La mortifera peste nera in Europa: 1347- 1353

 

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La peste nera fu un’ epidemia che nel 1346 partì dal nord della Cina e si diffuse poi nella Turchia asiatica ed europea per poi raggiungere la Grecia, l’Egitto e la penisola balcanica; nel 1347 si trasmise in Sicilia e da lì a Genova e nel 1348 in Svizzera e in tutta la penisola italica. Dalla Svizzera si allargò poi in Francia e in Spagna, nel 1349 raggiunse l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda e solo nel 1353 la sua espansione terminò una volta giunta nelle vaste e disabitate pianure della Siberia.

In Europa, la peste nera si diffuse rapidamente e perdurava tra i sei e i nove mesi nelle aree colpite. Il tasso di mortalità medio fu di circa il 30% della popolazione totale, tra i venti e i venticinque milioni di persone, e circa il 60% di coloro che la contraevano. Si diffuse soprattutto nei quartieri più sovrappopolati delle città dove gli abitati, spesso malnutriti, vivevano in condizioni igieniche precarie. 

La responsabilità delle peste nera è ricondotta all’infezione di un batterio isolato solamente nel 1894 che si trasmette generalmente dai ratti agli uomini per mezzo delle pulci. Molti studiosi oggi dicono però che il contagio potrebbe essere avvenuto tramite i pidocchi umani, da uomo a uomo. Se non trattata adeguatamente la malattia risulta letale dal 50% alla quasi totalità dei casi, a seconda della forma con cui si è manifestata: bubbonica, setticemica o polmonare.

Il microrganismo, penetrato attraverso la cute, raggiunge i linfonodi ingrossandoli (ibubboni”) riuscendo, talvolta, a raggiungere il sangue e i polmoni e diventando così più letale. I sintomi più frequenti sono febbre elevata, mal di testa, dolori articolari, nausea e vomito, oltre ai già citati bubboni. Negli stati più avanzati compaiono letargia, ipotensione e dispnea che conferiscono al malato un colorito scuro, da cui il nome peste nera. La morte sopraggiunge in pochi giorni.

Dall’arrivo in Provenza della malattia, gli ebrei vennero presi di mira e a Tolone e Barcellona ci furono massacri e saccheggi. Il Papa Clemente VI, tramite una bolla, disse che la malattia aveva una causa naturale o divina e sottolineava come anche gli ebrei morissero. Quando la peste cessò ben pochi ebrei però erano rimasti tra Germania e Paesi Bassi. Molti  attribuirono l’epidemia alla volontà di Dio e nacquero diversi movimenti religiosi, tra cui quello dei flagellanti che, di città in città, praticavano durante cortei l’autoflagellazione come forma estrema di penitenza.

Anche la cultura fu influenzata dalla peste, Giovanni Boccaccio  scrisse il Decameron, una raccolta di cento novelle, che è ambientata in una casa di campagna posta sulle colline fuori Firenze dove sette giovani donne e tre giovani uomini si erano rifugiati per scampare all’epidemia che infuriava in città nel 1348. Anche Francesco Petrarca, che perse molti amici e la sua amata Laura durante l’epidemia, narrò della peste in più testi. Il soggetto della “danza macabra” inoltre fu un tema ricorrente delle rappresentazioni pittoriche del secolo successivo.

Tra il X e gli inizi del XIV secolo in Europa vi era stata una crescita della popolazione, che era raddoppiata in Francia e in Italia e triplicata in Germania, come conseguenza di una stabilità politica e di un periodo di clima mite. Dopo secoli le vie di comunicazione erano ritornate ad essere mantenute in efficienza e così gli scambi commerciali fiorirono spingendosi fin verso il Mar Nero e l’ Impero Bizantino.

