, pur essendo montuose, sono fertili e vengono coltivati frutta, caffè, cotone, canna da zucchero e noci di cocco ed il clima è più umido sulle coste orientali. La corrente equatoriale meridionale sferza con forza le isole e ciò ha portato alla formazione di grotte marine lungo le coste.

Gli abitanti, anticamente organizzati in tribù e clan a ordinamento aristocratico, svilupparono la navigazione, la scultura del legno e l’arte del tatuaggio. Le salme degli uomini comuni venivano inumate, mentre quelle dei dignitari erano essiccate al sole o esposte sotto una tettoia, e solo più tardi sepolte nel sacrario della tribù, dove si offrivano sacrifici umani.

Le donne, le vahine, erano abili danzatrici della “haka heva”, la danza sacra che serviva a risvegliare lo spirito dei defunti, e della “toe heva”, la danza del desiderio delle cerimonie nuziali, che doveva provocare l’eccitazione sessuale in Lono, dio della riproduzione cosmica.

L’arcipelago, dall’arrivo dell’uomo bianco, subì uno dei più devastanti tracolli demografici della storia del Pacifico. Le malattie portate dagli europei decimarono la popolazione, stimata nel ‘500 intorno alle 100.000 persone, portandola a metà dell’800 a meno di 20.000, per scendere ancora all’inizio del Novecento a poco più di 2.000. Soltanto nel corso dell’ultimo secolo vi è stata una piccola ripresa tanto che  agli inizi del XXI secolo vi erano 8.700 abitanti. 

Fino a duecento anni fa era diffuso il cannibalismo che era associato al culto di spiriti sacri e demoni per i quali sono stati costruiti numerosi templi con misteriose figure in pietra, i Tiki, a protezione del male. Queste sculture antropomorfe sono una rappresentazione umana racchiusa in una geometria di curve.

Una forma d’arte locale è il tatuaggio, chiamato moko che arriva a decorare tutto il corpo, comprese l’interno della bocca e i genitali. Tutte le persone che vivevano su queste isole erano tatuate su braccia, spalle, gambe e petto. I simboli tatuati erano considerati una forma di linguaggio correlato alla storia familiare, allo stato sociale ed alle credenze spirituali.

Il modo tradizionale di fare tatuaggi polinesiani è molto doloroso, quindi gli uomini più tatuati erano considerati i più coraggiosi. In generale, l’immagine era ispirata dagli animali: ad esempio, i denti di squalo rappresentavano protezione, i gusci significavano ricchezza ecc. Altri simboli molto diffusi, con significati diversi, includevano tartarughe, ganci e lucertole.

Il famoso pittore Paul Gauguin nel 1897 si trasferì nell’isola di Hiva Oa dove nel 1903 fu arrestato per il suo impegno in difesa degli indigeni e contro la politica razzista del governatore francese e fu condannato a tre mesi di prigione. Egli tuttavia non scontò mai la pena poichè la mattina dell’8 maggio il pastore protestante Vernier lo trovò morto, disteso nel suo letto, forse anche a causa della sifilide. Il vescovo locale, appresa la notizia, si preoccupò di distruggere le opere del pittore che giudicò blasfeme e oscene: poi benedì la salma e gli concesse una sepoltura senza nome nel cimitero della chiesa della missione.

La “Teoria del caos” e la “Teoria del cigno nero”

Casa delle Farfalle: a Milano Marittima Cervia - Its4kids

Il mondo non segue sempre un modello preciso e prevedibile ma contempla anche il caos che rende quasi impossibile prevedere l’effetto di determinati eventi tanto che il matematico James Yorke, che determinò la Teoria del caos, raccomandava la flessibilità in ogni ambito.

L’uomo preferisce la stabilità che gli regala l’equilibrio emotivo ed ha un certo grado di tolleranza individuale rispetto all’incertezza tanto che, a partire da una certa soglia, il cervello umano entra in “modalità allerta” verso quello che può accadere.

Ma la vita non regala sempre lo scorrere ritmico e perfetto di un orologio e l’imprevedibile e l’incontrollabile si trovano sempre dentro e attorno a noi. Accade come quella palla bianca che, colpita al biliardo, colpisce a sua volta le altre palle facendole muovere, a volte in direzioni inaspettate.

La Teoria del caos sottolinea che il risultato di un evento dipende da diverse variabili il cui comportamento non è sempre prevedibile con totale esattezza e pertanto esiste sempre un margine di errore, uno spazio per il caos che anche all’ultimo momento cambia tutto. A volte anche una piccola differenza genera un effetto dalle grandi proporzioni.

