Il vero dottor Hannibal Lecter

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Nell’ultima ristampa del libro il “Silenzio degli innocenti” vi è la prefazione dell’autore Thomas Harris in cui spiega come è nato il protagonista Hannibal lecter.

La rivista Argosymi molti anni prima aveva chiesto ad Harris, che aveva ventitré, di recarsi nel carcere di Nuevo León a Monterrey, in Messico, per intervistare un americano condannato all’ergastolo per l’omicidio di tre giovani.

Dykes Askew Simmons, ex paziente psichiatrico, era un bianco sui trentacinque anni, un metro e ottanta per ottanta chili, capelli brizzolati e occhi nocciola. Aveva una plastica a Z mal eseguita sul labbro leporino, piccole cicatrici sulla testa e gli occhi quasi sempre nascosti dietro un paio di occhiali da sole neri.

Simmons presentò ad Harris alcuni compagni di prigionia: un ufficiale giudiziario in carcere per aver ripulito qualcuno di tutti i suoi beni e un fotografo arrestato perché rubava gli orologi alle vittime degli incidenti stradali. Quest’ultimo gli mostrò cinque orologi che aveva al polso offrendogli a un prezzo stracciato un Bulova con il cinturino sporco.

Gli presentò anche la moglie, un’attraente infermiera che lo aveva sposato dopo l’arresto e che incontrava il sabato sera, durante le visite coniugali, appendendo delle coperte all’ingresso della cella. 

Circa un anno prima Simmons aveva tentato di evadere, corrompendo una guardia perché lasciasse una porta aperta e gli procurasse una pistola. Consegnato il denaro, però, aveva trovato la porta chiusa ed inoltre il secondino gli aveva sparato, lasciandolo a rantolare in una pozza di sangue. 

Si era salvato solo grazie all’intervento di un eccellente medico del carcere che una guardia presentò ad Harris. Aveva una corporatura minuta e snella, capelli rosso scuro ed una certa eleganza. Gli strumenti medici a sua disposizione erano solo: ago e filo, uno sterilizzatore, un paio di forbici mediche con la punta arrotondata e uno speculum.

Il colloquio con il dottore, nel giro di breve, si trasformò in uno di quei serrati, incalzanti faccia a faccia che, nella versione cinematografica del libro, sono valsi l’Oscar all’attore Anthony Hopkins, nel ruolo di Hannibal.

Il dottore rispose alle sue domande sulle ferite di Simmons e sul modo in cui le aveva tamponate e praticamente consigliò ad Harris di non intervistare Simmons con gli occhiali perché il detenuto si sarebbe visto riflesso nelle lenti e non gli avevano fatto un gran bel lavoro al labbro. Evidentemente sospettava che da piccolo Simmons avesse  subito le angherie dei compagni di scuola per via del volto deturpato. 

 

Il dottore gli chiese inoltre, divertito, se avesse visto visto le fotografie delle vittime di Simmons, due ragazze e il loro fratellino. Harris rispose che avevano bei volti, erano di buona famiglia e molto educati.  Il dottore asseri’ allora che i supplizi patiti in gioventù rendono i supplizi inflitti da adulti più… concepibili. Poi chiese a Harris come si racconta la paura del supplizio in gergo giornalistico e se avrebbe avuto  il coraggio di trovare una formula brillante.

In quel momento arrivò una guardia e allora Harris  lo invitò, se mai si fosse trovato in Texas, per un pranzo insieme o un drink. Lui rispose che non avrebbe mancato  di chiamarlo.  

Fuori dalla porta, nel corridoio, vi erano due guardie, una suora infermiera e un piccolo gruppo di persone:  uomini e donne in abiti da lavoro stirati e huaraches, tipici sandali messicani, puliti per la visita dal medico. Non erano carcerati, ma gente che abitava nei dintorni, e il dottor li curava gratis.

La guardia accompagnò fuori Harris e solo allora gli  raccontò  che il dottore era un assassino, un chirurgo così bravo che riusciva a inscatolare le vittime in contenitori minuscoli e che non sarebbe mai uscito dal carcere perché pazzo. Era pazzo ma non con i poveri.

Harris scrisse l’articolo su Dykes Simmons e poi si occupò di crimini in altre zone del Messico, ma non vide mai più il dottore che lui chiamava Salazar per non rivelare il suo vero cognome.

Nel frattempo la moglie di Simmons aveva annunciato di essere incinta, e cominciò ad aumentare di circonferenza. Ci fu una visita coniugale nel giorno in cui le suore arrivavano dal convento per prendersi cura dei prigionieri malati. In carcere erano arrivate dodici suore ma alla fine della giornata se ne andarono in tredici. Una di loro era Dykes Simmons, in abito e scarpe da suora che la moglie aveva nascosto sotto un vestito premaman.

Simmons era tornato in Texas ma qualche mese dopo fu trovato morto dentro un’automobile a Fort Worth, dopo una rissa. Il dottore Salazar passò altri vent’anni in prigione e poi, rilasciato, si dedicò alla cura di anziani e poveri nel barrio più degradato di Monterrey.

Harris si ispirò a lui perché affascinato da quella sua capacità di capire le menti criminali quando fece  nascere Hannibal Lecter. La gente  per strada ancora gli chiede di Hannibal perché in fondo i personaggi cattivi sono affascinanti e la gente è attratta dai lati oscuri della psiche e della stessa esistenza umana.  Anche Lecter è umano ma è nel suo stare continuamente in bilico tra normalità ed eccesso che risiede, forse, il segreto del fascino di personaggi di questo tipo.

Nel film, successivamente realizzato, la voce di Lecter secondo Harris doveva ricordare un po’ quella di Hal, il computer di 2001 Odissea nello spazio: suadente e freddissima insieme. Hal è molto pulito e molto ordinato e capace di uccidere freddamente. Anche Hannibal Lecter non sopportava il disordine e anche lui avrebbe fatto qualsiasi cosa per mantenerlo.

 

 

 

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