L’onda – capitolo quinto

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La stella del mattino

Stava per albeggiare e Maria si trovava seduta sul muretto del patio esterno della casa con le spalle appoggiate ad un solido pilastro bianco che aiutava a sorreggere la loggia fatta di cannucciato e frasche.

In attesa della luce dell’aurora, ella teneva lo sguardo fisso al cielo e scrutava la stella del mattino che in quel momento verso est luccicava e brillava nel firmamento. Il cuore le si riempiva dentro e diventava sempre più pesante e cupo e lei non riusciva a trovare conforto e a decidere il da farsi.

Poi mentre la luce cominciava ad invadere il cielo e a restituire alle cose i contorni, si alzò di scatto e andò nella camera da letto. Aprì un cassetto del comò e prese le forbici e il metro da sarta che stava arrotolato in una grande scatola azzurra in mezzo ad una miriade di aghi, rocchette colorate e spilli.

Fissò intensamente Turi che giaceva ancora profondamente addormentato nel letto con i riccioli scomposti e sudati. Il lieve ansimare gli faceva increspare le labbra e scoprire i piccoli denti bianchi ed ancora perfetti.

Maria avvicinò l’orecchio alle labbra del bambino che non si mosse, poi cominciò a prendergli le misure del corpo con il metro: larghezza di bacino e torace, lunghezza di manica e pantaloncini. Stava per riporre il metro ma ritornò indietro e gli misurò la lunghezza del piede e del calzino. Lo fissò ancora lungamente dalla testa ai piedi e poi cercò di misurargli anche la circonferenza della testa. Faceva caldo e sarebbe servito anche un bel cappellino con la visiera.

Poi soddisfatta appoggiò sul comodino, accanto alle forbici, il metro e il foglio in cui aveva annotato puntigliosamente le misure e infine si avviò in cucina. Stava armeggiando con la caffettiera ed il caffè quando sentì tirare il lembo della sua camicia da notte.

Turi era scalzo e la guardava dal basso verso l’alto con un occhio ancora semi chiuso. Solo in quel momento realizzò che il bambino aveva indosso un paio di mutande da uomo troppo grandi e strappate qua e là.

Povero Turi si vestiva da solo con quello che trovava! Maria presa da profonda tenerezza lo sollevò in braccio, gli stampò sulle guance due grandi baci che schioccarono veloci nell’aria e poi cominciò a strofinare il naso contro il suo nasino. Il bimbo cominciò a ridere felice e l’abbracciò forte forte.

“ Sai Turi che faremo adesso, subito subito? Prima ancora di mangiare ti farò una bellissima doccia, perché mi pare che ce ne sia tanto bisogno!”

“No, no Maria io vado al mare a fare il bagno e sono sempre pulito!”

“Sei sempre pulito? Ora ti faccio vedere io!”

Lo acchiappò mentre cercava di divincolarsi e lo portò in giardino sotto il limone pieno di profumi e lo insaponò tutto, poi prese la pompa che usava per annaffiare il giardino e cominciò a spruzzarlo d’acqua. Turi rideva, e con le mutande tutte appiccicate al corpo e cascanti cercava di nascondersi dietro l’albero e minacciava di scappare, ma si vedeva che si divertiva tanto.

Maria gridava:” Guarda che ti vedo! Lo so che stai facendo anche la pipì non sono mica scema. Si fa nel giardino, piccolo mascalzone?”

Alla fine il giardino era completamente innaffiato e il bambino pulito come non lo era stato da anni e allora Maria lo avvolse in un grande telo e lo fece sedere sopra ad una sedia.

“Che vuoi farmi ora Maria?” chiese Turi meravigliato.

“Ora vedrai, vedrai non avere fretta!” gli rispose.

Maria andò a prendere pettine e forbici e cominciò a tagliargli i capelli mentre lui dondolava le magre gambette sotto alla sedia. I riccioli bagnati cadevano per terra e sembravano la pluma di un pulcino appena nato. Turi ogni tanto afferrava una ciocca e se la metteva in bocca per sentirne il sapore ma lei gliela faceva sputare assestandogli dei leggeri colpi di pettine sulla testa.

Gli diceva anche che era proprio bello e minacciava di tagliargli anche la barba mentre Turi rideva schermendosi perché era ancora troppo piccolo e neanche i baffi ancora aveva. Il sole ora era più alto nel cielo e stava fotografando il loro momento di immensa felicità.

