La farfalla

 

farfa

Respingi con violenza

quella vulnerabile pazzia

che si addensa e poi

si insinua morbida ed impetuosa

nelle feritoie della tua

sgarrupata ed avida fantasia.

Sbattila su quell’arido selciato

inaridito dal passaggio

di quelle turbolenti emozioni

che, assetate, hanno assorbito

ogni umido languore ed arginato

il ricordo del tuo selvaggio rancore.

Riscopri quel dimenticato torpore

che, ansimando ritmicamente,

si infrange contro all’indelebile rossore

che tinge le bianche ali

di quella fremente farfalla,

mentr’essa singhiozza contrita

sulla tua fragile e tremante spalla.

Annia Aurelia Galeria Lucilla

bulla_regia_lucilla_2_mndb

543ef031b20b9615b6b14d1657bc3eb6

Annia Aurelia Galeria Lucilla, nata forse nel 150 d. C., era figlia dell’imperatore romano Marco Aurelio e di sua moglie Faustina Minore ed era sorella del futuro imperatore Commodo.

I suoi nonni materni furono l’imperatore Antonino Pio  e Faustina Maggiore, mentre quelli paterni furono Domizia Lucilla e il pretore Marco Annio Vero.

Nel 164 d. C. a quattordici anni andò in sposa a Lucio Vero Antonino che suo padre Marco Aurelio aveva associato al trono come imperatore e che era suo fratello d’adozione. In quel periodo essi stavano combattendo contro i Parti in Siria.

Ma la vita di Lucio si consumò presto e alla sua morte nel 169, solo una dei loro tre figli era ancora in vita. Lucilla aveva dato a Lucio Vero tre figli: due femmine ed un maschio ma la figlia maggiore morì in età giovane insieme al maschio.

Dopo solo dieci mesi di vedovanza, Marco Aurelio le fece sposare Tiberio Claudio Pompeiano Quintiniano, suo fedele generale,  cittadino romano nato in Siria che era stato due volte console. A nulla erano valse le sue resistenze e quelle di sua madre, Faustina Minore e così Annia Lucilla, fanciulla e madre non ancora ventenne, si era trovata tra le braccia di un altro uomo che era più vecchio di lei di oltre trent’anni.

La nascita di un figlio, otto anni dopo, avuto contro la sua volontà e chiamato Pompeiano Aurelio Commodo, non rese più felice il matrimonio. Il suo rancore verso il padre, l’imperatore, si era fatto via via insopportabile e la ricerca del piacere era diventato  uno stile di vita. Quinziano, il giovane spasimante della figlia fu il primo di mille amanti.

Lucilla e Quintiniano accompagnarono nel 172 d. C, Marco Aurelio a Vienna in supporto della campagna militare del Danubio. Furono con lui fino al 180 d. C., quando Marco Aurelio morì e Commodo divenne il nuovo imperatore.

Tornata a Roma, Lucilla non era felice di vivere una vita da privata cittadina in Roma e diventò gelosa di suo fratello e sua cognata per via del potere esercitato e degli onori a loro tributati. Era inoltre molto preoccupata del comportamento instabile di suo fratello.

Commodo aveva solo diciannove anni quando Marco Aurelio era morto, e aveva in odio le lunghe marce, la noia, l’inerzia dei bivacchi che tante volte aveva diviso col padre nelle spedizioni contro i Marcomanni.

Robusto e arrogante, amava invece combattere nell’arena perché il pensiero della lotta lo inebriava e combatteva con gladiatori o belve feroci. Lucilla assisteva  ai suoi spettacoli spesso in compagnia di Bruttia Crispina, la giovane moglie di Commodo.

Il popolo adorava il suo imperatore-gladiatore e soprattutto i sesterzi che spandeva a piene mani. I soldati lo veneravano come un dio e lo credevano invincibile e immortale come Ercole. Egli non appena sospettava un pericolo per il suo potere, agiva senza pietà e si liberava dell’ostacolo senza alcuno scrupolo.

