Gli Zapotechi e i muxas

 

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Gli Zapotechi erano una civiltà precolombiana che fiorì nella Valle di Oaxaca nel Messico meridionale e probabilmente la loro origine risale almeno a 2600 anni fa. Il nome deriva dalla parola tzapotēcah e significa “abitanti delle terre del sapote” (frutto dolce e morbido) ma loro indicavano sé stessi anche con alcune varianti del termine Be’ena’a, che significa il popolo.

Gli Zapotechi svilupparono un calendario che divideva l’anno in 260 giorni, ripartiti in 4 stagioni di 65 giorni, a loro volta formati da 5 periodi di 13 giorni. Ogni giorno si distingueva per un suo specifico significato e i sovrani ed i nobili assumevano il nome dal giorno di nascita. Esisteva anche un calendario profano di 365 giorni suddiviso in 18 lune ognuna lunga 20 giorni più un periodo di 5 giorni.

Elaborarono un sistema di scrittura ad ideogrammi sillabici, che comprendeva diversi glifi rappresentanti ogni sillaba della loro lingua.  Gli antichi scritti sono stati trovati sotto forma di iscrizioni su monumenti di pietra oppure di dipinti sepolcrali.

Gli Zapotechi vivevano in grandi villaggi e città, in case costruite con pietra e malta e durante le guerre facevano uso di armature di cotone. Erano distinti in numerose tribù, riunite in uno Stato a regime monarchico-teocratico ed  ebbero contatti con i Maya e con i Nahua, ma mantennero la loro indipendenza politica e culturale.

Eccellevano nella ceramica, soprattutto di carattere figurativo, cremavano i defunti custodendone le ceneri in cellette sotto le loro piramidi ma i capi venivano imbalsamati

Le prime tracce di questa civiltà nella valle di Oaxaca risalgono al 1.000 a.C., anche se i primi monumenti con glifi sono databili intorno al 600 a.C.. Inizialmente vi erano molte piccole comunità, in lotta fra loro, ma intorno al 500 a.C.. molti piccoli villaggi scomparvero e nacque una grande città sulla cima del Monte Albán, all’altezza di 400 metri.

Dal 500 al 200 a.C. gli abitanti, ormai circa 10.000, costruirono una muraglia difensiva lunga tre chilometri e incisero circa 300 monumenti in pietra raffiguranti tematiche militari.

Dal 200 al 100 a.C. la popolazione crebbe fino a 20.000 persone  e lo Stato zapoteco allargò i confini ben oltre la valle di Oaxaca tanto che dal 100 al 600 d.C. la capitale del regno raggiunse i 30.000 abitanti. In questa fase storica i Zapotechi intensificarono i contatti con il Messico centrale e con la grande metropoli  Teotihuacan.

Il complesso cultuale della città- capitale del Monte Albán era delimitato sul lato nord e sul lato sud da due alte piramidi e incorniciato da palazzi, piattaforme e un grande Campo per il Gioco della Pelota, tutti costruiti sul ciglio del promontorio. Al centro dell’area sacra vi erano numerose strutture in pietra, tra cui un “osservatorio” con la pianta a forma di punta di freccia, legato alla compilazione del calendario zapoteco. Il centro cerimoniale veniva frequentato esclusivamente dai sacerdoti e dai nobili, mentre la città si estendeva ai piedi del monte sacro.

Enigmatico rimane il significato di una serie di incisioni su lastra, i cosiddetti Danzantes, risalenti al 300-700 d.C. che raffigurano personaggi nell’atto di “danzare”: hanno gli occhi obliqui e la bocca carnosa, alla maniera degli Olmechi, il cranio deformato e i genitali mutilati e alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che fossero prigionieri stranieri destinati al sacrificio oppure eruditi locali legati a riti oracolari.

Dal 700 al 1.000 d.C. iniziò il declino della città e dello Stato zapoteco ed in seguito alla conquista da parte degli Aztechi, gli artigiani zapotechi e mixtechi forgiarono la gioielleria per i governanti aztechi, incluso Montezuma.

L’ultima battaglia tra Aztechi e Zapotechi avvenne tra il 1497 e il 1502. All’epoca  dei conquistadores in Messico, appena giunse la notizia che gli Aztechi erano stati sconfitti dagli Spagnoli, il re degli Zapotechi Cosijoeza ordinò al suo popolo di non confrontarsi con i vincitori, credendo di evitare lo stesso destino. Gli Zapotechi furono però ugualmente vinti dai conquistadores dopo diverse battaglie tra il  1522 e il 1527, anche se vi furono poi molti tentativi di ribellione.

