Le Isole Marchesi ed il moko

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Le Isole Marchesi comprendono 11 isole situate nell’Oceano Pacifico orientale della Polinesia Francese, arcipelago acquistato dalla Francia nel 1842, e la capitale, ottimo porto naturale, è l’isola di Nuku-Hiva. Le isole, tutte d’origine vulcanica, eccetto l’atollo di Clark, sono divise in due gruppi da un braccio di mare più profondo.

Il gruppo più meridionale fu scoperto nel 1595 da Alvaro de Mendaña e comprende cinque isole mentre il gruppo settentrionale di sei isole fu invece raggiunto nel 1774 da James Cook e comprende anche Nuku Hiva. 

Tranne Motu One, tutte le altre isole sono alte con rilievi che raggiungono i 1000 m. e sono note per i costoni montani che terminano improvvisamente in scogliere sul mare. Inoltre, al contrario della maggior parte delle isole della Polinesia Francese, non sono circondate da barriere coralline protettive. Infatti, ad eccezione di Motu One ed in poche baie di altre aree protette, l’unico corallo delle Marchesi si trova in un luogo inusuale ovvero in cima all’isola di Fatu Huku.

Le isole, pur essendo montuose, sono fertili e vengono coltivati frutta, caffè, cotone, canna da zucchero e noci di cocco ed il clima è più umido sulle coste orientali. La corrente equatoriale meridionale sferza con forza le isole e ciò ha portato alla formazione di grotte marine lungo le coste.

Gli abitanti, anticamente organizzati in tribù e clan a ordinamento aristocratico, svilupparono la navigazione, la scultura del legno e l’arte del tatuaggio. Le salme degli uomini comuni venivano inumate, mentre quelle dei dignitari erano essiccate al sole o esposte sotto una tettoia, e solo più tardi sepolte nel sacrario della tribù, dove si offrivano sacrifici umani.

Le donne, le vahine, erano abili danzatrici della “haka heva”, la danza sacra che serviva a risvegliare lo spirito dei defunti, e della “toe heva”, la danza del desiderio delle cerimonie nuziali, che doveva provocare l’eccitazione sessuale in Lono, dio della riproduzione cosmica.

L’arcipelago, dall’arrivo dell’uomo bianco, subì uno dei più devastanti tracolli demografici della storia del Pacifico. Le malattie portate dagli europei decimarono la popolazione, stimata nel ‘500 intorno alle 100.000 persone, portandola a metà dell’800 a meno di 20.000, per scendere ancora all’inizio del Novecento a poco più di 2.000. Soltanto nel corso dell’ultimo secolo vi è stata una piccola ripresa tanto che  agli inizi del XXI secolo vi erano 8.700 abitanti. 

Fino a duecento anni fa era diffuso il cannibalismo che era associato al culto di spiriti sacri e demoni per i quali sono stati costruiti numerosi templi con misteriose figure in pietra, i Tiki, a protezione del male. Queste sculture antropomorfe sono una rappresentazione umana racchiusa in una geometria di curve.

Una forma d’arte locale è il tatuaggio, chiamato moko che arriva a decorare tutto il corpo, comprese l’interno della bocca e i genitali. Tutte le persone che vivevano su queste isole erano tatuate su braccia, spalle, gambe e petto. I simboli tatuati erano considerati una forma di linguaggio correlato alla storia familiare, allo stato sociale ed alle credenze spirituali.

Il modo tradizionale di fare tatuaggi polinesiani è molto doloroso, quindi gli uomini più tatuati erano considerati i più coraggiosi. In generale, l’immagine era ispirata dagli animali: ad esempio, i denti di squalo rappresentavano protezione, i gusci significavano ricchezza ecc. Altri simboli molto diffusi, con significati diversi, includevano tartarughe, ganci e lucertole.

Il famoso pittore Paul Gauguin nel 1897 si trasferì nell’isola di Hiva Oa dove nel 1903 fu arrestato per il suo impegno in difesa degli indigeni e contro la politica razzista del governatore francese e fu condannato a tre mesi di prigione. Egli tuttavia non scontò mai la pena poichè la mattina dell’8 maggio il pastore protestante Vernier lo trovò morto, disteso nel suo letto, forse anche a causa della sifilide. Il vescovo locale, appresa la notizia, si preoccupò di distruggere le opere del pittore che giudicò blasfeme e oscene: poi benedì la salma e gli concesse una sepoltura senza nome nel cimitero della chiesa della missione.

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