Così, tra un omicidio e l’altro, mentre si aprivano vuoti tra gli scranni dei senatori, si giunse ai tragici avvenimenti che portarono Lucilla all’esilio di Capri

Lucilla ormai odiava il fratello ed odiava Crispina, l’Augusta, l’imperatrice che rappresentava tutto ciò che ella era stata, in un tempo perduto. Ed entrambe le donne odiavano Commodo, con tutto il cuore. 

Nel 182 d. C. un gruppo di membri della famiglia imperiale riuniti intorno a Lucilla – la figlia del primo matrimonio, un nipote, il proprio cugino paterno, l’ex console Marco Numidio Quadrato  e la sorella di quest’ultimo Numidia Cornificia Faustina  – pianificò  l’assassinio di Commodo per mettere al potere Lucilla e suo marito.

Il marito di Lucilla, Pompeiano Quintiliano  attese un giorno Commodo all’entrata dell’anfiteatro massimo, ma esitò all’ultimo momento, quando minacciandolo con la spada gli aveva urlato: “Guarda, questo te lo manda il Senato!”. Erano state le sue ultime parole, perché i pretoriani, prontamente intervenuti in aiuto dell’imperatore, lo disarmarono.

Commodo ordinò la condanna a morte di Quintiliano e di Marco Numidio Quadrato mentre la sorella Lucilla, sua figlia e Numidia Cornificia Faustina furono esiliate nell’isola di Capri. Un anno dopo Commodo spedì un centurione a Capri per strangolare le tre donne.

E forse, durante il confino, non fu di consolazione a Lucilla la notizia dell’arrivo successivo sull’isola anche di Crispina, ripudiata dall’imperatore perché accusata di adulterio. 

Nel 1810 fu rinvenuto nella zona della Grande Marina dell’isola un prezioso sarcofago di marmo. All’interno c’era lo scheletro di una donna senza nome, avvolta in vesti tessute d’oro e d’argento e adorna di un ricco corredo di gioielli. In bocca stringeva ancora una moneta aurea con l’effigie di Vespasiano. “Il manto e la veste nel prendere l’aria immediatamente si ridussero in polvere, che raccolta e venduta diede l’introito di circa cento lire”, così è scritto nelle cronache del tempo.

Dobbiamo proteggere…..

 

221056Hawaii

Dobbiamo proteggere le foreste per i nostri figli, nipoti e i bambini che devono ancora nascere. Dobbiamo proteggere le foreste per coloro che non possono parlare per difendere sè stessi, come gli uccelli, gli animali, i pesci e gli alberi.”

Qwatsinas , Nazione Nuxalk

Il tragico combattimento di Tancredi e Clorinda

400D9ED1-A284-4304-8F5E-4C52E9B6DE09

Gerusalemme liberata è un poema epico-eroico in ottave, scritto da Torquato Tasso nel periodo anteriore al 1575 e riguardante la presa del Santo Sepolcro ad opera dei cristiani durante la prima Crociata del 1096-1099.  La vicenda racconta l’ultimo anno di permanenza dei crociati in Terrasanta e l’assedio finale alla città di Gerusalemme, che si conclude con la conquista del Sepolcro ad opera di Goffredo di Buglione.

Tancredi d’Altavilla è il più valente, il più coraggioso, il più bello e gentile fra i principi cristiani. Nutre un amore folle per Clorinda, nato sul campo di battaglia quando un giorno, messi in fuga i Persiani sotto le mura di Antiochia, accaldato e stanco dell’inseguimento, aveva cercato refrigerio e riposo  presso una fonte circondata da sponde verdi. 

Qui d’improvviso gli compare davanti Clorinda, una guerriera pagana tutta armata, tranne la testa, che spinta a sua volta dalla sete è venuta a bere alla fonte e perciò si è tolta l’elmo. Tancredi la guarda e subito arde d’amore. Vedendolo, la donna raccoglie l’elmo pronta ad assalirlo ma sopraggiungono altri crociati che la costringono alla fuga. 