Nelle civiltà meso–americane la donna non era reclusa, poteva partecipare alla vita pubblica, teneva molto all’aspetto e si vestiva vistosamente. I costumi tradizionali femminili in uso oggi tra gli zapotechi sono neri ornati con fiori o altri disegni e sono molto simili a quelli dei codici precolombiani.

Nell’antichità una donna chiamata Tobi Guix aveva potere piú del re e risolveva le dispute fra nobili. Vestiva di nero secondo la tradizione e mascherava il suo volto con una famosa maschera di giada. Il teschio di tale donna fu trovato ai piedi del Monte Albán con la maschera rituale addosso.

Come le religioni degli altri popoli mesoamericani, anche quella zapoteca era politeistica e le principali divinità erano Cocijo, il dio della pioggia e Coquihani, il dio della luce. Si ipotizza che spesso gli Zapotechi compissero sacrifici umani nei loro riti religiosi.

Essi ritenevano che i loro avi provenissero dalla terra, dalle caverne o che fossero alberi o giaguari tramutatisi in uomini e credevano che i loro governanti discendessero da esseri soprannaturali che vivevano tra le nuvole e che, dopo la morte, ritornassero allo stato iniziale.

Ancora oggi nella loro cultura vivono senza problemi i muxas, persone alle quali è stato assegnato il genere sessuale maschile ma che si vestono e si comportano in modalità associate al genere femminile. Alcuni si sposano con delle donne per avere dei figli, mentre altri scelgono dei partner maschili. Possono fare lavori femminili, come il ricamo o la decorazione degli altari casalinghi, oppure compiono il lavoro maschile della produzione di gioielli. Nei primi anni 1970 uno studio stimò che il 6% dei maschi presenti in una comunità dell’ istmo zapoteco  erano muxas.

I muxas possono essere “vestidas” (indossano abiti femminili) o “pintadas” (indossano abiti maschili ma fanno utilizzo di make-up). Il fenomeno dei vestidas è usuale però solo a partire dal 1950 e oggi lo sono quasi tutte le giovani generazioni di muxas.

Essi sono tradizionalmente considerati portatori di buona fortuna e nel 1995 l’antropologa Beverly Chiñas spiegò che nella cultura zapoteca, la maggior parte delle persone vede il loro genere come qualcosa che Dio ha dato loro (sia uomo, donna o muxe) e pertanto nessuno è oggetto di discriminazioni .

Gli uomini muxas non sono indicati come ‘omosessuali’, ma costituiscono una categoria a parte e la gente li percepisce come aventi i corpi fisici di uomini, ma  con una diversa estetica, un lavoro e delle competenze sociali diversi. Uno fra i più famosi è Lukas Avendaño artista, attore, ballerino e poeta noto anche a livello internazionale per le sue esibizioni

 

 

I Hmong o Miao e la guerra segreta insieme alla CIA

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La minoranza etnica dei Hmong o Miao conta circa 9 milioni di persone che  oggi vivono principalmente in Cina nelle Regioni del Guizhou, dello Yunnan, dell’Hunan, dell’Hubei, dell’Hainan e nella Prefettura Autonoma Zhuang del Guangxi. Sono divise in altre minoranze tipo gli Hmong neri, gli Hmong bianchi, gli Hmong rigati, ecc. Molte migliaia di Miao hanno lasciato le loro case per trasferirsi in grandi città come Canton e Pechino ma 2 milioni vivono anche tra  Vietnam, Laos, Birmania, Taiwan, Cambogia e in altri continenti e 151.000 vivono in Thailandia.

La loro lingua appartiene al gruppo Miao-Yao del ceppo Sino-Tibetano sviluppatosi in tre dialetti. Dopo aver vissuto lungamente con gli Han e altre etnie, possono parlare il Mandarino, il Dong e il Zhuang. Prima del 1955 usavano nella loro lingua scritta i caratteri Cinesi, ma dal 1957 il sistema di scrittura si basa sull’alfabeto Latino che è stato adottato anche nell’editoria, sviluppando una vera e propria lingua autonoma. Nel 1982 la lingua Zhuang  è stata rivisitata e ora è molto diffusa.

Le loro tradizioni orali raccontano che i primi Hmong provenivano da un luogo estremamente freddo, dove era buio per sei mesi e luce per gli altri sei, e allora credevano che il loro territorio fosse tutto il mondo conosciuto e che quindi oltre le steppe di confine non vi fosse nulla.

