La fragilità

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 “Nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi”.

Eugenio Borgna (psichiatra)

Le donne giraffa con spirali rigide al collo

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Le donne giraffa Kayan appartengono ad una minoranza etnica originaria della Birmania che ha avuto il permesso di vivere nel territorio thailandese e di mantenere la propria cultura anche tramite il turismo che è la loro unica fonte di sostentamento. Ai turisti vendono anche bellissime sciarpe di seta e altri oggetti realizzati a mano

La leggenda dice che le donne abbiano cominciato ad indossare anelli al collo per proteggersi dal morso delle tigri poichè, quando gli uomini andavano a lavorare nei campi, le donne restavano indifese e potevano subire l’attacco di animali selvaggi, in particolare delle tigri, che miravano ad azzannare il collo.

In realtà pare che la tradizione imporrebbe gli anelli solo alle donne nate di mercoledì con la luna piena e che quindi quasi sempre indossare gli anelli sia una libera scelta legata alla tradizione, alla loro concezione di bellezza e oggi purtroppo anche per i proventi che arrivano dai visitatori.

Gli anelli si iniziano a portare all’età di cinque anni e alcune donne scelgono di avere pochi anelli altre invece ne aggiungono gradualmente fin dove è possibile.  Servono parecchi anni, e a volte anche una vita intera, per raggiungere certe lunghezze.

Si pensa che gli anelli allunghino il collo mentre in realtà gli anelli non fanno altro che far peso sulle spalle, abbassando le clavicole e comprimendo la gabbia toracica. Le donne hanno pertanto un busto piccolo e sproporzionato anche se questa pratica, comportando un processo graduale, non è particolarmente dolorosa.

Gli anelli vengono tolti per pulirsi, medicarsi o per sostituirli con anelli nuovi con una procedura complessa. In realtà non si tratta di anelli singoli, ma di una spirale rigida che va lentamente allargata e srotolata. Se gli anelli sono stati indossati per un periodo lungo di tempo, una volta tolti i muscoli del collo risultano indeboliti Col tempo infatti gli anelli aiutano a sostenere la testa e diventano parte integrante del corpo delle donne.

L’abiudine di portare spirali al collo si trova anche in Africa meridionale fra la popolazione Ndebele, che appartiene al gruppo più famoso degli Ngoni, in cui le donne sposate indossano gli idzila, cerchi di bronzo o rame, al collo, ai polsi e alle caviglie. Gli idzila possono essere rimossi solo in caso di morte del coniuge.

 

L’ansia

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“ Igenitori sono uffici stampa, servizio, transfer, assistenza scolastica, psicologica e legale h24, colpevolizzati e rimbecilliti nelle piú naturali espressioni che la condizione di madri e padri gli assegna: la vera ansia da prestazione dell’uomo moderno non è sessuale ma genitoriale.”

Diego De Silva

I crani allungati, pratica diffusa nel mondo

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I motivi per voler rendere i crani umani allungati sono ancora un mistero anche se lo strano rituale di deformare il cranio è stato parte integrante di numerose società in tutto il mondo per molte migliaia di anni.

Il metodo adottato era molto simile nelle varie culture. I crani dei neonati sono estremamente flessibili quindi venivano collocate due tavole  sulla fronte del bambino e sul dorso del cranio.  Le tavole erano avvolte strettamente da fasce di stoffa e legate strettamente per spingere il cranio indietro e verso l’alto e deformarlo.

In aree remote della Francia questa pratica fu eseguita anche fino al  20° secolo su alcuni neonati ed ancora oggi viene attuata in alcune aree remote della Polinesia, come ad esempio a Vanuatu.

Antichi crani allungati sono stati trovati anche in Africa, in Germania orientale, tra i nativi nordamericani, gli aborigeni australiani e le isole caraibiche e la pratica non sembra avere causato danni sull’intelligenza o sui cervelli delle persone.

Alcuni ricercatori pensano che gli allungamenti possono essere stati eseguiti su tutti i membri di una tribù o cultura per separarli dalle società vicine. Però Johann Jakob von Tschudi, un naturalista ottocentesco della Svizzera, riteneva che i crani allungati esistessero naturalmente in determinate popolazioni, come ad esempio le Huancas.

Aveva constatato infatti che numerosi crani allungati non mostravano manipolazioni artificiali e inoltre era stato scoperto un feto inumato mummificato di sette mesi che aveva già il cranio allungato.

Forse alcuni gruppi di persone che non avevano i crani allungati naturalmente desideravano emulare quelli che li avevano utilizzando tecniche artificiali. Ci può essere stata anche una ragione spirituale o la convinzione che le forme lunghe migliorassero le capacità mentali e l’intelligenza di una persona.

