Socrate: l’educazione attraverso il dià logos ed il pensiero indipendente

Il discorso di Socrate, un’opera del pittore belga Louis J. Lebrun (1844-1900). Il processo al filosofo si svolse ad Atene nel 399 avanti Cristo e si concluse con la condanna a morte dell’imputato. L’intervento di autodifesa del filosofo è stato tramandato dal suo allievo Platone nella famosa opera Apologia di Socrate

Socrate nacque ad Atene nel 470-469 a.C, il padre Sofronisco era scultore mentre la madre, Fenarete, era una  levatrice. Egli compì la propria educazione giovanile studiando probabilmente anche geometria e astronomia e forse fu scolaro di Anassagora.

Combatté come oplita  in alcune battaglie, dimostrando di essere molto resistente perchè marciò in inverno  senza scarpe né mantello, e fu anche decorato per il suo coraggio considerato che, in un’occasione, rimase al fianco di Acibiade ferito salvandogli così probabilmente la vita.

Socrate fu descritto come un uomo piuttosto brutto, fisicamente simile a un satiro, ma buono nell’animo. Sposò Santippe che gli diede tre figli anche se, secondo Aristotele e Plutarco, due di questi li avrebbe avuti dalla concubina Mirto. Santippe ebbe fama di donna insopportabile e bisbetica e lo stesso Socrate disse che, avendo imparato a vivere con lei, era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano.

E’ vero però che egli era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche da trascurare ogni altro aspetto pratico della vita, tra cui anche la moglie.  Fu un grande bevitore e tollerava bene l’alcool tanto che quando gli altri erano ormai completamente ubriachi egli era l’unico a sembrare sobrio

Socrate visse durante un periodo di transizione, dall’apice del potere di Atene  fino alla sua sconfitta per mano di Sparta e alla sua coalizione nella guerra del Peloponneso del 404 a.C. Dopo la sconfitta s’insediò ad Atene il regime oligarchico e filospartano dei Trenta tiranni  guidato da Crizia,  un nobile sofista che negava la religione. Dopo appena un anno, questo governo decadde e s’instaurò un governo democratico conservatore formato da politici ritornati dall’esilio e guidato da Trasibulo.

Il nuovo regime voleva riportare la città allo splendore dell’età di Pericle instaurando un clima di pacificazione generale e pertanto non perseguitò i nemici politici ma concesse un’amnistia riproponendo ai cittadini gli antichi ideali e i principi morali che avevano fatto grande Atene.

Aristotele attribuì a Socrate la scoperta del metodo della definizione e induzione, che egli considerava uno degli assi portanti del metodo scientifico. Socrate infatti aveva fatto proprio il motto dell’oracolo di Delfi “conosci te stesso”(Γνῶθι σεαυτόν) vedendo in esso la motivazione ultima del filosofare e la missione stessa del filosofo.

Il motto voleva esortare a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più», a non cadere negli eccessi e a non offendere la divinità pretendendo di essere come un dio. Del resto tutta la tradizione antica greca mostrava come l’ideale del saggio, che possiede la sophrosyne (“saggezza”), sia quello di conseguire la moderazione.

Fondamento del pensiero socratico è quindi il “sapere di non sapere”, la consapevolezza di non avere una conoscenza definitiva che sprona al desiderio di conoscere. La figura del filosofo è quindi opposta a quella del saccente, ovvero del sofista che possiede almeno la sapienza tecnica della retorica. Socrate sapendo di non sapere si riteneva per questo più sapiente degli altri.

La sua prima preoccupazione era pertanto di rendere l’uomo, tramite l’ironia, cosciente della propria ignoranza e di stimolarlo a ricercare la verità dentro se stesso attraverso la maieutica. Il  termine maieutica viene dal greco μαιευτική e letteralmente sta per “l’arte della levatrice” (o “dell’ostetrica”) e l’espressione designa il metodo socratico così come lo espone Platone nel Teeteto.