Nel 1960, durante la guerra civile laotiana, conosciuta come “guerra segreta”, molti Hmong furono reclutati dalla CIA statunitense in un piano generale di difesa del Laos contro gli attacchi dell’esercito Nord-Vietnamita e dei loro alleati. Il generale Hmong Vang Pao fu messo dalla CIA a capo della Military Region, composta principalmente da truppe irregolari Hmong ed incaricata di compiere azioni di disturbo contro i ribelli.

Il conflitto si concluse con il trionfo del Pathet Lao e gli Hmong che avevano aiutato gli americani, abbandonati dal loro comandante fuggito negli Stati Uniti con i più alti ufficiali, furono considerati dei traditori dal governo ed insieme a migliaia di altri connazionali, per non essere sterminati, dovettero lasciare in massa il paese.

Entro la fine del 1975, furono oltre 40.000 i profughi Hmong che, attraversando le montagne ed il Mekong, riuscirono a raggiungere i campi profughi della Thailandia. Probabilmente sono state più di 100.000 le vittime Hmong della persecuzione del governo laotiano.

Si stima anche che tra il 1975 ed il 1982, 53.700 Hmong, insieme ad altre  etnie, ottennero asilo politico negli Stati Uniti, dove si formò una loro grossa comunità. Dopo i primi anni di accoglienza, gli  vennero poi rifiutati i visti di ingresso negli USA e durante gli anni novanta le Nazioni Unite , durante l’amministrazione di Bill Clinton, cominciarono a forzare il ritorno di molti rifugiati Hmong nel Laos.

Solo nel 1997 gli Stati Uniti hanno ufficialmente riconosciuto il ruolo che ebbero durante la Guerra Segreta con una statua commemorativa eretta nel cimitero nazionale di Arlington in Virginia.

Quest’etnia pensa che ogni cosa in natura abbia uno spirito e le energie possono controllare la vita e quando accade un disastro, la popolazione invita un mago a praticare riti che permettano di esorcizzare i fantasmi maligni. Il loro culto per gli antenati è molto forte, le cerimonie in loro onore  sono molto grandi e le offerte prevedono il vino, la carne e il costoso riso glutinoso. Altri ancora credono nel Cattolicesimo e altre Credenze Cristiane.

Sono molto abili nella produzione di ricami, del tessuto della carta, del batik e della bigiotteria che sono particolarmente belli ed eleganti. I cappelli, i colletti, le gonne e i marsupi sono molto colorati, con linee molto complesse e le bambine già a sette anni imparano a decorare insieme alle madri e alle sorelle e crescendo diventano abilissime.

L’abbigliamento varia di regione in regione, gli uomini indossano camicie e pantaloni, mentre le donne indossano gonne che hanno decorazioni con temi di vita naturale come fiori, uccelli, ecc.. Queste particolari gonne a pieghe hanno più di quaranta strati.

Nelle varie regioni le Festività vengono celebrate in periodi differenti, ma tutti festeggiano le principali come la Festa della Nave del Drago, la Festa Huashan, le Feste della Pura Luminosità e della Degustazione del Nuovo Riso ma tra tutte la Festa della Primavera è quella più importante e dura dal nono all’undicesimo mese lunare. La Festa della Degustazione del Nuovo Riso serve a esprimere la loro gratitudine per il raccolto e cucinano il riso appena maturato, accompagnato con il vino, che viene servito con verdure appena raccolte e pesce appena pescato.

La danza Lusheng è inoltre una esibizione musicale unica che caratterizza tutte le celebrazioni della minoranza etnica Miao e viene suonato il lusheng, un organo a bocca con 17 canne, di cui 3 o 4 mute.

 

 

 

La morte degli “Immortali” persiani

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La dinastia imperiale persiana degli Achemenidi (550 aC – 330 aC), è ricordata per le sue conquiste e per la creazione di un corpo d’élite di soldati chiamati Immortali, probabilmente intorno al VI secolo a.C., da parte del primo sovrano della dinastia, Ciro il Grande.

Il sovrano aveva ritenuto necessario, durante le sue numerose campagne militari,  dotarsi di una guardia personale reclutata fra l’aristocrazia persiana che lo accompagnasse ovunque e rappresentasse anche un tangibile segno del suo potere. Fu anche grazie all’abilità di questo reparto scelto che Ciro divenne il sovrano di  un impero che si estendeva dall’odierna Turchia fino quasi all’India.