Dopo il periodo caldo medievale vi fu una successiva piccola era glaciale che causò gravi carestie tra il 1315 e il 1317 e che in alcune città, in particolare del nord, portò alla morte del 5-10% della popolazione. Altre carestie si succedettero come quelle del 1338 e del 1343 e interessarono di più l’Europa meridionale. Tra il 1325 e il 1340 le estati furono molto fresche e umide e le abbondanti piogge mandarono in rovina i  raccolti e crearono l’estensione delle paludi. Già nel 1339 e nel 1340 vi furono epidemie, forse di infezioni intestinali, che provocarono nelle città italiane un aumento della mortalità.

Inoltre nel 1337, tra i regni di Francia e di Inghilterra scoppiò un conflitto che poi durò oltre un secolo. I contadini, per paura della guerra e per carenza di viveri, si riversarono nelle città creando insediamenti sovrappopolati con cumuli di rifiuti per strada e assenza di fognature.  La peste trovò quindi condizioni ideali per scatenare una pandemia.  

A Milano, il governo dei Visconti impose un forte controllo di merci e persone che portò a limitare le morti come avvenne anche in Polonia dove Casimiro III bloccò i confini della nazione. Dopo il 1347 le navi sospette vennero messe in isolamento per quaranta giorni ma la quarantena non impediva ai ratti di arrivare a terra. Furono chiusi i mercati, vietata la rivendita dei vestiti degli appestati e i funerali.

Gli effetti sulla popolazione furono senz’altro più gravi in Francia e in Italia che in Germania. Anche in Scandinavia la peste ebbe un effetto disastroso, specialmente in Norvegia che rimase senza sovrani. Fu in quel momento che i tre regni nordici di Danimarca, Norvegia e Svezia si unirono sotto la regina Margherita I di Danimarca. 

In Spagna la peste nel 1350 uccise Alfonso XI, re di Castiglia e Leon provocando una guerra civile, dalla quale uscì incoronato Enrico II di Trastàmara, figlio di Alfonso e della sua amante Eleonora de Guzman. 

I medici dell’epoca pensavano che l’origine del male fosse stata l’aria umida e fredda della primavera 1348, dovuta alla congiunzione di Giove, Saturno e Marte avvenuta tre anni prima. Le terapie proposte erano salassi e cauteri e sostanze che dovevano contrastare le qualità della peste. Essendo questa umida e calda, per via dei bubboni e della febbre, si usavano pietre come smeraldi e zaffiri, terre ed erbe come l’ersicaria, che erano secche e fredde, e, poichè gli appestati sono pallidi, si usava lo zafferano.

La vita quotidiana era segnata da processioni, pellegrinaggi e il culto di San Rocco, Patrono degli appestati, divenne intenso. In molti luoghi sorsero chiese votive e le cosiddette “colonne della peste” per la paura e per il desiderio di essere liberati dal flagello.

Finita l’epidemia, le tante morti ed il crollo demografico resero possibile a molti la disponibilità di terreni agricoli e di posti di lavoro remunerativi soprattutto in città.I terreni meno redditizi e molti villaggi vennero abbandonati e le corporazioni ammisero nuovi membri.

L’aumento del costo della manodopera favorì la meccanizzazione del lavoro così il tardo Medioevo divenne un’epoca di notevoli innovazioni tecniche come la stampa a caratteri mobili e l’evoluzione della tecnica delle armi da fuoco.  La ritrovata prosperità nei commerci comportò inoltre lo sviluppo delle scienze bancarie e delle tecniche contabili. 

Gli studi anatomici ebbero un maggior impulso verso la scienza empirica anche se solo quasi duecento anni dopo il medico veronese Girolamo Fracastoro si confrontò in maniera più sistematica con l’idea di contagio. Tra il 1347 e il 1480 la peste continuò a colpire le maggiori città europee ad intervalli di circa 6-12 anni e solo dal 1480 vi fu un’epidemia ogni 15-20 anni circa.