Lo portò poi in cucina e gli fece mangiare una grande tazza di latte con i biscotti e  gli fece indossare una maglietta pulita che gli arrivava a metà polpaccio, senza riuscire però a nascondere i segni delle cinghiate che ancora si vedevano sul braccio e sulla gamba. Il bambino fece subito il broncio.

“Non sono mica una femminuccia io, masculu sono. Così non voglio stare, sembro con la gonna. Resto in mutande piuttosto!”

“Dai è solo per poco, i vestiti che avevi addosso sono sporchi e rotti e ti prometto che poi ti lascerò da Carmela per andare a comprarti tanti vestiti nuovi e pure le scarpe.”

Turi si mise improvvisamente a piangere perchè si sentiva umiliato, allora Maria gli prese il visetto tra le mani e gli schioccò altri due grandi baci sulle guance.

“Turi guardami in viso, ti prego. Te lo giuro sulle persone che amo di più che è solo per qualche ora e poi non succederà più. Non posso farti mettere i vestiti sporchi, lo capisci vero?”

“E va bene andiamo subito però e facciamo presto!” rispose ormai rassegnato asciugandosi le lacrime con un braccio e guardando ostinatamente di lato.

Maria prese Turi in braccio, scese lungo il sentiero ed arrivata alla strada camminò veloce fino al cancello di Carmela.

Carmela aveva  messo un disco dentro ad un mangianastri rosso e cantava con voce alta e appassionata, ma alquanto stonata, sopra a quella del cantante. Era una canzone melodica che parlava di amori e di cuori infranti e lei sembrava molto presa dall’infelicità di quella storia.

Maria la chiamò forte ma lei non sentiva, così aprì il cancellino di ferro della casa e scese le scale con Turi che continuava ancora imbronciato a guardare in basso.

Carmela li vide ed abbassò il volume della canzone:

“ Ma che bella bambina mi hai portato oggi Maria!” esclamò ridendo e con gli occhi pieni di malizia.

“Carmela, ti prego non sfotterlo, che non si diverte per niente!” intervenne Maria un po’ seccata.

Turi tenne conficcata la testa contro il seno di Maria rifiutandosi categoricamente di mettere i piedi per terra e solo dopo l’offerta di un giornalino si mise a sedere su una sedia a sdraio e cominciò faticosamente a leggere rapito.

Carmela allora, dopo averle promesso di guardare il bambino in sua assenza, ricominciò a pulire i fagiolini sparsi sul tavolo ricoperto di pentole e pentoloni che, lustrati a dovere, luccicavano e si asciugavano al sole.

Maria guardò da lontano la sua ampia veste piena di fiori colorati e pensò che, inspiegabilmente, alcune persone racchiudono la vitalità del creato nella propria anima e, sentendosi in totale simbiosi con la natura, la riflettono sulle persone che amano. Forse troppo però pensò subito dopo guardando sconsolata una lucertola che passava rilassata e con andamento lento sui piedi scalzi dell’amica. Risalì le scale e si avviò verso il negozio di vestiti per bambini.

 

Akhenaton, il faraone eretico, e lo stile di Amarna

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Akhenaton, che per i primi 5 anni di regno si chiamava Amenofi IV o Amenhotep IV (Tebe, 1375 a.C. circa – Akhetaton, 1334-1333 a.C. circa), è stato un faraone della XVIII dinastia che ha regnato per 17 anni. 

Insieme alla sua sposa Nefertiti effettuò una grande rivoluzione religiosa cercando di imporre il culto del dio Aton, il Sole, e causando per un ventennio stravolgimenti nell’ antica religione egizia e disordini politici.

Il suo regno iniziò nel periodo di maggiore prosperità della storia egizia e  terminò in una momentanea disgregazione del Paese con rivolte fomentate dal clero del dio Amon.

Nefertiti fu sempre rappresentata al fianco di Akhenaton e le furono  conferiti onori inusuali così come inedite furono le rappresentazioni di scene di intimità e affettuosità della coppia reale. Alcuni egittologi ritengono che Nefertiti possa essere stata per un periodo coreggente e che poi abbia regnato brevemente con il nome di Neferneferuaton dopo la morte di suo marito (ca. 1334 a.C.).

Il faraone Akhenaton divenne celebre per aver abbandonato il tradizionale politeismo egizio a favore di una religione che manteneva la credenza in più divinità ma ne adorava una sola cioè il dio Aton, il disco solare.

La sua rivoluzione religiosa, duramente contrastata, si rivelò effimera poiché pochi anni dopo la sua morte i suoi monumenti furono occultati o abbattuti, le sue statue furono spezzate o riciclate e il suo nome fu cancellato dalle liste reali.