È probabile che in lingua persiana i componenti di tale gruppo venissero chiamati Anusiya, cioè compagni, ma Erodoto nelle Storie li cita come “Ἀθάνατοι“, Athánatoi, che in greco significa proprio immortali. Alcuni storici ritengono che egli abbia scambiato termine Anusiya, per anausa che vuol dire appunto “Immortali”.
 

Erodoto affermava che gli Immortali erano un corpo di fanteria pesante composto da 10.000 uomini, né uno di più né uno di meno, poichè se qualcuno veniva  ucciso o gravemente ferito veniva subito rimpiazzato. L’unità si basava su un forte spirito di corpo e reclutava solo componenti di origine meda o persiana.

Portavano una tiara o un copricapo di feltro soffice, una tunica ricamata a maniche lunghe, pantaloni e una cotta di metallo. Questo corpo armato era seguito da carri, cammelli e muli che trasportavano le loro donne, servi e cibo speciale per loro. Essere un “immortale” era una una condizione sociale invidiabile da parte di tutti gli altri soldati dell’Impero Persiano.

Il loro armamento era composto da uno scudo di pelle e vimini, una lancia corta e un contrappeso all’estremità opposta a forma di melagrana, un arco e una faretra per le frecce e una daga o una spada corta. Quello che davvero distingueva un semplice fante dell’esercito da un Immortale era però la decorazione su armi e vestiti.

Gli Immortali andavano in battaglia pieni di gioielli e monili d’oro e impreziosivano di oro e argento anche le loro armi. Forse anche per questo motivo i Greci ritenevano che gli Immortali, come gli altri soldati persiani, fossero effeminati e non molto efficaci in battaglia, anche se in realtà  i Persiani sconfissero i Greci in numerose battaglie

La stessa lancia pare avesse il puntale inferiore,  usato per infiggere l’arma nel terreno nei momenti di riposo o come ultima arma d’offesa in caso di rottura della parte superiore), in oro o in argento. Anche i colori delle uniformi, fra i quali il rosso e il giallo, li distinguevano dagli altri fanti oltre all’utilizzo di sciarpe, che probabilmente erano l’equivalente dei nostri gradi militari, e di pellicce di animali esotici.

Questi diecimila soldati erano guidati da un ufficiale superiore, detto “comandante dei mille” cosa che fa immaginare che in origine non fossero diecimila. L’ufficiale superiore era scelto tra i migliori guerrieri di questo reparto nobiliare e ben presto arrivò ad avere un notevole potere. Durante gli ultimi anni dell’Impero lo hazarapatish, il comandante degli Immortali, era infatti anche ministro dell’Imperatore.

Queste guardie reali, parteciparono a quasi tutte le più grandi battaglie persiane e quindi anche alla campagna di conquista dell’Egitto di Cambise II di Persia, nel 525 a.C. e parteciparono alla battaglia di Maratona del 490 a.C., nella quale la vittoria degli opliti greci su Re Dario segnò la fine della prima guerra persiana. Combatterono nella battaglia delle Termopili del 480 a.C. dove furono decisivi nella sconfitta dei 300 spartani di Re Leonida che difendevano lo stretto passaggio montano delle Termopili. Combatterono anche durante le campagne di Ciro in Anatolia e quindi anche contro re Creso di Lidia,  discendente del famoso Re Mida.

Una leggenda racconta  che durante una delle molte campagne contro gli egiziani, nell’assedio di Pelusio, gli Immortali andarono incontro alla fanteria egiziana con legati a se dei gatti, animali sacri per gli egizi, per cui gli arcieri egiziani non tirarono frecce per timore di ferirli e, una volta giunti al corpo a corpo, i persiani ebbero la meglio.

Però nel 333 a.C., a Isso in Turchia, Alessandro Magno e la sua falange macedone dimostrarono la loro potenza sconfiggendo la guardia di Re Dario III e così la morte degli Immortali, uno dei reparti scelti più temuti dell’antichità, anticipò la fine dell’impero persiano stesso.

 

La fine della prima guerra mondiale e la “spagnola”

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Nel febbraio del 1918 la stampa spagnola informò che a Madrid era comparso un morbo che iniziava con due giorni di incubazione e l’insorgenza di tosse, poi dolori in varie parti del corpo, dietro agli occhi ed alle orecchie, in regione lombare e poi giungeva uno stato di torpore mentre la febbre saliva sino ai 40° C. La lingua si ricopriva di una patina giallastra e l’ammalato era costretto a letto ma guariva dopo tre giorni. La malattia era chiamata “la strana febbre dei tre giorni” e solo in ritardo fu riconosciuta come una variante grave dell’influenza.