Gaetano Bresci: uccise non Umberto ma un re, un principio

Gaetano Bresci (Prato 1869 – Ventotene 1901) lavorò fin da giovanissimo in uno stabilimento tessile e conobbe subito i turni massacranti, le angherie e la mancanza di tutele sul lavoro. Partecipò agli scioperi organizzati dalla sezione anarchica di Prato e nel 1892 fu condannato a 15 giorni di carcere per oltraggio alla forza pubblica per aver insultato delle guardie che stavano per multare un fornaio colpevole di aver tenuto aperta la bottega oltre l’orario.

Dopo le leggi eccezionali emanate dal governo Crispi nel 1894 migliaia di oppositori fra i quali gli “anarchici pericolosi” furono assegnati al domicilio coatto. Bresci fu mandato a Lampedusa ma riebbe la libertà nel 1896 per effetto di una amnistia del re Umberto I.

Nel 1987 ebbe un figlio da una certa Maria al quale Bresci, grazie al denaro prestatogli da un fratello, pagò il baliatico e poi emigrò negli Stati Uniti e trovò lavoro a Paterson, detta “la città della seta”. Qui si legò all’irlandese Sophie Knieland, dalla quale ebbe due figlie, Maddalena e Gaetanina; quest’ultima sarà anche lei anarchica convinta, e dopo la morte del padre continuò le lotte per una vita migliore degli operai di Paterson.

Bresci trascorreva molto tempo  nei circoli anarchici della città tuttavia si distingueva dagli altri immigrati italiani in quanto parlava correntemente l’inglese, possedeva una macchina fotografica, che era un piccolo lusso per l’epoca, e interagiva molto con la comunità statunitense.

Gaetano Bresci venne a conoscenza della feroce repressione dei Fasci Siciliani e dei moti popolari del 1898. A Milano,  in particolare, a seguito dell’aumento del prezzo della farina e del pane, il cui costo cresceva da anni, il popolo insorse e assaltò i forni del pane.

Il generale Fiorenzo Bava Beccaris fece sparare sulla folla milanese provocando 80 morti e centinaia di feriti ma suscitando il plauso del re Umberto I che gli aveva anche conferito per questo una onorificenza.

Nel 1899 Bresci, indignato, acquistò una rivoltella e cominciò ad esercitarsi nel tiro a segno. Poi si licenziò e nel 1900 arrivò con alcuni compagni a Parigi, dove vide l’Esposizione universale e si dedicò anche alla passione della fotografia.

Arrivò poi a Prato per incontrare i familiari ed infine si recò a Monza. Qui la sera del 29 luglio si mescolò alla folla festante che attendeva il re Umberto giunto per premiare alcuni atleti.

Quando a fine cerimonia il re risalì sulla carrozza, Bresci gli sparò tre colpi a distanza ravvicinata che lo raggiunsero al petto, al polmone e al collo e poco dopo il re, che precedentemente era già scampato ad altri  due attentati di anarchici, morì in una sala della Villa reale. La folla tentò di linciare Bresci ma i carabinieri riuscirono a portarlo in salvo

Mentre imperversavano le manifestazioni popolari a favore di casa Savoia e alcuni senatori chiedevano il ripristino della pena capitale abolita nel 1889, si celebrò il 29 agosto 1900 il processo contro Bresci a Milano.

Il leader socialista Filippo Turati si rifiutò di essere, come richiesto da Bresci, il suo avvocato per cui gli fu assegnato d’ufficio l’avvocato Luigi Martelli che venne poi affiancato dall’avvocato, ex anarchico, Francesco Saverio Merlino che cercò di dimostrare il fattore politico del regicidio e sostenne che per impedire il delitto e consentire l’esercizio della legalità era necessario concedere la libertà di opinione.

A Bresci fu inflitta la pena massima dell’ergastolo con 7 anni di isolamento. Il 23 gennaio 1901 fu mandato nella prigione definitiva di Santo Stefano, nell’isola di Ventotene, e il 22 maggio il suo corpo fu trovato penzolante e legato ad un asciugamano dalla finestra della cella. Secondo la versione ufficiale si era trattato di suicidio.