Clorinda, figlia di Senapo, il re cristiano dell’Etiopia, nasce con la pelle bianca perché la madre, durante la gravidanza, è rimasta profondamente suggestionata da un’immagine in cui San Giorgio libera dal drago una principessa dal volto candido.

Il re Senapo, però, è molto geloso e la madre di Clorinda, temendo che il marito possa accusarla di adulterio, affida la bambina appena nata al servo egiziano Arsete perché la porti lontano raccomandadogli  di battezzarla il prima possibile. Durante il viaggio accadono numerosi eventi straordinari: la piccola Clorinda viene allattata da una tigre e poi si salva dalla corrente di un fiume tempestoso. 

Anche San Giorgio ordina in sogno ad Arsete di battezzare la bambina, ma il servo disobbedisce e giunto in Egitto la lascia in un villaggio dove Clorinda cresce dedicandosi alla caccia e alle armi. Diventa una abile arciera  pagana e il desiderio di gloria la spinge a imprese rischiose. Si introduce nel campo nemico insieme al guerriero Argante per incendiare la gran torre di legno con cui cristiani vorrebbero assalire le mura di Gerusalemme.

L’impresa riesce, ma mentre Clorinda, rimasta fuori dalle mura, cerca di ritornarvi dentro, Tancredi si accorge di lei senza però riconoscerla perché lei ha indossato armi nere, senza piuma o fregio e la insegue mentre cerca di rientrare in Gerusalemme da un’altra porta. 

Clorinda si accorge di lui, lo sfida e fra i due ha subito inizio un duello mortale. I due guerrieri si scontrano senza esclusioni di colpi: per tre volte Tancredi stringe Clorinda e per tre volte la donna si scioglie dall’abbraccio del suo nemico.

Entrambi sono feriti ma è Clorinda a perdere in maggior copia il sangue. Tancredi chiede al nemico di svelargli la sua identità per sapere da chi avrà la morte o la vittoria ma lei  si rifiuta dicendo che gli basterà sapere che ha combattuto con uno dei due guerrieri che ha incendiato la torre. A queste parole Tancredi s’infuria  e lo scontro ricomincia più feroce di prima.

Alla fine Tancredi la trafigge con la spada e dalla ferita esce un fiume di sangue che imbeve la veste ricamata d’oro. Clorinda vacilla e cade, mentre Tancredi ancora la minaccia e la incalza. Ma Dio vuole che Clorinda diventi cristiana in punto di morte e così essa rivolge al suo nemico parole di perdono e gli chiede di battezzarla.  

Tancredi si toglie l’elmo, raccoglie l’acqua della fonte vicina e con mano tremante le scopre il viso e, riconoscenda, solo il desiderio di battezzarla gli impedisce di morire di dolore. E mentre Tancredi pronuncia la formula del battesimo, Clorinda sorride, felice di salire in cielo e felice di poter ora amare e di  poter tenere gli occhi fissi in quelli di Tancredi, che la culla tra le braccia, fino al suo ultimo respiro.

L’onda – capitolo ottavo

 

210d8k7

L’accordo fra il silenzio pieno dei rumori della natura

Il cemento del terrazzino era tutto spaccato e piccoli ciuffi di erba ingialliti spuntavano scomposti qua e là in mezzo alle foglie del fico, addossato alla parete scorticata della camera da letto, che la leggera brezza notturna aveva sparso ovunque.

Un coperchio di lamiera arrugginito giaceva per terra lontano da pozzo aperto sopra cui si trovava un secchio bucherellato agganciato ad una carrucola. Un gatto bianco ingrigito dalla vecchiaia guardava con occhi gialli e socchiusi Maria che cominciò a chiamare con voce stridula:

”  Menicuzzu  dove siete? Venite fuori che vi voglio parlare”.

Il silenzio pieno dei rumori della natura fu interrotto da quello soffocato di un greve russare ed allora Maria  entrò e trovò Menicuzzu che dormiva profondamente su un letto sgangherato e senza lenzuola. Il materasso era strappato e l’uomo giaceva con addosso i pantaloni, da cui spuntavano due piedi neri per la sporcizia, e con la testa inclinata di lato che metteva in risalto la pelle secca ed avvizzita del viso.