Anche se benigna la malattia si era diffusa in tutta la penisola iberica mettendo a letto otto milioni di spagnoli. Inizialmente la responsabilità dell’epidemia fu addossata alle carenze del servizio sanitario spagnolo ma poi si seppe che già l’11 marzo 1918 circa 1.100 soldati americani si erano ammalati nel Texas. Tuttavia, il nome della malattia rimase quello di “Spagnola”.

La malattia era ed è tuttora causata da un virus che da una parte muta continuamente la propria struttura, così da impedire un’immunità duratura rendendo necessari così nuovi tipi di vaccino ad ogni nuova epidemia, e dall’altra colpisce, oltre alle vie aeree, le cellule muscolari anche cardiache.

Il virus responsabile della pandemia del 1918, fu isolato nel 1933 e attualmente sopravvive in molte specie animali, soprattutto nei maiali, che però non possono riprodurre la loro malattia nell’uomo.

Nel 1918 un medico francese, ai nullatenenti non in grado di pagare le medicine, dava la cura dei “due berretti” cioè gli consigliava di bere molto vino rosso sino a che il berretto appeso al pomello della porta non fosse apparso sdoppiato. Così dopo una bella sudata essi sarebbero guariti. Il veneziano Tito Spagnol suggeriva invece: “quattro pastiglie di chinino e un po’ di paglia per morirvi sopra”. Molti clinici sconsigliavano inoltre, al fine di evitare complicazioni polmonari e cardiache, l’abuso di un nuovo farmaco utile ad abbassare la febbre chiamato Aspirina.

Tra l’aprile ed il maggio 1918 la febbre aveva colpito la Francia, la Scozia, La Grecia, la Macedonia, l’Egitto e l’Italia. In maggio, per dodici giorni consecutivi, la Grand Fleet di re Giorgio V non aveva potuto salpare perchè tra gli equipaggi della marina britannica vi erano 10.313 casi e in giugno la malattia aveva contagiato 3000 soldati britannici. Sempre in giugno il morbo si diffuse in Germania, Austria, Norvegia ed India.

In Italia la malattia fece la sua comparsa a primavera 1918 con una breve epidemia di carattere benigno per poi scomparire nel mese di giugno, poi la seconda ondata di Spagnola iniziò a luglio raggiungendo l’apice ad ottobre. Questa volta l’affezione era caratterizzata da gravi complicazioni polmonari che causavano improvvisi decessi. A metà ottobre si arrivò ad avere tra le truppe addirittura punte di 3000 nuovi casi giornalieri.

Nella 1ª armata, nell’ultimo quadrimestre del 1918, si ebbero 32.482 casi con 2703 morti. Nella zona di sgombero nord-orientale, dove venivano ricoverati i militari ammalati provenienti dal fronte, dall’ottobre 1918 all’aprile 1919 si ebbero 90.347 casi con 8151 morti cioè un decesso per 11-12 casi di malattia. Considerando i 375.000 casi di morte causati in Italia dall’epidemia si può ipotizzare che gli italiani colpiti dall’epidemia fossero stati circa 4,5 milioni su una popolazione di circa 36 milioni di abitanti.

Il problema dello sgombero dei malati gravi fu complesso per i casi di malattia che colpivano autisti, personale ferroviario e infermieristico tanto che tutto il sistema dei trasporti collassò poco prima della battaglia di Vittorio Veneto.

In Europa, l’Italia ebbe un tasso di mortalità secondo solamente alla Russia e tenuto conto della mortalità in relazione al numero degli abitanti, nessuna nazione europea ebbe tante vittime come l’Italia.

Le regioni più colpite furono quelle meridionali ma in ottobre a Torino i morti arrivarono a 400 al giorno. Il Capo di gabinetto, Vittorio Emanuele Orlando, aveva imposto la censura sulle notizie relative al morbo ed erano stati proibiti anche il rintocco funebre delle campane, gli annunci mortuari, cortei e funerali allo scopo di non demoralizzare la popolazione.

L’epidemia influenzale del 1918 interessò soprattutto gli adulti tra i 20 ed i 40 anni e nel trimestre giugno-agosto 1919 in Italia vi fu un forte calo del numero dei nati perchè l’epidemia influenzale aveva diradato i matrimoni, interrotto matrimoni e gravidanze per aborto o morte della gestante.

Il grosso di quella tragedia si consumò in appena un anno, a partire dalla primavera del 1918, con un totale di decessi stimato tra i cinquanta e i cento milioni, mentre i morti a causa della Grande guerra mondiale, che allora si stava concludendo, furono in tutto diciassette milioni.