Uno dei fratelli di Bresci dovette cambiare il cognome. L’altro fratello venne arrestato molte volte, e perseguitato fino al suicidio. La moglie in America cambiò il cognome delle due figlie e vi furono ripetuti arresti, per anni, tra parenti, conoscenti, ex colleghi ed ex vicini di casa. Un canonico pratese imbrattò l’atto di battesimo di Bresci con frasi ingiuriose.

Nel 1947 Sandro Pertini, che era stato confinato a Ventotene durante il fascismo,  avendo raccolto i racconti che si tramandavano i detenuti disse che Bresci era stato percosso a morte e poi appeso all’inferriata della cella: il regolamento carcerario vietava il possesso di asciugamani e le catene ai piedi non gli avrebbero potuto consentire di impiccarsi da solo.

Le sole cose certe rimaste di lui furono il cappello da ergastolano (distrutto poi durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra), la rivoltella con cui compì il regicidio, la macchina fotografica con i reagenti per sviluppare le foto, e due valigie di effetti personali sequestrategli nella camera in affitto a Milano. Questi reperti sono conservati nel Museo Criminologico di Roma.

 

 

Le parole erano incantesimi

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Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente.
(Sigmund Freud)

Il presepe napoletano nel settecento

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Si ritiene che San Francesco di Assisi sia stato l’inventore del presepe vivente perchè nel 1223 chiese a Papa Onorio III di poter allestire una rappresentazione della natività a Greccio vicino Rieti.

Creò una mangiatoia, stabilì che potevano essere presenti solo un bue e un asino ma non persone e durante la notte di Natale celebrò l’eucarestia sopra ad un altare portatile davanti ad una folla che teneva le fiaccole accese. Tommaso da Celano, suo biografo, raccontò che improvvisamente apparve un bambino che il santo abbracciò commosso.

San Gaetano di Thiene nel 1534 fece un allestimento dove i personaggi vestivano i tipici vestiti popolani del tempo ma solo tra la fine del ‘500 e il ‘600 si passò dalle statue in pietra di grandi dimensioni ad altre più leggere e più piccole, spesso con giunture snodabili e con abiti di stoffa.

Il Settecento fu però il secolo d’oro del presepe napoletano e alla Sacra famiglia si aggiunsero pescivendoli, fruttivendoli e osti mescolando ambientazioni di epoche diverse ed anche esotiche. ll pastorello addormentato era Benino, quello anziano era Armezio e poi vi era sempre il pastorello che esprimeva meraviglia. Solitamente i pastori avevano teste e arti in terracotta, cartapesta o legno e occhi in vetro mentre il corpo aveva un’anima in fil di ferro che consentiva i movimenti.

Nel presepe era presente anche Stefania, alla quale era stato vietato di vedere la Madonna perchè nubile, che per fingersi madre aveva avvolto una pietra in un panno. La pietra si era però trasformata in un bambino, chiamato Stefano, che divenne il primo martire della Chiesa. Era presente anche il beone Ciccibacco circondato da botti di vino.

Gli aristocratici iniziarono ad allestire presepi nelle case e di solito erano smontati  poi il 2 febbraio in occasione della candelora. I sovrani borbonici furono contagiati da questa passione e Carlo III sistemava personalmente i pastori in un presepe che occupava due stanze della Reggia di Caserta. La regina Maria Amalia, sua moglie, confezionava invece insieme alle sue dame di compagnia i vestiti dei personaggi.

Lo scrittore tedesco Wolfang Goethe nel 1787 paragonò questo tipo di presepe ad un palcoscenico. La moda di allestire grandi presepi nelle case dei nobili napoletani durò fino ai primi dell’ottocento ma poi si incominciarono ad apprezzare i piccoli presepi, spesso contenuti in campane di vetro, e si diffuse il collezionismo dei pastori d’antiquariato.