I Romani conquistarono e poi abbandonarono la Britannia

 

invasioni

Nell’anno 58 a.C., Giulio Cesare fu nominato Governatore della Gallia e dell’Illiria e da allora cercò di conquistare la barbara Gallia fino al Reno e di annetterla ai domini di Roma. L’intento era anche di riuscire così a  rivaleggiare sul terreno politico con il console Gneo Pompeo che era visto come il conquistatore dell’Oriente.

Cesare si rivelò un grande generale e mise a punto un’ organizzazione militare che gli consentì dopo otto anni, nonostante una resistenza accanita da parte delle popolazioni galliche, di raggiungere l’obiettivo, di definire il Reno come frontiera est e di romanizzare poi tutta la Gallia.

Sulla Britannia egli sapeva che era abitata da “barbari” e che aveva una grande produzione di grano e importanti miniere di stagno, di piombo e di ferro. Il commercio, la cultura e le credenze religiose legavano inoltre il sud della Bretagna con il nord della Gallia.

A Cesare l’occupazione anche di questa isola sembrava pertanto una logica continuazione della conquista della Gallia e nell’agosto del 55 a.C. una flotta romana giunse sulle  coste inglesi trasportando la  7a e la 10a Legione, per un totale di circa 10 mila uomini.

I romani rimasero colpiti dai combattimenti condotti con i carri che i Bretoni inizialmente facevano correre e dai quali lanciavano giavellotti riuscendo spesso a rompere i ranghi delle legioni. Quando i Bretoni riuscivano a penetrare dentro le legioni, saltavano poi giù dai carri e combattevano a piedi mentre i conducenti dei carri uscivano dalla mischia e schieravano i carri in modo da poter riprendere sopra, in caso di fuga, i combattenti. Anche lungo ripide pendenze i Bretoni dimostravano di sapere arrestare i loro cavalli al galoppo,  cambiare immediatamente direzione e tenersi aggrappati al giogo per poi risalire nei loro carri.

L’esercito bretone venne sconfitto ma, visto l’arrivo della stagione fredda e la resistenza ancora di numerosi guerrieri bretoni, Cesare decise di ritirare il suo esercito in Gallia per ritornarvi l’anno seguente (54 a.C.) alla testa di circa 25 mila uomini, di fatto cinque legioni e la cavalleria. I Bretoni vennero di nuovo sconfitti, ma anche questa volta non vinti definitivamente. Cesare e il suo esercito arrivarono fino al Tamigi, ottennero vantaggi commerciali e poi alla fine dell’estate, ritornarono in Gallia.

Secondo Cesare, la Britannia non meritava di diventare una provincia romana, essendo popolata da barbari senza ricchezze. Le legioni romane inoltre dovevano già controllare le frontiere del Reno: le popolazioni della Gallia avrebbero potuto sollevarsi di nuovo di fronte ad una diminuita presenza romana sul territorio.

La Britannia ritornò a  essere oggetto delle ambizioni territoriali romane solo nell’anno 41 d.C. quando diventò imperatore Claudio e l’esercito aveva già la struttura di un vero esercito imperiale che, schierato in cinque settori, copriva  l’insieme dell’Impero.

Nell’anno 43 d.C. numerose navi romane sbarcarono nel sud dell’isola 40 mila uomini al comando del Aulo Plautius. L’esercito d’invasione comprendeva quattro legioni: la 2a (Augusta), la 9a (Hispana), la 13a (Gemina Martia Victrix) e la 20a (Valeria Victrix). Queste unità erano supportate da 20 mila soldati “auxilia” (auxiliares) dell’esercito regolare romano che sostenevano la fanteria pesante delle legioni.

A Medway si riunirono 17 mila guerrieri Bretoni, sotto il comando dei capi Caracatos e Togodumnus, che vennero attaccati dai Romani. Il feroce combattimento durò due giorni, ma prevalse la superiorità tattica e tecnica dell’esercito romano tanto che i Bretoni persero circa 5 mila uomini e i Romani solo 850. Il capo Togodumnus scomparve  e l’esercito romano conquistò il sud della Britannia mentre  Caracatos  fu nel periodo successivo  catturato e fece atto di sottomissione a Roma. Poi nell’anno 47 d. C. il generale Vespasiano invase e conquistò il Galles.

