La lamentazione funebre ed il mestiere di prefica

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La lamentazione funebre è uno tra i più significativi riti del cordoglio, le cui tracce si perdono nel tempo. Dall’Antico Egitto, alla Magna Grecia fino all’Antica Roma, l’usanza dei sacri “lynos” delle prefiche nei funerali si è tramandata nei secoli anche dal nord al sud Italia.

In Grecia al calar delle tenebre, per evitare che la luce di Elio fosse offuscata dalla visione della morte, il mesto corteo funebre si dirigeva al Ceramico per l’ultimo saluto al caro estinto.

Alcune donne, che non avevano nemmeno conosciuto il defunto, piangevano, urlavano, si strappavano i capelli e simulavano svenimenti stando vicino al feretro mentre dietro di loro, in composto silenzio, sfilava la famiglia colpita dal lutto che non versava nemmeno una lacrima. L’onere di dimostrare il dolore era affidato alle prefiche, donne che venivano pagate per questo.

Il senso del decoro imponeva infatti alle ricche famiglie greche un atteggiamento sobrio (meden agan, niente in maniera esagerata) perché il controllo di sé anche in situazioni dolorose era percepito come testimonianza di forza interiore.

Ogni disgrazia era segno di inclemenza da parte di una divinità e di fronte alla mala sorte non restava che nascondersi o travestirsi nella speranza che il dio impietoso ma distratto, non riconoscendo la sua vittima, smettesse di tormentarlo.

Quindi non piangere al funerale dei propri cari, ma anzi far concentrare l’attenzione su estranei in lacrime, era un modo per esorcizzare la paura che accadesse qualcosa di ancor più terribile. In fondo anche noi oggi, vestendoci a lutto, speriamo che la malasorte, non riconoscendoci in quegli abiti scuri, giri lo sguardo altrove.

Il rito della lamentazione a pagamento in Italia è stato praticato per lungo tempo. In Piemonte, nelle zone del Cuneese e del Canavese, le “piagnone” sono rimaste attive fino all’inizio del Novecento e in Lombardia, in particolare in alcune zone del Mantovano e del Cremonese, la presenza delle “piansune” è ricordata anche a cavallo delle due guerre mondiali.

Nelle Marche, fino alla metà del XX secolo, nella zona di Macerata venivano chiamate ben 100 donne vestite di nero per piangere durante il corteo funebre. Negli stessi anni in Molise vi erano le “repute” e in Calabria le “chiangitare”  che piangevano muovendo il capo e agitando sul cadavere un fazzoletto.

In Lucania, fino agli anni Cinquanta, ogni villaggio aveva un suo modo particolare di lamentare il morto e in Campania le prefiche accompagnavano il defunto in chiesa con il loro lamento, lo riprendevano dopo la liturgia fino al camposanto e al termine della cerimonia partecipavano al banchetto in onore del morto.

Nel napoletano, poi, era in voga una lamentazione accompagnata da un malmenarsi rituale che terminava con le prefiche che urlavano alla vedova: «ah, misera te!», strappandole ciocche di capelli che poi gettavano sul defunto.

In Sardegna le “attitadoras”, che accompagnavano la salma con un canto disperato e con il dondolio ritmico del corpo, non erano pagate ma agivano come forma di partecipazione collettiva al lutto. Lanciavano acutissimi stridi, battevano e poi gettavano le mani dietro le spalle, si strappavano i capelli, squarciavano con i denti bianche pezzuole e si graffiavano le guance tra urla e singhiozzi. Più riuscivano a suscitare commozione, più i parenti del defunto donavano loro grano, vino e olio.

La mimica del cordoglio e in particolare l’oscillazione corporea ritmata, simile anche a quella delle lamentatrici mediorientali, assomigliavano anche a quelle presenti in molte tradizioni sciamaniche afro-amerinde che avevano una funzione quasi ipnotica.

Alla fine, in questi riti, il dolore per il defunto c’entrava fino a un certo punto perchè lo scopo principale era quello di allontanare la morte. Anzi le tecniche utilizzate dovevano impedire il ritorno del defunto come testimoniato anche dall’ usanza di bruciare i vestiti del morto o l’apertura delle finestre dopo il decesso, fino alla strofa che chiude un antico lamento funebre:

«Non ho più niente da dirti/ non ho più niente da farti/ statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti abbiamo fatto…»

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