Le pratiche religiose tradizionali furono poi gradualmente restaurate e i sovrani, che pochi decenni dopo fondarono una nuova dinastia, screditarono Akhenaton e i suoi immediati successori Neferneferuaton, Smenkhara, Tutankhamon e Ay.

A causa di questa damnatio memoriae, Akhenaton fu completamente dimenticato fino alla scoperta, nel XIX secolo, del sito archeologico di Akhetaton (Orizzonte di Aton), la nuova capitale che egli fondò e dedicò al culto di Aton, presso l’attuale Amarna.

Amenofi IV fu incoronato a Tebe ma dopo 5 anni già aveva mutato il proprio nome in Akhenaton.  Quando ancora si chiamava Amenofi IV sposò Nefertiti dalla quale ebbe sei figlie ma prese in moglie anche una delle proprie sorelle biologiche con cui generò il principe Tutankhaton (poi Tutankhamon).

I figli di Akhenaton furono Smenkhara, Merytaton, Maketaton, Ankhesenpaaton (poi Ankhesenamon), Neferneferuaton Tasherit, Neferneferura, Setepenra, Tutankhaton (poi Tutankhamon).Le spose di Akhenaton note con certezza: Nefertiti, Grande sposa reale, Kiya, Tadukhipa figlia di Tushratta re di Mitanni e già sposa di Amenofi III, una figlia di Šatiya signore di Enišasi e una figlia di Burna-Buriaš II re di Babilonia. Alcuni hanno pensato che Akhenaton potrebbe essersi unito anche ad alcune delle sue figlie soprattutto Merytaton e Ankhesenpaaton.

Amon, creatore e creatosi da sé, fu un dio di massima importanza per buona parte della storia egizia esplicata con la sua fusione con il dio-sole Ra nella figura di Amon-Ra e durante il Nuovo Regno fu di fatto il capo del pantheon egizio.

Il suo ruolo di protettore della regalità comportava un enorme potere per il suo tempio principale, situato a Karnak che ricevette in dono terre e altre proprietà, al punto di diventare quasi uno Stato nello Stato e influenzare anche le scelte sulla successione al trono.

Il dio Aton, cioè il disco solare, frutto della speculazione teologica dei sacerdoti di Eliopoli, era inteso invece come manifestazione sensibile del dio Ra-Horakhti (Ra che è Horus dei Due Orizzonti), a sua volta fusione di Horus e del dio-sole Ra.

Fece la sua comparsa nel Medio Regno e le fortune del suo culto ebbero inizio durante il regno di Thutmose IV, nonno di Akhenaton. Aton era adorato come creatore di tutte le cose ma i suoi raggi davano vita alla sola famiglia reale mentre il popolo riceveva la vita da Akhenaton e Nefertiti.

Come supremo sacerdote, profeta, faraone e dio in terra, Akhenaton si pose in un ruolo assolutamente centrale all’interno del nuovo sistema religioso: in quanto unico in grado di conoscere Aton, lui soltanto avrebbe potuto interpretarne il volere riguardo all’umanità.

Il centro del culto di Aton era la città di Akhetaton (Orizzonte di Aton), fondata come capitale da Akhenaton intorno al suo 5° anno di regno sulla riva orientale del Nilo, 402 chilometri a nord dalla vecchia capitale Tebe (Luxor).

Il Grande tempio di Aton era, in gran parte, all’aperto per far accedere i raggi del sole e dentro non erano ammesse rappresentazioni antropomorfe o statue di Aton, sebbene fosse stato occasionalmente raffigurato come uomo dalla testa di falco durante il regno di Amenofi III .

I sacerdoti di Aton avevano meno incarichi rispetto al clero tradizionale, in quanto le offerte di frutta, fiori e alimenti erano limitate e gli oracoli proibiti; inoltre, i templi di Aton non raccoglievano tasse.

I danni fatti arrecare da Akhenaton ai monumenti di Amon, la cancellatura dei nomi delle divinità tradizionali, il divieto del loro culto e la dispersione del clero di Amon rasentarono, negli ultimi anni di regno, la persecuzione religiosa.

Alla rivoluzione religiosa si affiancò anche un graduale stravolgimento dei canoni artistici tradizionali: tale riforma artistica è denominata “stile di Amarna”.  Si passò dallo stile idealizzato, severo e ieratico, ad un impietoso naturalismo.

