L’onda – capitolo quarto

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 Gli acini volteggianti come trasparenti bolle viola

Carmela e Maria avevano di nuovo trascinato faticosamente il tavolo a casa e stavano ritornando verso la strada per prendere la tovaglia ed il resto dell’apparecchiata che avevano lasciato sul muretto.

Ad un tratto Maria si irrigidì perchè vide Turi rannicchiato per terra, il bambino teneva la schiena appoggiata contro ad un sasso sporgente ed il capo reclinato e abbandonato da un lato.

I segni di alcune tremende cinghiate gli rigavano l’esile braccio sinistro che teneva piegato e sanguinante sul grembo e una lunga ombra viola sulla coscia destra macchiava la sua pelle vellutata e scura.

“Turi, Turi ma che hai fatto? Signore mio, non ci posso credere! Ma lo so io che cosa è successo, ma stavolta giuro che a quel figlio di cane gliela faccio pagare. Come ha potuto quel bastardo senza Dio conciarti così?” e Maria si chinò e lentamente lo prese in braccio.

Turi aveva otto anni ormai ma era ancora minuto e gracile e tra le sue braccia sembrava un piccolo animaletto catturato con una tagliola.

Lo portarono a casa, gli sciacquarono e disinfettarono le ferite e lo appoggiarono sul letto mentre lui le guardava muto con i grandi occhi neri e vacui. Sembrava non gli interessasse più di niente.

“Vuoi qualche cosa? Un goccio d’acqua da bere oppure un bel dolcetto con una bella gazzosa?” gli chiese Maria.

Turi ora guardava entrambe proprio dritto negli occhi ma continuava a non proferire parola. Non si lamentava neppure, nonostante che il dolore dovesse essere forte, ma il suo sguardo profondo era pieno di tristezza e di paura.

Era ferito dentro, proprio nell’anima, e non aveva nulla da dire perchè ormai lui da tanto tempo quel calvario lo accettava come fosse un destino ineluttabile a cui non poteva e non voleva opporsi.

Tre anni addietro sua madre Nunziatina lo aveva portato in campagna perchè l’aiutasse a raccogliere l’uva. Erano i primi giorni di settembre e la giornata era bella e luminosa senza essere afosa come i giorni appena passati.

L’aria era festosa e piena di rumori, di grida e di canti perchè l’inizio della vendemmia era per i bambini un momento di incontri e di scorpacciate d’uva. Anche le vecchie del paese, che normalmente si vedevano barcollanti appoggiate ai bastoni, miracolosamente si stavano preparando a trasportare giù in paese, attraverso il viottolo tortuoso che si inerpicava sulla montagna, enormi canestri pieni di uva.

Nunziatina aveva tagliato ormai infiniti grappoli d’uva dagli acini rossi e violacei, tanto da sentire tutte le dita indolenzite, ed aveva riempito fino all’orlo il grande canestro che anche lei avrebbe dovuto portare su una spalla fino al palmento dove insieme a tante altre famiglie avrebbe pigiato l’uva nei giorni seguenti.

Turi la guardò da lontano mentre ridendo rincorreva a piedi scalzi un bambino attorno ad un grande ficodindia e la madre, quasi avesse sentito il suo sguardo, si voltò lentamente e da lontano gli sorrise e gli mandò con la mano un lungo bacio.

Poi Nunziatina, come raccontò una vicina che per caso stava guardandosi intorno nel terrazzato sovrastante mentre si stava riposando un attimo dalla faticata della vendemmia, d’un tratto buttò le forbici per terra, si girò e si avviò verso il mare che si intravvedeva all’orizzonte. L’acqua scintillava e placidamente riluceva sotto al sole caldo e ridente.

La donna si incamminò poi lentamente per una stradina scoscesa piena di sassi traballanti ed arrivò sull’orlo del dirupo. Di sotto la scogliera giallastra, piena di zolfo, raccoglieva la placida spuma del mare che solo verso sera ogni tanto cominciava ad “arraggiare”.

Lanciò allora davanti a sé gli acini del grappolo d’uva che aveva ancora  in mano e che, liberi nell’aria tersa, sembrarono bolle viola rilucenti mentre volteggiavano veloci come se il tempo avesse accellerato la loro  corsa.

Poi smise di guardare in basso e rivolse il viso al sole e restò così fino a farsi accecare gli occhi dai raggi bollenti, poi aprì le braccia e le rivolse al cielo e infine si buttò di sotto. Non un urlo, non un grido si udì, neanche il grande botto del corpo che si schiantò sulla ripida scogliera.

Al tramonto non trovandola, la cercarono tutti fra i terrazzati, intrisi di profumi che salivano dalla terra, ed i sentieri pieni di rovi colmi di more e quando finalmente la videro dall’alto qualcuno cercò di acchiappare Turi che subito si mise a scappare come impazzito.

Lo rincorsero ma lui fece in tempo ad arrivare al dirupo e guardò lì sotto il corpo rotto di sua madre che giaceva spiaccicato contro uno scardinato scoglio antico.

Turi sognò per lungo tempo le scarpe nere della madre che erano cadute una di qua una di là dal corpo e sembravano essere, per assurdo, le uniche cose ancora vive in quel baratro sottostante.

Poi qualcuno riuscì finalmente ad afferrarlo e se lo tenne stretto tra le braccia e lui non ricordò null’altro per lungo tempo. Sentiva ancora tutti i giorni l’odore aspro del sudore dei vestiti e ricordava l’ansare del suo petto ed il battito impazzito del suo cuore.

Dopo qualche settimana suo padre cominciò a picchiarlo selvaggiamente e a gridargli:

“Buono a niente, tu eri lì e non hai fatto niente. Grande “masculu” che sei! E ora come facciamo ora? Chi si occuperà di noi?”. Roteava la cinghia che si abbatteva poi senza pietà sul quel tenero coprpicino. Lui non si ribellava e non scappava, pensava di essersi meritato quella dura punizione. Non era stato capace di salvarla, perchè lui lo sapeva che lei non voleva lasciarlo. Ne era certo, ne era sicuro.

La casa andava a rotoli e Turi imparò presto a prepararsi qualcosa da mangiare e a badarsi da solo perchè il padre non voleva nemmeno che qualcuno profanasse la casa della sua Nunziatina bella.

Ogni tanto qualche “comare” imparentata invitava Turi a mangiare a casa sua e lui, quando il padre era abbastanza ubriaco da non accorgersene, muto e riconoscente ci andava.

Maria quando lo incontrava per strada lo prendeva per mano e se lo portava a casa. Gli leggeva le favole e lui contento la guardava negli occhi e poi a volte, improvvisamente, si addormentava.

Questa volta era troppo però! Non ce la faceva più a guardarlo senza sentirsi avvilita ed in colpa. L’indomani di prima mattina sarebbe andata dai Carabinieri ed avrebbe fatto “attaccare” quell’ubriacone violento!

Aveva già parlato con una sua parente di un paese vicino che si era resa disponibile a prendersi il bambino in casa per sempre. Turi, sdraiato sul letto, la guardò di nuovo e poi chiudendo gli occhi le baciò una mano.

Maria, sentì le lacrime sgocciolarle sul mento e guardò a lungo le ciglia del bambino che tremolavano e si accartocciavano vibrando sotto la luce fioca della lampada mentre lui a poco a poco si stava addormentando.

4 pensieri su “L’onda – capitolo quarto

  1. puntata triste ma reale, perché le violenze in famiglia sono trppe. Nunziatina, se si è gettata di sotto qualche motivo l’aveva. Povero Turi solo e in balia di un padre violento.
    Buono questo terzo capitolo.

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