L’arte dialettica veniva infatti paragonata da Socrate a quella della levatrice perchè egli intendeva “tirar fuori” dall’allievo pensieri del tutto personali, al contrario di quanti volevano imporre agli altri le proprie vedute con la retorica e l’arte della parola come facevano i sofisti.

Socrate quindi, a differenza dei sofisti che professavano la loro arte a scopo di lucro, filosofava per semplice amore del sapere e soprattutto mirava a convincere l’interlocutore non ricorrendo ad argomenti retorici e suggestivi, ma sulla base di argomenti razionali.

I suoi avversari pensavano però che egli fomentasse la contestazione giovanile perchè insegnava l’uso critico della ragione ed il rifiuto della tradizione e della religione. Socrate in realtà, secondo la testimonianza di Platone, non intendeva affatto contestare la religione tradizionale e neanche incitare i giovani alla sovversione.

Inoltre gli Orfici e i Pitagorici consideravano l’anima ancora alla stregua di un demone divino mentre Socrate pensava che costituisse la vera essenza dell’uomo e coincidesse con l’io, la coscienza pensante di ognuno, di cui egli si proponeva come maestro.

Non sono i sensi a esaurire l’identità di un essere umano, come insegnavano i sofisti, l’uomo non è corpo ma anche ragione cioè conoscenza intellettiva che indaga anche riguardo la propria essenza. 

Socrate affermava inoltre di credere, oltre che agli dèi, anche ad una particolare divinità minore, appartenente alla mitologia tradizionale, che egli chiamava dáimon ed era essere divino inferiore agli dèi ma superiore agli uomini.

Si diceva tormentato da questa entità, o voce interiore, che si faceva sentire soprattutto per dissuaderlo dal compiere certe azioni. Socrate si sentiva sempre spinto da questa entità a discutere, confrontarsi e ricercare la verità morale. Kant paragonò poi questo principio all’ imperativo categorico, alla coscienza morale dell’uomo.

Socrate non lasciò niente di scritto della sua filosofia perché pensava che, come il bronzo che percosso dà sempre lo stesso suono, la parola scritta non risponde alle domande e alle obiezioni dell’interlocutore  ma dà sempre la stessa risposta. Per questo i dialoghi socratici non chiudono la discussione e la conclusione rimane sempre aperta, pronta a essere rimessa nuovamente in discussione.

Socrate come i sofisti metteva in discussione un certo modo di intendere l’ideale educativo della paideia ma con intenti del tutto opposti: i sofisti con lo scopo di dissolverlo, Socrate invece con lo scopo di tutelarlo.

La paideia esaltava lo spirito di appartenenza costituendolo come elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’ individuo era così inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso.

La dottrina dei sofisti si poneva contro questa omologazione della paideia, da essi giudicata “conservatrice”, ma solo per  far apparire vero ciò che a loro conveniva. Socrate invece voleva piuttosto verificare se sotto quell’ideale educativo non vi fosse quello di sopire le coscienze critiche a scopi di potere personale.

Secondo Platone, infatti, Socrate è l’unico che intende correttamente il senso della politica esortando i cittadini a occuparsi della città e di anteporre sempre il suo bene e il rispetto delle leggi agli egoismi dei singoli.

Il discorrere di Socrate era un dià logos, una parola che attraversava i due interlocutori  e utilizzava brevi domande e risposte proprio per dare la possibilità ad un interlocutore di intervenire e obiettare rispettando così le sue opinioni. I sofisti invece usavano il macròs logos, il grande e lungo discorso che non dava spazio alle obiezioni. 

Una caratteristica del dialogo era il continuo domandare di Socrate su quello che stava affermando l’interlocutore: «Ti estì» ,”che cos’è” (quello di cui parli)?

Socrate sembrava voler ricercare una definizione indiscutibile dell’oggetto del dialogo ma alla fine, non riuscendoci, l’interlocutore dichiarava la propria ignoranza che era il punto a cui Socrate voleva arrivare. Proprio questo sin dal principio voleva Socrate per dimostrare che la presunta sapienza dell’interlocutore fosse in realtà ignoranza.