Nel 1928, l’archeologo Julio Tello scoprì un antico cimitero a Paracas, in Perù, che conteneva molti crani allungati e uno studio del DNA del 2014 dei materiali e dei crani sosteneva che parti del DNA non erano di origine animale o umana.  I test indicavano anche che i teschi datati da 2.000 a 3.000 anni fossero probabilmente di origine europea.

Un articolo del 2015 ha stabilito che solo il 30% dei crani provenienti dalle aree del Sud Patagonia e della Tierra del Fuego, datati a più di 2.000 anni, erano allungati e questo può indicare che, in quella società, la pratica era limitata alle classi superiori.

In Europa nel periodo delle invasioni barbariche, fra il 300 e il 700 d. C., erano in atto  in tutta Europa migrazioni da parte di popolazioni barbare, fra cui i Goti e i Vandali, che si stabilirono nel continente contribuendo al declino dell’Impero romano. Fra questi, anche i Bavari, una tribù che si stabilì nell’attuale Germania meridionale intorno al VI secolo d. C. e nelle loro tombe, situate nell’attuale Baviera, sono stati trovati  crani di donna dalla forma allungata.

Di solito i ricercatori associavano tali modificazioni del cranio a territori più orientali, come l’attuale Ungheria, poichè tale pratica era diffusa fra gli Unni che vivevano nell’Europa sud-orientale.

Dalle analisi è emerso che gli uomini si assomigliavano molto fra di loro e avevano caratteristiche fisiche diverse dalle donne, al di là della modificazione del cranio, poichè gli uomini avevano capelli biondi e occhi azzurri, mentre le donne avevano occhi marroni e capelli biondi o castani. Le donne inoltre erano diverse da un punto di vista genetico e questo  suggerisce l’ipotesi che fossero in atto, come pratica consolidata, migrazioni a scopo matrimoniale.

La tortura dell’abbacinamento

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L’abbacinamento era una forma di tortura, che portava alla cecità, di origine cartaginese e poi bizantina. Questa pratica consisteva nell’esposizione della vittima al sole dopo averla privata delle palpebre, oppure nell’avvicinarla di solito ad un bacino rovente, specie di piatto di rame, tenendogli gli occhi  forzosamente aperti. Secondo la leggenda, una illustre vittima fu già Attilio Regolo.

Storicamente tale tortura era praticata specialmente contro re che venivano deposti dal trono o anche contro nobili e feudatari che tramavano contro i sovrani. Tale sorte toccò infatti nell’818 d.C. a Bernardo figlio di Pipino e nipote di Carlo Magno

Anche l’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu ritenuta legittima, in quanto il trono di Costantinopoli era considerato vacante perchè vi sedeva Irene che aveva fatto abbacinare il figlio Costantino VI per usurparne il posto.

Federico II, scoperto un complotto dei baroni siciliani, li fece uccidere a Napoli  dopo averli fatti accecare con chiodo rovente (una variante dello spillone) conficcato negli occhi. Allo stesso supplizio nel 1249 fu sottoposto il suo segretario particolare, Pier delle Vigne, come riportato nel Canto XIII dell’Inferno.

La pena dell’ abbacinamento fu riservata anche al condannato Michele Strogoff, protagonista del romanzo omonimo di Giulio Verne quando venne catturato dai Tartari.

Loto d’oro o Gigli d’oro, i piedi deformati delle donne cinesi

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Con Loto d’oro o Gigli d’oro si indicano i piedi volutamente deformati delle donne cinesi. Il nome è dovuto all’andatura oscillante che assumevano le donne dopo questa pratica che era in auge durante le dinastie Song, Ming e Qing e poi scomparsa durante la prima metà del XX secolo.

La pianta dei piedi veniva piegata e doveva restare lunga tra i 7 e i 12 centimetri. Nelle famiglie più influenti le bambine venivano fasciate in genere tra i 2 e gli 8 anni in modo che la pratica fosse meno dolorosa. Nelle classi contadine la fasciatura cominciava più tardi perché le bambine dovevano lavorare fino a che non si concordava loro un matrimonio o fossero in età da matrimonio, comunque prima dei 15 anni.

Per deformare i piedi erano necessari almeno 3 anni, talvolta anche 5 o 10. Per tutta la vita, i piedi avevano bisogno di continue attenzioni e di scarpine rigide e resistenti per poter sorreggere il peso della donna. Le scarpette andavano indossate anche di notte affinché la deformazione non regredisse.

