Philogelos, antologia umoristica degli antichi romani

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Ogni popolo ha il suo senso dell’umorismo e lo spirito caustico degli antichi romani rifletteva il carattere insolente e sarcastico dell’originaria comunità di contadini e soldati. Nell’antica Roma pertanto scherzi e battute facevano parte della quotidianità e non risparmiavano nessuno.

I romani davano un tocco umoristico anche al cognome che spesso si riferiva a qualche caratteristica, anche fisica, di famiglia. Ad esempio Cicerone viene da “cicer o cece” forse perché i suoi antenati coltivavano ceci oppure perché il capostipite aveva un’escrescenza sul volto simile ad un cece.

Anche agli imperatori venivano affibbiati nomignoli scherzosi: i commilitoni di Tiberio, quando egli era  ancora un soldato, lo prendevano in giro storpiando il suo nome Tiberius Claudius Nero, in Biberius Caldius Mero, che alludeva alla sua natura di gran bevitore, amante del vino caldo e puro (merum).

I legionari prendevano in giro i generali nei carmina triumphalia, i canti che accompagnavano le sfilate degli eserciti vittoriosi attraverso il centro di Roma. Durante la parata trionfale del 46 a.C. di Giulio Cesare, i suoi soldati intonarono:  “cittadini, sorvegliate le vostre donne, vi portiamo il calvo adultero”, in allusione alla vita dissoluta di Cesare e alla sua calvizie. Vi erano anche riferimenti maliziosi ad una sua presunta relazione omosessuale con il re di Bitinia: “Cesare sottomise le Gallie, Nicodeme sottomise Cesare”. L’obiettivo probabilmente era anche quello di evitare gli eccessi di superbia del generale vincitore.

Cicerone  quando vide suo genero Lentulo, basso di statura, con una lunga spada appesa in vita esclamò: “chi ha legato mio genero a quel ferro?”. Su una matrona romana attempata, che dichiarava di avere solo una trentina di anni, Cicerone inoltre commentò: “Dev’essere senz’altro vero, sono già vent’anni che glielo sento ripetere”.

L’imperatore Augusto al gobbo console Galba, che lo aveva invitato a correggerlo nel caso in cui avesse commesso degli errori, rispose che avrebbe anche potuto correggerlo ma non certo raddrizzarlo.

È famosa una battuta pronunciata da un provinciale: «Era arrivato a Roma un uomo che assomigliava molto all’imperatore e aveva attirato l’attenzione di tutti. Augusto ordinò che l’uomo fosse condotto al suo cospetto. Dopo avergli dato un’occhiata, gli chiese, “Dimmi, giovanotto, tua madre è mai stata a Roma?” “No, rispose questi. Poi, non contento, aggiunse, “Ma mio padre sì, spesso”». Augusto, in altre parole, era il tipo d’uomo che accettava una battuta anche sui princípi del potere patriarcale romano e quindi sulla sua stessa paternità.

A volte venivano invitate ai banchetti anche persone con disabilità fisiche come nani o gobbi, o intellettuali affinchè i loro intermezzi suscitassero le risa dei commensali. Domiziano assisteva agli spettacoli dei gladiatori in compagnia di un giovane dal cranio piccolo e deforme, che si sedeva ai suoi piedi vestito di rosso e conversava con lui tra il serio e il faceto.

Anche le menomazioni fisiche e mentali potevano essere oggetto di scherno ma, in una delle sue lettere, Seneca cita Arpaste, una serva matta ereditata dalla prima moglie “che non sa di essere cieca (…) e dice che la casa è buia”. Il filosofo afferma con umanità che è contrario a ridere delle miserie della gente e aggiunge: “Se voglio divertirmi con un pagliaccio, non devo cercare lontano: rido di me”.

Nei graffiti sui muri degli edifici di Pompei abbondano scherzi, invettive e caricature d persone reali. I clienti scontenti di una pensione scrivono per esempio: “Abbiamo pisciato a letto. Lo confesso, ospite abbiamo sbagliato. Ma se mi chiedi perché rispondo: non c’era un orinale”.

Solo tra il IV e il V secolo d.C. fu fatta una vera e propria raccolta di barzellette scritta in greco che si intitola Philogelos, cioè  “l’amante della risata”, che contiene circa 270 barzellette di vario tipo. Alcune hanno come protagonisti gli abitanti di Abdera, che si trovava nella Grecia settentrionale, anticamente considerati gli stupidi per antonomasia insieme ai cumani. Ma i protagonisti sono anche eunuchi, falsi indovini e misogini.

Alcuni esempi di barzellette contenute nel Philogelos, :

” Un indovino incompetente predice a un uomo il suo futuro e gli dice che non potrà avere figli. Quando l’uomo ribatte che ne ha già sette, l’indovino replica: “Ma li hai guardati bene?”

” Un abitante di Abdera vede un eunuco conversare con una donna e gli chiede se è sua moglie. Quando quello gli risponde che gli eunuchi non possono avere donne, l’abderita replica: “Allora dev’essere tua figlia”.

“Un uomo si lamenta con un intellettuale perché lo schiavo che gli ha venduto è morto. Questi gli risponde: “Che strano finché ce l’avevo io non è mai successo”. 

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