Il continuo dialogare di Socrate, attorniato da giovani affascinati dalla sua dottrina e da importanti personaggi, nelle strade e piazze della città, fece sì che egli venisse scambiato per un sofista dedito ad attaccare direttamente i politici e fu ritenuto un pericoloso nemico politico che contestava i tradizionali valori cittadini.

Per questo Socrate, che aveva attraversato indenne i regimi politici precedenti, che era rimasto sempre ad Atene e che non aveva mai accettato incarichi politici, fu messo sotto processo e poi condannato a morte.

L’accusa di “ateismo”, che rientrava in quella di “empietà” (ἀσέβεια), fu un pretesto giuridico per un processo politico, poiché l’ateismo era sì ufficialmente riprovato e condannato ma tollerato e ignorato se affermato privatamente.

Il sofista Lisia si offrì di difenderlo ma egli rifiutò probabilmente perché non voleva confondersi con i sofisti e preferì difendersi da solo. L‘accusa di corrompere i giovani nacque anche perchè Socrate era stato maestro di Crizia e di Alcibiade, due personaggi invisi nell’Atene della restaurazione democratica.

Crizia era stato il capo dei Trenta tiranni e Alcibiade, per sfuggire al processo che gli era stato intentato, aveva tradito Atene ed era passato a Sparta, combattendo contro la propria patria. Il fatto di essere stato educatore di entrambi pose le basi dell’accusa di corruzione dei giovani.

Alcibiade e Crizia erano morti entrambi, ma i democratici non si sentivano al sicuro finché l’uomo, che a loro parere aveva ispirato i loro tradimenti, esercitava ancora influenza sulla vita pubblica. Il processo si tenne nel 399 a.C. innanzi a una giuria di 501 cittadini di Atene e Socrate si difese contestando le basi del processo  ma fu riconosciuto colpevole per appena trenta voti di margine

Gli ateniesi accolsero la proposta di Meleto e lo condannarono a morte mediante l’assunzione di cicuta. Era pratica diffusa autoesiliarsi dalla città pur di sfuggire alla sentenza di morte ma Socrate non voleva andare in esilio perchè, anche fuori di Atene, avrebbe continuato a dialogare con i giovani. Inoltre egli non temeva la morte, che nessuno sa se sia o no un male, e la preferiva all’esilio per lui sì un male sicuro.

Socrate, benchè condannato ingiustamente, in carcere rifiutò le proposte di fuga dei suoi discepoli che avevano organizzato la sua evasione corrompendo i carcerieri. Ma per lui la morte non era un male perché o era un sonno senza sogni oppure la possibilità di visitare un mondo migliore dove magari incontrare interlocutori migliori con cui continuare a dialogare.

Socrate trascorse serenamente la sua ultima giornata in compagnia dei suoi amici e discepoli, dialogando di filosofia e in particolare affrontando il tema dell’immortalità dell’anima e del destino dell’uomo nell’aldilà.

Bevuta la cicuta, il paralizzarsi e il raffreddarsi delle membra, divenute insensibili dai piedi verso il torace, segnalava il progressivo avanzare del veleno e pare che disse ad un suo discepolo:

“O Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene!”

Queste ultime parole di Socrate morente hanno dato luogo a tante  interpretazioni: quella più semplice e diffusa è che egli, che non voleva lasciare debiti irrisolti né con gli uomini né con gli dei, pregò Critone di ringraziare per suo conto il dio Asclepio per avergli reso la morte indolore.

2 pensieri su “Socrate: l’educazione attraverso il dià logos ed il pensiero indipendente

  1. e però aveva ragione, Socrate, quando diceva che la parola scritta non è una risposta…

    (certo che sarà anche stato bruttarello forte, ma oltre una m9g l ie aveva pure l’amante…mah, il fascino del filosofo… 😀 )

    sereno dì ☕🌻

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