La scienza ha sempre cercato di prevedere il comportamento di sistemi intrinsecamente imprevedibili e per questo, fino a non molto tempo fa, il mondo scientifico aveva l’obiettivo di eliminare la variabile dell’incertezza per poter descrivere con esattezza il comportamento di qualsiasi cosa. Oggi invece si accetta questo margine nel quale il caso e l’imprevedibile possono, in un dato momento, cambiare tutto.

La base di questa impostazione fu posta nel 1961 dal meteorologo e matematico Edward Lorenz (1917-2008) del Massachusetts Isti­tuite of Technology quando cercò di creare un sistema informatico per prevedere con esattezza il tempo. A sorpresa però si accorse che, a causa di un errore di approssimazione nei numeri, tutto il sistema aveva iniziato a mostrare dati chiaramente imprevedibili.

L’espressione “effetto farfalla” nacque dal titolo di un suo seminario del 29 dicembre del 1979 in cui, anche se inizialmente egli parla­va dell’effetto gabbiano, esprimeva la convinzione che bastava il battito d’ali di un esile lepi­dottero a provocare effetti meteorologici enormi.

Lorenz aveva scoperto che piccole variazioni di temperatura e di pressione possono, a volte, generare conseguenze catastrofiche: il sem­plice battito d’ala di una farfalla in Brasile può produrre quel piccolo cambiamento del­le condizioni atmosferiche iniziali che, una settimana dopo, potrebbe scatenare un tor­nado in Texas.

Questa è la ragione per cui è così difficile fare previsioni del tempo a lungo termine in quanto non è possibile conoscere tutte le variabili in gioco con la precisione necessaria. Si può prevedere con ragionevole sicurezza che pioverà fra qualche giorno, ma non con quanta intensità lo farà e se pioverà o no fra un mese.

Questo suggerimento portò alla teoria matematica del caos: un campo scientifico che ha dato inizio a un nuovo modo di pensare sul mondo e che ha gettato nuova luce sulle sfide di Einstein alla scienza. I fenomeni caotici si presentano in ogni campo quasi senza accorgercene: in economia, termodinamica, astronomia e persino psicologia.

Anche qualsiasi piccola perturbazione nel nostro cervello può dare luogo a cambiamenti molto drastici nel nostro comportamento e a volte, somministrando un farmaco a un paziente, vi è anche una piccola probabilità che l’effetto osservato sia l’opposto di quello atteso.

Nella vita quotidiana, come spiega James Yorke, la cosa migliore da fare è essere pronti a cambiare i piani in qualsiasi momento. In qualche modo, questo principio è strettamente correlato alla Teoria del cigno nero, formulato dal saggista, economista e matematico Nassim Nicholas Taleb.

La Teoria del cigno nero si riferisce in particolare a eventi inaspettati di grande portata e con forti conseguenze e al loro ruolo dominante nella storia. Tali eventi, considerati estremamente divergenti rispetto alla norma, giocano collettivamente un ruolo molto più importante rispetto alla moltitudine degli eventi ordinari.

L’origine del termine ha però una storia molto più antica poichè, intorno al II secolo d.C., il poeta latino Juvenale scrisse rara avis in terris nigroque simillima cygno”, ossia “un uccello raro nelle terre è molto verosimilmente come un cigno nero”. Il poeta si riferiva proprio alla fragilità dei sistemi, smentibili da un qualcosa di raro.

La maggior parte degli uomini ha una visione del mondo dove tutto, a prima vista, sembra prevedibile ma a volte sorge l’inaspettato, l’imprevedibile, il caotico. Tutti sono obbligati ad accettare e a razionalizzare questi eventi imprevedibili ma pare che le persone che raggiungono successo e felicità siano in particolare quelle che hanno sempre un piano “B” a portata di mano.

E’ necessario pertanto sviluppare una mentalità flessibile e un approccio che non si limiti a reagire agli eventi, che comunque vanno accolti con accettazione, perché molte volte è nel caos che sorgono le opportunità. Si chiude una porta e si apre un portone.

Questa teoria è quasi  ulteriolmente sostenuta anche dal fatto che, nei primi del novecento, un gruppo di esploratori britannici ha scoperto l’imprevedibile Chenopis Atrata, un pennuto della famiglia dei cigni, totalmente nero che vive nei fiumi australiani e neozelandesi.