Prima di essere fasciati, i piedi erano lavati e puliti da pelle morta e ulcere, quindi erano cosparsi di allume, anti-emorragico e coagulante. La benda era larga cinque cm e lunga fino a tre metri.

Prima venivano piegate le quattro dita più piccole al di sotto della pianta del piede, poi veniva avvicinato l’alluce al tallone inarcando il collo del piede. I talloni diventavano così l’unico punto di appoggio, causando l’andatura fluttuante della donna, come appunto il loto che si piega al vento.

Nelle famiglie povere era praticata una fasciatura leggera consistente solo nel ripiegamento delle dita, il piede rimaneva più grande e precludeva il matrimonio con un uomo di ceto elevato. Nella Cina meridionale, era praticato un terzo tipo di fasciatura in cui l’alluce veniva piegato all’indietro e verso l’alto.

Questa pratica era molto dolorosa, perché il piede non smetteva di crescere ma cresceva deformato e le ossa si frastagliavano per poi saldarsi irregolarmente. Spesso le ossa dei metatarsi si rompevano, o venivano appositamente rotte, così come le articolazioni. Le unghie erano sempre tagliate molto corte per evitare infezioni come la setticemia e la gancrena, anche con perdita delle dita, che comunque erano frequenti.

Talvolta era necessario asportare i calli con un coltello o praticare un profondo taglio al di sotto della pianta per asportare la carne eccedente e facilitare l’avvicinamento dell’alluce e del tallone. I piedi così deformati erano infilati in piccole scarpine fabbricate dalle donne e disegnate in modo da evidenziare la forma arcuata ed appuntita del piede.

Durante la dinastia Qing (1644-1912), i reggenti Manciù, che non erano cinesi e non fasciavano i piedi alle loro donne, tentarono inutilmente di eliminare l’usanza ma poi anche le donne mancesi cominciarono ad usare scarpe affusolate e rialzate, ma senza piegare le dita sotto la pianta.

La pratica fu abolita ufficialmente da un decreto imperiale del 1902, ma ci vollero 50 anni affinché la pratica scomparisse. Furono soprattutto le donne e gli strati più poveri della popolazione a continuare la pratica e quando gli uomini cominciarono a preferire i piedi grandi, per le donne con i piedi fasciati fu una tragedia, perché videro vanificati anni di sofferenze e aspettative.

L’usanza si diffuse inizialmente fra le classi più facoltose della popolazione, per motivi estetici ma presto cambiò significato, diventò simbolo di status sociale: una donna con i piedi fasciati non poteva lavorare e doveva avere un marito ricco. Per questo nelle classi meno abbienti i piedi fasciati erano utili per tentare di dare in sposa una figlia ad una famiglia facoltosa. Inoltre le ragazze povere venivano anche vendute come concubine e il loro prezzo era legato alle dimensioni dei piedi.

La pratica fu incoraggiata anche dal Confucianesimo perchè le donne con i piedi fasciati erano dipendenti dal loro uomo  e non potevano allontanarsi dalla propria casa a causa della difficoltà di equilibrio. Una buona fasciatura dei piedi sostituiva qualunque altra dote di una donna.

I futuri suoceri avevano diritto di controllare prima del matrimonio la dimensione dei piedi.  Inizialmente l’abbandono della pratica era stato fortemente osteggiato: le donne non fasciate venivano denigrate in pubblico, e le bambine venivano spaventate con la storia dei piedi da elefante. Il piede fasciato, piccolo e a forma di mezzaluna, suscitava inoltre un forte impulso erotico negli uomini cinesi.

 

Il miele eterno

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Il miele si mantiene a lungo nel tempo tanto da poter affermare che non scade mai purchè, naturalmente, venga conservato nella maniera corretta preservandolo dall’ attacco degli insetti.

Quello delle api è un nettare estremamente prezioso anche perché  è dolcissimo e gustoso e viene spesso impiegato come ingrediente per la preparazione di numerose ricette, sia dolci che salate. Può infatti sostituire lo zucchero per dolcificare cibi e bevande e per  preparare ricette salutari.

Vanta inoltre numerose proprietà benefiche per l’organismo. E’ in grado, ad esempio, di alleviare la tosse, di incrementare la forza fisica, di preservare il fegato,  riequilibrare l’apparato digerente e di contribuire a mantenere il cuore  ed il sistema cardiovascolare in salute. Utilizzato sui capelli, inoltre, dona forza, morbidezza e lucentezza.

Il motivo per cui può arrivare a mantenersi così a lungo nel tempo risiede nella sua stuttura chimica. Presenta, infatti, un ridotto contenuto di acqua ed un consistente livello di acidità. Caratteristiche che lo rendono un alimento stabile non soggetto all’attacco di batteri e di muffe.