Con Akhenaton si abbandonò il canone tradizionale della rappresentazione del corpo umano e fino a rappresentare i difetti: la testa esageratamente allungata nella parte posteriore, occhi a mandorla, labbra rigonfie, mandibole prominenti, colli lunghi e stilizzati, ventri sporgenti e cascanti  da rendere difficile l’individuazione del sesso del personaggio.

Quest’ultima caratteristica ha suggerito che tali rilievi e sculture rappresentassero i sintomi di una malformazione del sovrano (sindrome di Marfan) che gli avrebbero fatto sviluppare un corpo dai tratti femminili, con un bacino ampio e arti sottili.

Inoltre, tali deformazioni coinvolgono tutte le persone, non solo Akhenaton e i suoi famigliari, e perfino gli oggetti: i nastri posti sul retro della corona assumono una forma allungata e affusolata, proprio come le dita delle mani e dei piedi.

Con la scoperta della tomba di Tutankhamon, nel 1922, si è potuto osservare inoltre che il cranio della mummia del faraone adolescente è effettivamente allungato come nelle figurazioni di Akhenaton, Nefertiti e delle loro figlie. Di conseguenza, si è anche ipotizzato che questa tipologia di creazioni artistiche riflettesse difetti condivisi da membri della famiglia reale.

Eliminati i temi religiosi tradizionali, dal momento che Aton era un dio astratto ed era simboleggiato dal semplice disco solare e mai incarnato in figura umana o animale, ebbero una grande diffusione le scene della vita famigliare della coppia reale con le figlie, in pose intime e affettuose.

La corte fece ritorno a Tebe con Tutankhamon e solo le riforme artistiche di Akhenaton sopravvissero per qualche tempo, sebbene attenuate e meno eccentriche. Quando dopo la morte di Horemheb la XIX dinastia prese il potere, si ritornò all’ortodossa arte tradizionale.

Anche il popolo covava risentimenti nei confronti del sovrano per la soppressione delle antiche divinità come anche l’esercito mostrava segni di disappunto per l’immobilismo e la perdita dei territori asiatici.

Durante il regno di Akhenaton, come già durante quello del padre, l’Egitto non seppe contrapporsi all’ascesa degli Ittiti perdendo, quindi, il controllo di una serie di stati vassalli dell’Asia Minore che rappresentavano una fonte di ricchezza per le casse reali.

Di questo atteggiamento pacifista seppe approfittare Suppiluliuma I, re ittita che, dopo aver portato sotto il suo controllo il regno di Mitanni, iniziò l’espansione nella zona d’influenza egiziana.

Durante il periodo amarniano si verificò inoltre una grave epidemia, probabilmente di peste bubbonica, poliomielite o un qualche tipo di influenza, che si originò in Egitto e dilagò in tutto il Levante mietendo molte vite, tra cui quella di Šuppiluliuma I, re degli Ittiti.

Fra le probabili vittime di questa epidemia, in un arco di tempo che va dal 12° al 17° anno di regno, figurano la regina madre Tiy  e le giovanissime principesse Setepenra e Neferneferura, ma è possibile che ne siano morte anche la Grande sposa reale Nefertiti (dopo il 16° anno di regno) e la secondogenita Maketaton.

Cronologicamente, l’ultima apparizione nota di Akhenaton e della famiglia reale amarniana è nel 12° anno del suo regno, dopodiché le fonti diventano lacunose almeno fino all’ascesa al trono di Tutankhamon (ca. 1323 a.C.).

Le circostanze della morte di Akhenaton sono totalmente sconosciute: il lasso di tempo che si estende dalla metà del suo regno a Tutankhamon è uno dei più enigmatici e oscuri fra quelli studiati dall’egittologia.

La sua mummia fu traslata a Tebe e recenti test genetici hanno stabilito che lo scheletro rivenuto nel 1907 nella enigmatica tomba KV55 della Valle dei Re è quello del padre di Tutankhamon e quindi, probabilmente, si tratterebbe dei resti di Akhenaton.

Il grande faraone-donna Hatshepsut

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Dal 1490 al 1468 a.C. sull’Egitto regnò la regina – faraone Hatshepsut. Era già accaduto una prima volta durante l’Antico Regno e una seconda durante il Medio Regno ma le due precedenti donne faraone avevano regnato in periodi di crisi, che erano seguiti a epoche splendide.

