L’onda – capitolo terzo

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Languidamente fra i ruvidi cespugli di erba gialla.

L’eccitazione volteggiava nell’aria già calda, era la mattina del 29 giugno e la festa anche del Santo Patrono del paese. Le vecchiette aiutandosi fra loro portavano tavoli sul ciglio della strada principale lungo la quale avrebbe sfilato la processione solenne.

I tavoli venivano ricoperti dalle tovaglie più preziose che ognuna di loro possedeva e poi completamente addobbati con foglie fresche e lucenti, fiori di gelsomino, dolcetti e quadretti, di tutte le forge e dimensioni, raffiguranti i Santi e soprattutto la Madonnina dai tratti sempre dolci e delicati.

Dentro la casa dal grande e ormai sgarrupato pergolato, Carmela guardava assai arrabbiata Maria che era ancora in camicia da notte e sembrava non volerne sapere di fare il suo dovere per la festa di San Pietro.

“Maria, non te lo dico più: o ti alzi o ti butto all’aria tutto in questa casa. Poi se non ti muovi ancora sono capace che ti tiro pure i capelli! Oggi è festa e anche in questa casa senza più vita le tradizioni vanno onorate e vengono prima di tutto! I nostri nonni e prima ancora i loro nonni oggi facevano festa e preparavano i dolci da dare ai carusazzi. Ti vuoi vestire allora?” esclamò lanciando bellicosamente una scarpa verso Maria.

Carmela aveva occhi profondi e lucenti incorniciati da tante piccole rughe che davano al suo viso cotto dal sole ed affilato un aspetto rude e un po’ sevaggio. Maria rise e si sentì contenta di avere un’amica che era capace di metterle in zucca ancora qualcosa di sensato. Alle sue sfuriate poi ci era abituata perchè, sin da piccole, ogni tanto facevano pure qualche azzuffatina.

Andò in bagno e si preparò con cura mentre Carmela, a piedi scalzi, spazzava il terrazzino ed ogni tanto guardava il mare che si espandeva nell’orizzonte. Era piatto come l’olio e preannunciava, insieme alle cicale che ricominciavano a frinire con ritmo forsennato, un’altra giornata afosa e piena di luce.

Maria si era messa il vestito azzurro che qualche anno prima aveva cucito da sola e aveva indossato una  collana di cocci rotondi bianchi e blu che le era stata regalata per un compleanno. Non aveva alcun valore ma le ricordava gli occhi ridenti di chi gliela aveva agganciata un po’ goffamente per la prima volta al collo. Sbattè le palpebre perchè tutto ormai le pareva solo un sogno lontano.

Chiuse la porta mentre Carmela si rinfilava le scarpe, che invero le davano fastidio assai, poi le due giovani presero un tavolo di legno buono e cominciarono a trascinarlo giù per il viottolo scosceso. Tutte sudate, ogni tanto rischiavano di cadere e di santiare pur senza volere. Ma proprio in quel giorno non si poteva perchè era proprio dedicato al loro Santo!

Erano quasi le undici del mattino e stavano finendo di addobbare il loro tavolo, posto sul ciglio della strada, con tutto l’occorrente che Carmela era andata a prendere a casa sua e, per dare il tocco finale, stavano disponendo dei dolcetti fatti a forma di petali di fiori.

Improvvisamente cominciarono a sentire in lontananza il suono dei tromboni, del tamburo e dei piatti e capirono che stavano per arrivare la banda  e la processione con la statua ondeggiante del Santo in testa.

Maria sorrise perchè quella musica le procurava sempre gioia e le risvegliava i ricordi della sua infanzia. Quando era bambina, lei in quel giorno partecipava ad una processione tutta speciale assieme ai fratelli, alcune cugine e al cugino Paolino che aveva una passione sfrenata per le cerimonie sacre.

Paolino si metteva un telo scuro e lungo sopra alle spalle, che allacciava con un grande fiocco sul davanti, poi prendeva una grande croce e gridando in una lingua che doveva parere latino andava a prendere tutti i compagni di gioco. La croce la costruiva con due grandi bastoni legati fra loro con una grande corda e nessuno sapeva dove la prendesse perchè ogni anno lui giurava che a portargliela fosse stato il mare.

Tutti gli altri bambini si mettevano in fila per due dietro di lui che intonava con voce strascicata il “Chirieleinson” e facevano la loro processione, dietro a quella vera, con il loro parrino cantante.

Ormai li compativano tutti anche se, a volte, qualche vecchia acida dell’ultima fila li prendeva a sassate gridando: “Scostumati, figli di bottana, anche quest’anno qui siete?  Ve ne volete andare via invece di  insultate i Santi del Paradiso? Se fossi uno dei vostri genitori sai quante legnate vi darei? Vi farei spezzare e rotolare come minimo tutti i denti davanti!”.

Ormai erano abituati e stavano a distanza di sicurezza anche se sapevano che nessuno aveva veramente voglia di accapigliarsi proprio il giorno in cui San Pietro chiedeva ai fedeli di essere misericordiosi.

Erano felici perchè Paolino aveva gli occhi estasiati e diceva loro tutto quello che dovevano fare. Ogni tanto ordinava di genuflettersi e di invocare pietà e poi lui, nella sua estrema bontà e misericordia, gliela accordava.

Non erano convinti che dovesse essere proprio lui il dispensatore di grazia, ma si accontentavano delle spiegazioni che dava e partecipavano con impegno a tutta quella parata.

Ormai il suono della banda era vicino ed allora Maria e Carmela di riflesso, come folgorate dal cielo, si misero in ginocchio e cominciarono a pregare a voce alta.

La banda passò intontendole con il suo rumore assordante, che chissà come solo sette musicanti riuscivano a combinare, e  poi sfilò pure tutta la variopinta processione. I giovani che sorreggevano la statua erano paonazzi e sotto le giacche , che non sembravano della loro misura, scolavano sudore in special modo quando, provati dalla fatica, dovevano superare qualche piccola altura.

Le vecchie confabulavano fra loro e si facevano tutte i fatti degli altri mentre i bambini correvano all’impazzata avanti ed indietro e le madri tentavano di riempirli di pizzicotti per farli stare buoni e calmi. Ma era difficile assestarli bene senza dare troppo nell’occhio.

Passò anche Mastro Peppe che fissò Maria negli occhi ma non sembrò riconoscerla e passò anche fra gli ultimi Pietruzzo detto “lo scaltro”. La moglie, ardente devota, lo aveva trascinato quasi per forza mentre lui dondolante, ignaro persino di dove stesse andando, sognava ad occhi aperti quella bella bottiglia di languido vino dal colore rosso fuoco che  teneva ingguattata fra i ruvidi cespugli d’erba gialla e secca cresciuti dietro al muretto di cinta di casa sua.

Era posizionata all’ombra, ben inteso, perchè il vino troppo caldo da un po’ di anni, e non sapeva perchè, gli dava una picca di acido allo stomaco e qualche conato di vomito. Anche se poi sempre ogni fastidio passava e quel salutare liquido gli scendeva come acqua in corpo e gli ristorava le budella.

Ora tutti cantavano il Salve Regina ed ormai il cielo si era unito alla terra profana. Lacrime di gioia sgorgavano copiosamente dagli occhi degli anziani e poi si riversavano sulle guance rugose anche se, sia ben chiaro, ad unirsi definitivamente al cielo nessuno fra loro proprio ancora ci pensava!

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