Alcune bottiglie vuote di vino sgocciolavano ancora abbandonate sul pavimento accanto al letto. Il caldo e il cattivo odore della stanza fecero girare la testa a Maria che si mise una mano sulla bocca per reprimere i conati di vomito che improvvisamente la assalirono.

Poi si fece coraggio e cominciò a scuotere l’uomo gridando:” Menicuzzu svegliatevi che vi devo parlare, avanti aprite gli occhi o vi prendo a timpulate !”.

Menicuzzu si svegliò e strabuzzo’ gli occhi tutto confuso poi la guardò in faccia, afferrò un bastone che teneva appoggiato contro al letto e cominciò a menare  colpi in aria alla rinfusa ululando:

” Che vuoi tu da me grandissima figlia di bottana. Che ci vieni a fare a casa mia, ti porta forse il diavolo?”.

Maria gli strappò con facilità il bastone dalle mani perché la forza e la vista dell’uomo erano indebolite dalla sbornia e gli sussurrò con ira:

” Voi il prepotente lo potete fare solo con i bambini ed anzi vi annuncio che da ora in poi avete smesso di farlo anche con loro. Se vi azzardate a toccare più vostro figlio vi giuro che la testa in due ve la spacco come fosse un melone! Anzi da ora in poi Turi viene a vivere con me e voi muto dovete restare. Se provate a venire a riprenderlo o a importunarlo per strada vi riempio di legnate. Alla larga da lui dovrete restare per sempre, avete capito?”

Menicuzzu si alzò al letto e, malfermo sulle gambe, si scagliò contro Maria e le sputò in faccia gridando:

“Ma tu chi sei, che vuoi? Quello è figlio mio e ci faccio quello che mi pare!”.

Maria asciugandosi il viso con un braccio sentì il sangue arrivarle alla testa ed una vena sulla tempia cominciò a pulsarle freneticamente. Accecata dalla rabbia lo afferrò per il collo e, dopo averlo fatto indietreggiare lentamente di alcuni passi, gli sbatté  poi la testa contro il muro. Infine con una mano lo schiaffeggiò violentemente fino a quando lui non gridò selvaggiamente :

“E va bene lo vuoi? Portatelo a casa tua però lo dovrai fare per sempre e non venire a chiedermi soldi per quel buono a niente che neanche sua madre è riuscito a salvare. Vattene e non fatevi più vedere!”.

Maria senti il corpo dell’uomo afflosciarsi per terra e lo guardò per lunghi istanti che le parvero un’eternità, fino a quando non riuscì a realizzare che respirava ancora e che si era di nuovo addormentato sul pavimento riprendendo anche a russare forte.

Si accorse poi di tremare come una foglia perché non aveva mai percosso nessuno in vita sua e si sentiva strana ed anche smarrita. Non riusciva a prendersi le mani e neanche a camminare perché le ginocchia le cedevano e un velo bianco le offuscava la vista.

Rimase così a lungo ferma senza vedere e senza sapere più dove fosse e poi poco a poco sentì una leggera brezza che la scuoteva e le scompigliava i capelli. Si ritrovò sul sentiero di ritorno e si passò una mano sulla fronte che scottava. Si incammino’ allora come una automa e con un peso dentro al petto che le sembrava un macigno.

Scese infine barcollando le scale della casa di Maria e poi cadde singhiozzando fra le braccia dell’amica. Dietro alle sue spalle riuscì ad intravvedere Turi che dormiva sulla sedia a sdraio abbracciato al camion ancora lindo ed immacolato. Non aveva ancora osato sporcarlo.

A poco a poco cominciò a realizzare che quel giorno avrebbe portato a casa una creatura da crescere e da amare e si senti’ improvvisamente più leggera e finalmente piena di speranza. Sperò anche che la Madonnina Santa l’avesse compresa e forse anche perdonata perché, in fondo, quello che lei voleva fare era soltanto una buona azione e non c’era altro modo per farla. E in quel perdono lei ci sperava tanto!