Hatshepsut era invece a capo di un Egitto ricco e potente. Dotata di grandi capacità amministrative  e di uno spiccato senso politico, Hatshepsut era una delle due figlie del faraone  Thutmosi I (1506- 1494)  il quale aveva mantenuto fermamente la Nubia sotto il potere egizio ed aveva condotto un’importante spedizione militare nel territorio del Naharina, a est dell’Eufrate, contro i Mitanni. Dopo averli sconfitti, egli aveva fatto ergere una stele di confine sulle sponde dell’Eufrate. A Thutmosi I si deve anche l’apertura di un grande cantiere a Karnak diretto dal maestro d’arte Meni.

Hatshepsut sposò Thutmosi II, il figlio che il padre ebbe da una concubina,  il cui regno fu piuttosto breve (1493-1490). Durante il suo primo anno di governo scoppiò una rivolta in Nubia e il faraone allora risalì il Nilo con l’esercito e sterminò i ribelli.

Subito dopo scoppiarono disordini in Siro-Palestina ma Thutmosi II morì prematuramente lasciando due figlie e un figlio, il futuro Thutmosi III che però è ancora un bambino. Prese quindi la reggenza Hatshepsut e in quanto «figlia del re, sorella del re, sposa di dio, grande sposa reale», governò il paese al posto del nipote. L’esercizio del potere al posto di un altro era però inconcepibile per la mentalità egizia.

Hatshepsut decise allora di essere il re ed assunse a poco a poco le caratteristiche maschili che fecero di lei un faraone come gli altri.  Alla fine adottò il costume maschile, il protocollo dei re,  la desinenza maschile nei suoi nomi e nei suoi titoli e portò la barba posticcia e la doppia corona. Legittimò il proprio potere, spiegando che suo padre Thutmosi l’avessa scelta come regina.

Hatshepsut era anche una donna molto attraente con i tratti del viso delicati e volitivi e la sua mummia ha conservato i lunghi capelli. Grazie ai suoi predecessori Hatshepsut visse in periodo di pace e potè dedicarsi alla gestione economica del paese e ad un’intensa attività architettonica.

Ma il capolavoro della regina fu il tempio che permette di «leggere» il suo regno attraverso i rilievi, è Deir el Bahari, costruito nella regione tebana in una località consacrata alla dea Hathor. È generalmente considerata dagli studiosi come uno dei migliori faraoni della storia egizia.

Hatshepsut morì intorno al suo 22º anno di regno e subito dopo Thutmose III divenne finalmente faraone d’Egitto che fu anch’esso un grande re regnò per 55 anni. Nessuna fonte menziona la causa della sua morte ma qualora la recente identificazione della sua mummia  corretta, l’analisi medica indicherebbe che Hatshepsut avrebbe sofferto di diabete  e di cancro alle ossa che si sarebbe diffuso nel corpo della sovrana cinquantenne; sarebbe stata inoltre affetta dall’artrite e da una pessima dentatura.

Verso la fine del regno di Thutmose III  e poi durante quello di suo figlio Amenofi II, per motivi non ancora chiariti,  ebbe inizio la graduale cancellazione di Hatshepsut da alcuni monumenti e da alcune cronache faraoniche mettendo in atto così una specie di damnatio memoriae.


L’onda – capitolo quarto

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 Gli acini volteggianti come trasparenti bolle viola

Carmela e Maria avevano di nuovo trascinato faticosamente il tavolo a casa e stavano ritornando verso la strada per prendere la tovaglia ed il resto dell’apparecchiata che avevano lasciato sul muretto.

Ad un tratto Maria si irrigidì perchè vide Turi rannicchiato per terra, il bambino teneva la schiena appoggiata contro ad un sasso sporgente ed il capo reclinato e abbandonato da un lato.

I segni di alcune tremende cinghiate gli rigavano l’esile braccio sinistro che teneva piegato e sanguinante sul grembo e una lunga ombra viola sulla coscia destra macchiava la sua pelle vellutata e scura.

“Turi, Turi ma che hai fatto? Signore mio, non ci posso credere! Ma lo so io che cosa è successo, ma stavolta giuro che a quel figlio di cane gliela faccio pagare. Come ha potuto quel bastardo senza Dio conciarti così?” e Maria si chinò e lentamente lo prese in braccio.

Turi aveva otto anni ormai ma era ancora minuto e gracile e tra le sue braccia sembrava un piccolo animaletto catturato con una tagliola.

Lo portarono a casa, gli sciacquarono e disinfettarono le ferite e lo appoggiarono sul letto mentre lui le guardava muto con i grandi occhi neri e vacui. Sembrava non gli interessasse più di niente.