La sottomissione dei Britanni però era precaria poichè numerose ribellioni si verificavano un po’ dappertutto. Nel 60 d.C. una grande rivolta capeggiata da Baodicea (Baudicca), regina delle tribù degli Iceni, mise in grave difficoltà i Romani: le legioni romane nel paese vennero prese alla sprovvista e Baodicea ottenne numerosi successi che poi si trasformano in massacri su grande scala. Alla fine, le truppe romane riuscirono a vincere in un’epica battaglia e la regina, sconfitta, si suicidò.

I Romani riuscirono a vincere questa moltitudine di guerrieri bretoni, forse più di 100 mila, solo perchè alla tecnica della “macchina militare” avevano associato quella della costruzione di strade. Dopo il loro arrivo avevano organizzato una infrastruttura fino ad allora inesistente costruendo solide “vie romane” pavimentate, che costituivano un sistema di comunicazioni, scaglionato da fortini, che univa il sud e il centro del paese. Queste strade convergevano  su un punto centrale: Londinium (Londra), principale centro commerciale e di rifornimento della Britannia.

Negli anni 78-84 d.C., Gnaeus Julius Agricola era il governatore romano della Britannia,  soldato esperto che conosceva il paese  in quanto aveva comandato la 20a Legione, sotto il quale il sud del paese, romanizzandosi, diventò più tranquillo. I Bretoni adottarono la lingua, l’abbigliamento e anche i vizi romani: i bagni, i portici ed i pasti sontuosi.

Dal nord dell’isola continuavano però ad arrivare i raid sulle comunità del sud e così Agricola, che disponeva di quattro legioni e di truppe ausiliari, marciò a nord e invase la Caledonia (cioè la Scozia) e nell’anno anno 83 d.C. sconfisse i Caledoniani, della popolazione dei Pitti, nella battaglia di Monte Graupius. Quando Agricola ritornò a Roma, nell’84, i suoi successori decisero però di non occupare stabilmente quel territorio montagnoso.

Per decenni, bande di Caledoniani effettuarono incursioni nella parte romanizzata del paese e i Romani non riuscirono mai a debellare questa minaccia per le popolazioni del sud. All’epoca dell’imperatore Traiano (98-117) erano stanziate in Britannia solo tre legioni poichè con la romanizzazione delle popolazioni, in un vasto territorio la minaccia di rivolta dei Bretoni si era attenuata.

Nell’anno 122 d.C., l’imperatore Adriano (117-138) visitò la Britannia e decise alcune riforme amministrative per la gestione del paese e in merito alla frontiera del nord, considerata come vero e proprio “colabrodo”, ordinò la costruzione di un muro al fine di separare i Barbari Caledoniani dai Romani.

Il “vallo di Adriano” era un’opera difensiva che rientrava nella logica della strategia militare dell’imperatore e che era applicata all’insieme del mondo romano. In Britannia, la situazione, considerata abbastanza pericolosa, suggerì la costruzione di un muro di pietra che attraversava il paese per una lunghezza di 117 chilometri. Questa fortificazione era un’imponente muraglia con  numerosi “castelli”, torri, fossati e, naturalmente, strade che iniziava da Solway sull’oceano Atlantico ed arrivava fino alla foce del Tyne sul mare del Nord.

In seguito i Romani cercarono di nuovo di avanzare in territorio scozzese, e portarono il confine nord fino al nuovo Vallo di Antonino, costruito nel 142 d.C., ma ben presto si ritirarono di nuovo fino a quello di Adriano durante il regno di Marco Aurelio.

Tuttavia i Romani penetrarono spesso per ragioni militari in territorio scozzese e nel 209 d.C. l’imperatore Settimio Severo attaccò i Caledoni. La sua campagna militare fu molto dura e distruttiva e i nativi si opposero con una altrettanto dura guerriglia. Settimio Severo morì mentre pianificava una nuova campagna militare che però fu abbandonata dal figlio Caracalla. Da allora i Romani si limitarono a rapide puntate in Scozia, eseguite per lo più per ragioni commerciali, per catturare schiavi o per diffondere il Cristianesimo.

Nel 407 d.C. Costantino III, acclamato imperatore dalle legioni della Britannia, attraversò la Manica con l’esercito lasciando l’isola indifesa e nel 410 l’imperatore d’Occidente Onorio scrisse agli abitanti della Britannia che da quel momento avrebbero dovuto badare da soli a loro stessi e alla propria difesa.

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