Abele di Blasio ed i tatoo dei camorristi

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Molti anziani non amano i tatuaggi perchè fino a pochissimi decenni fa il tattoo era un marchio d’infamia perché tradiva e rivelava a tutti la frequentazione delle patrie galere da parte di chi aveva i tatuaggi.

A Napoli ci fu uno studioso che si dedicò a classificare, riconoscere e analizzare i significati dei messaggi che li caratterizzavano e che rappresentavano la sottocultura carceraria degli ultimi decenni dell’Ottocento.

Abele de Blasio, (Guardia Sanframondi, vicino Benevento, 1858 – Napoli, 1945) fu docente di antropologia criminale all’Università di Napoli ed ebbe una collaborazione intensa con le forze dell’ordine facendosi promotore del primo Gabinetto scientifico di Polizia. Utilizzò nelle sue ricerche il metodo descrittivo, fotografico ed antropometrico che già in Francia veniva praticato da Alphonse Bertillon.

Si  era laureato in medicina a Napoli, oltre a specializzarsi in chimica farmaceutica e scienze naturali, interessandosi poi di botanica, antropologia, criminologia, paletnologia e etnologia. Fu allievo di Giustiniano Nicolucci  e seguace delle teorie di Cesare Lombroso.

Le sue ricerche, raccolte in oltre duecento pubblicazioni, riguardarono argomenti come la camorra, l’aspetto fisico dei delinquenti redatto sulla base delle teorie lombrosiane, i tatuaggi, le streghe di Benevento, le mummie e vari aspetti dell’omosessualità.

Si occupò inoltre di indagare i modi di vita di categorie disagiate, studiando parallelamente le patologie cliniche che vi si riscontravano con maggiore frequenza, e mise a confronto i comportamenti animali con quelli umani .

Dei marchi sulla pelle dei detenuti, de Blasio parla nel libro  “Usi e Costumi dei Camorristi” pubblicato a Napoli nel 1897 in cui lo studioso catalogò i tatuaggi di 287 camorristi ed individuò ben dodici categorie di tatuaggi.

Nelle carceri napoletane i detenuti si tatuavano soggetti che riguardavano la religione e quindi tante Madonne dell’Arca, l’amore, i nomignoli, la vendetta, la  graduazione che contrassegnava l’affiliazione e lo status all’interno di gruppi criminali, il disprezzo, la professione come riconoscimento tra ladri, grassatori e guappi, la bellezza, le date memorabili, le oscenità e il simbolismo che spesso riprendeva animali fantastici.

Tra i camorristi i tatuaggi erano pertanto di rigore ed erano un segno di appartenenza a questa società e  quelli sul dorso della mano indicavano il rango del tatuato e rendevano manifesto il potere di un membro. Inoltre a seconda della posizione sul corpo, erano palesi se comparivano su mani e braccia o come nei di bellezza, diffusi soprattutto tra prostitute e femminielli, e occulti se tatuati nelle parti abitualmente coperte dai vestiti.

Nel giro di qualche decennio però cominciò ad essere applicato un paradigma criminale per delineare le caratteristiche comportamentali di tutto un popolo e nacquero così  le ingiustificate semplificazioni napoletano=camorrista. Avvenne cioè la trasformazione delle differenze, che contraddistinguono una massa di individui, in una semplificazione che le racchiudeva tutte. Non a caso il libro di De Blasio sulla camorra aveva una entusiastica prefazione di Lombroso.

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