Una conferma pratica è arrivata dagli archeologi. Un gruppo di studiosi ha rinvenuto, infatti, in alcune tombe egizie una serie di vasetti di miele che erano rimasti intatti nel tempo. Nè il gusto, nè il profumo, nè la consistenza avevano subito alcuna alterazione perché il miele si era mantenuto nelle condizioni ideali.

Per assicurarsi che non possa subire alterazioni è importante, innanzitutto, sigillarlo accuratamente. Bisogna far uscire tutta l’aria dal vasetto e accertarsi che la chiusura sia ben salda ed ermetica e poi deve essere riposto in luogo fresco, asciutto e possibilmente buio ad una temperatura non inferiore ai 20°.

Con queste misure dovrebbe preservarsi da ogni forma di alterazione, a parte il naturale processo di cristallizzazione che non lo rende, comunque, nocivo per l’organismo.

Ilmari Juutilainen, l’imbattibile pilota da caccia finlandese

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Ilmari Juutilainen nato a Lieksa il 21 febbraio 1914, un piccolo borgo della Carelia Settentrionale nella Finlandia Orientale, entrò nell’Esercito Finlandese a diciotto anni nel 1932 prestando servizio come telegrafista.

Da giovanissimo aveva letto con ammirazione una biografia del Barone Rosso, il celebre Manfred von Richthofen, considerato l’Asso degli Assi di tutti i tempi. Il Barone von Richthofen infatti durante il primo conflitto mondiale, quando l’aviazione muoveva i suoi primi incerti passi con velivoli di legno e tela, abbatté un totale di ottanta nemici, pilotando il triplano Fokker DR1 dipinto completamente di rosso, prima di venire abbattuto sui cieli della Somme il 21 aprile 1918.

Juutilainen  nel 1935, dopo aver seguito un corso di pilotaggio presso una scuola privata, conseguì il brevetto di pilota militare e venne così arruolato nella Suomen Ilmavoimat, le forze aeree finlandesi.Diventò pilota da caccia e, aggregato al 24° Squadrone Caccia, seguì il suo reparto nella base di Immola, lungo il confine finno-sovietico.

Il 30 novembre 1939 scoppiò la guerra d’inverno che vide la Finlandia attaccata e invasa dalle truppe dell’Unione Sovietica e  già nelle prime settimane di guerra egli abbattè  un bombardiere e un caccia sovietico.

Le missioni si susseguivano quotidianamente, tra operazioni di ricognizione, scorta e caccia a velivoli nemici a fianco delle forze dell’Asse contro il colosso sovietico.Gli vennero affidati i comandi di un caccia monoplano Brewster B239, con il quale effettuò ben ventotto abbattimenti.

Per la Finlandia, Ilmari Juutilainen divenne un Eroe nazionale e il 26 aprile 1942  ricevette la prestigiosa Croce di Mannerheim, una delle massime onorificenze finlandesi. Rifiutò poi una promozione al grado di ufficiale, temendo che il nuovo grado gli impedisse di continuare a volare.

Continuò a pilotare il caccia Brewster fino al 1943, quando venne trasferito al 34° Squadrone equipaggiato con i più moderni caccia tedeschi Messerschmitt BF109, con cui abbatté, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, altri cinquantotto avversari.

Gli sono riconosciute 94 vittorie aeree confermate, ottenute nel corso di 437 missioni di combattimento condotte contro l’aviazione sovietica nella Guerra d’inverno, nel 1939-40, e successivamente, contro l’aviazione alleata nella guerra di continuazione, nel 1941–1944. Egli tuttavia rivendicava 126  abbattimenti, 34 dei quali ottenuti ai comandi dello scadente caccia Brewster B239.

Juutilainen terminò la guerra senza che il suo aereo fosse mai stato colpito dal fuoco aereo nemico, una volta sola fu costretto ad atterrare dopo che il suo Bf 109 venne colpito da fuoco amico.

Conquitò la sua 94ª e ultima  vittoria il 3 settembre 1944 mentre si trovava in volo sull’Istmo di Carelia, abbattendo un bombardiere sovietico. Continuò a prestare servizio nelle forze aeree finlandesi fino al 1949 e poi si congedò per intraprendere la professione di pilota civile.

Nel 1997, all’età di 83 anni, tornò ai comandi di un aereo militare per l’ultima volta, volando su un cacciabombardiere F18 Hornet. Ilmari Juutilainen morì il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno il 21 febbraio 1999.