“Vuoi qualche cosa? Un goccio d’acqua da bere oppure un bel dolcetto con una bella gazzosa?” gli chiese Maria.

Turi ora guardava entrambe proprio dritto negli occhi ma continuava a non proferire parola. Non si lamentava neppure, nonostante che il dolore dovesse essere forte, ma il suo sguardo profondo era pieno di tristezza e di paura.

Era ferito dentro, proprio nell’anima, e non aveva nulla da dire perchè ormai lui da tanto tempo quel calvario lo accettava come fosse un destino ineluttabile a cui non poteva e non voleva opporsi.

Tre anni addietro sua madre Nunziatina lo aveva portato in campagna perchè l’aiutasse a raccogliere l’uva. Erano i primi giorni di settembre e la giornata era bella e luminosa senza essere afosa come i giorni appena passati.

L’aria era festosa e piena di rumori, di grida e di canti perchè l’inizio della vendemmia era per i bambini un momento di incontri e di scorpacciate d’uva. Anche le vecchie del paese, che normalmente si vedevano barcollanti appoggiate ai bastoni, miracolosamente si stavano preparando a trasportare giù in paese, attraverso il viottolo tortuoso che si inerpicava sulla montagna, enormi canestri pieni di uva.

Nunziatina aveva tagliato ormai infiniti grappoli d’uva dagli acini rossi e violacei, tanto da sentire tutte le dita indolenzite, ed aveva riempito fino all’orlo il grande canestro che anche lei avrebbe dovuto portare su una spalla fino al palmento dove insieme a tante altre famiglie avrebbe pigiato l’uva nei giorni seguenti.

Turi la guardò da lontano mentre ridendo rincorreva a piedi scalzi un bambino attorno ad un grande ficodindia e la madre, quasi avesse sentito il suo sguardo, si voltò lentamente e da lontano gli sorrise e gli mandò con la mano un lungo bacio.

Poi Nunziatina, come raccontò una vicina che per caso stava guardandosi intorno nel terrazzato sovrastante mentre si stava riposando un attimo dalla faticata della vendemmia, d’un tratto buttò le forbici per terra, si girò e si avviò verso il mare che si intravvedeva all’orizzonte. L’acqua scintillava e placidamente riluceva sotto al sole caldo e ridente.

La donna si incamminò poi lentamente per una stradina scoscesa piena di sassi traballanti ed arrivò sull’orlo del dirupo. Di sotto la scogliera giallastra, piena di zolfo, raccoglieva la placida spuma del mare che solo verso sera ogni tanto cominciava ad “arraggiare”.

Lanciò allora davanti a sé gli acini del grappolo d’uva che aveva ancora  in mano e che, liberi nell’aria tersa, sembrarono bolle viola rilucenti mentre volteggiavano veloci come se il tempo avesse accellerato la loro  corsa.

Poi smise di guardare in basso e rivolse il viso al sole e restò così fino a farsi accecare gli occhi dai raggi bollenti, poi aprì le braccia e le rivolse al cielo e infine si buttò di sotto. Non un urlo, non un grido si udì, neanche il grande botto del corpo che si schiantò sulla ripida scogliera.

Al tramonto non trovandola, la cercarono tutti fra i terrazzati, intrisi di profumi che salivano dalla terra, ed i sentieri pieni di rovi colmi di more e quando finalmente la videro dall’alto qualcuno cercò di acchiappare Turi che subito si mise a scappare come impazzito.

Lo rincorsero ma lui fece in tempo ad arrivare al dirupo e guardò lì sotto il corpo rotto di sua madre che giaceva spiaccicato contro uno scardinato scoglio antico.

Turi sognò per lungo tempo le scarpe nere della madre che erano cadute una di qua una di là dal corpo e sembravano essere, per assurdo, le uniche cose ancora vive in quel baratro sottostante.

Poi qualcuno riuscì finalmente ad afferrarlo e se lo tenne stretto tra le braccia e lui non ricordò null’altro per lungo tempo. Sentiva ancora tutti i giorni l’odore aspro del sudore dei vestiti e ricordava l’ansare del suo petto ed il battito impazzito del suo cuore.

Dopo qualche settimana suo padre cominciò a picchiarlo selvaggiamente e a gridargli:

“Buono a niente, tu eri lì e non hai fatto niente. Grande “masculu” che sei! E ora come facciamo ora? Chi si occuperà di noi?”. Roteava la cinghia che si abbatteva poi senza pietà sul quel tenero coprpicino. Lui non si ribellava e non scappava, pensava di essersi meritato quella dura punizione. Non era stato capace di salvarla, perchè lui lo sapeva che lei non voleva lasciarlo. Ne era certo, ne era sicuro.

La casa andava a rotoli e Turi imparò presto a prepararsi qualcosa da mangiare e a badarsi da solo perchè il padre non voleva nemmeno che qualcuno profanasse la casa della sua Nunziatina bella.

Ogni tanto qualche “comare” imparentata invitava Turi a mangiare a casa sua e lui, quando il padre era abbastanza ubriaco da non accorgersene, muto e riconoscente ci andava.

Maria quando lo incontrava per strada lo prendeva per mano e se lo portava a casa. Gli leggeva le favole e lui contento la guardava negli occhi e poi a volte, improvvisamente, si addormentava.

Questa volta era troppo però! Non ce la faceva più a guardarlo senza sentirsi avvilita ed in colpa. L’indomani di prima mattina sarebbe andata dai Carabinieri ed avrebbe fatto “attaccare” quell’ubriacone violento!

Aveva già parlato con una sua parente di un paese vicino che si era resa disponibile a prendersi il bambino in casa per sempre. Turi, sdraiato sul letto, la guardò di nuovo e poi chiudendo gli occhi le baciò una mano.

Maria, sentì le lacrime sgocciolarle sul mento e guardò a lungo le ciglia del bambino che tremolavano e si accartocciavano vibrando sotto la luce fioca della lampada mentre lui a poco a poco si stava addormentando.

L’onda – capitolo terzo

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Languidamente fra i ruvidi cespugli di erba gialla.

L’eccitazione volteggiava nell’aria già calda, era la mattina del 29 giugno e la festa anche del Santo Patrono del paese. Le vecchiette aiutandosi fra loro portavano tavoli sul ciglio della strada principale lungo la quale avrebbe sfilato la processione solenne.

I tavoli venivano ricoperti dalle tovaglie più preziose che ognuna di loro possedeva e poi completamente addobbati con foglie fresche e lucenti, fiori di gelsomino, dolcetti e quadretti, di tutte le forge e dimensioni, raffiguranti i Santi e soprattutto la Madonnina dai tratti sempre dolci e delicati.

Dentro la casa dal grande e ormai sgarrupato pergolato, Carmela guardava assai arrabbiata Maria che era ancora in camicia da notte e sembrava non volerne sapere di fare il suo dovere per la festa di San Pietro.

“Maria, non te lo dico più: o ti alzi o ti butto all’aria tutto in questa casa. Poi se non ti muovi ancora sono capace che ti tiro pure i capelli! Oggi è festa e anche in questa casa senza più vita le tradizioni vanno onorate e vengono prima di tutto! I nostri nonni e prima ancora i loro nonni oggi facevano festa e preparavano i dolci da dare ai carusazzi. Ti vuoi vestire allora?” esclamò lanciando bellicosamente una scarpa verso Maria.

Carmela aveva occhi profondi e lucenti incorniciati da tante piccole rughe che davano al suo viso cotto dal sole ed affilato un aspetto rude e un po’ sevaggio. Maria rise e si sentì contenta di avere un’amica che era capace di metterle in zucca ancora qualcosa di sensato. Alle sue sfuriate poi ci era abituata perchè, sin da piccole, ogni tanto facevano pure qualche azzuffatina.

Andò in bagno e si preparò con cura mentre Carmela, a piedi scalzi, spazzava il terrazzino ed ogni tanto guardava il mare che si espandeva nell’orizzonte. Era piatto come l’olio e preannunciava, insieme alle cicale che ricominciavano a frinire con ritmo forsennato, un’altra giornata afosa e piena di luce.

Maria si era messa il vestito azzurro che qualche anno prima aveva cucito da sola e aveva indossato una  collana di cocci rotondi bianchi e blu che le era stata regalata per un compleanno. Non aveva alcun valore ma le ricordava gli occhi ridenti di chi gliela aveva agganciata un po’ goffamente per la prima volta al collo. Sbattè le palpebre perchè tutto ormai le pareva solo un sogno lontano.

Chiuse la porta mentre Carmela si rinfilava le scarpe, che invero le davano fastidio assai, poi le due giovani presero un tavolo di legno buono e cominciarono a trascinarlo giù per il viottolo scosceso. Tutte sudate, ogni tanto rischiavano di cadere e di santiare pur senza volere. Ma proprio in quel giorno non si poteva perchè era proprio dedicato al loro Santo!

Erano quasi le undici del mattino e stavano finendo di addobbare il loro tavolo, posto sul ciglio della strada, con tutto l’occorrente che Carmela era andata a prendere a casa sua e, per dare il tocco finale, stavano disponendo dei dolcetti fatti a forma di petali di fiori.

Improvvisamente cominciarono a sentire in lontananza il suono dei tromboni, del tamburo e dei piatti e capirono che stavano per arrivare la banda  e la processione con la statua ondeggiante del Santo in testa.

Maria sorrise perchè quella musica le procurava sempre gioia e le risvegliava i ricordi della sua infanzia. Quando era bambina, lei in quel giorno partecipava ad una processione tutta speciale assieme ai fratelli, alcune cugine e al cugino Paolino che aveva una passione sfrenata per le cerimonie sacre.

Paolino si metteva un telo scuro e lungo sopra alle spalle, che allacciava con un grande fiocco sul davanti, poi prendeva una grande croce e gridando in una lingua che doveva parere latino andava a prendere tutti i compagni di gioco. La croce la costruiva con due grandi bastoni legati fra loro con una grande corda e nessuno sapeva dove la prendesse perchè ogni anno lui giurava che a portargliela fosse stato il mare.

Tutti gli altri bambini si mettevano in fila per due dietro di lui che intonava con voce strascicata il “Chirieleinson” e facevano la loro processione, dietro a quella vera, con il loro parrino cantante.

Ormai li compativano tutti anche se, a volte, qualche vecchia acida dell’ultima fila li prendeva a sassate gridando: “Scostumati, figli di bottana, anche quest’anno qui siete?  Ve ne volete andare via invece di  insultate i Santi del Paradiso? Se fossi uno dei vostri genitori sai quante legnate vi darei? Vi farei spezzare e rotolare come minimo tutti i denti davanti!”.

Ormai erano abituati e stavano a distanza di sicurezza anche se sapevano che nessuno aveva veramente voglia di accapigliarsi proprio il giorno in cui San Pietro chiedeva ai fedeli di essere misericordiosi.

Erano felici perchè Paolino aveva gli occhi estasiati e diceva loro tutto quello che dovevano fare. Ogni tanto ordinava di genuflettersi e di invocare pietà e poi lui, nella sua estrema bontà e misericordia, gliela accordava.

Non erano convinti che dovesse essere proprio lui il dispensatore di grazia, ma si accontentavano delle spiegazioni che dava e partecipavano con impegno a tutta quella parata.

Ormai il suono della banda era vicino ed allora Maria e Carmela di riflesso, come folgorate dal cielo, si misero in ginocchio e cominciarono a pregare a voce alta.

La banda passò intontendole con il suo rumore assordante, che chissà come solo sette musicanti riuscivano a combinare, e  poi sfilò pure tutta la variopinta processione. I giovani che sorreggevano la statua erano paonazzi e sotto le giacche , che non sembravano della loro misura, scolavano sudore in special modo quando, provati dalla fatica, dovevano superare qualche piccola altura.

Le vecchie confabulavano fra loro e si facevano tutte i fatti degli altri mentre i bambini correvano all’impazzata avanti ed indietro e le madri tentavano di riempirli di pizzicotti per farli stare buoni e calmi. Ma era difficile assestarli bene senza dare troppo nell’occhio.

Passò anche Mastro Peppe che fissò Maria negli occhi ma non sembrò riconoscerla e passò anche fra gli ultimi Pietruzzo detto “lo scaltro”. La moglie, ardente devota, lo aveva trascinato quasi per forza mentre lui dondolante, ignaro persino di dove stesse andando, sognava ad occhi aperti quella bella bottiglia di languido vino dal colore rosso fuoco che  teneva ingguattata fra i ruvidi cespugli d’erba gialla e secca cresciuti dietro al muretto di cinta di casa sua.

Era posizionata all’ombra, ben inteso, perchè il vino troppo caldo da un po’ di anni, e non sapeva perchè, gli dava una picca di acido allo stomaco e qualche conato di vomito. Anche se poi sempre ogni fastidio passava e quel salutare liquido gli scendeva come acqua in corpo e gli ristorava le budella.

Ora tutti cantavano il Salve Regina ed ormai il cielo si era unito alla terra profana. Lacrime di gioia sgorgavano copiosamente dagli occhi degli anziani e poi si riversavano sulle guance rugose anche se, sia ben chiaro, ad unirsi definitivamente al cielo nessuno fra loro proprio ancora ci pensava!