L’onda – capitolo secondo

La vite del pergolato
Maria si svegliò mentre albeggiava ed il chiarore portato dal sole incominciava ad illuminare le cime degli alberi e gli angoli delle rocce e delle case bianche, mentre il vento sbatteva ancora il mare anche se la tempesta pareva essersi consumata.
Sentiva il corpo intorpidito ed umido che giaceva affondato nella sabbia e con difficoltà si impose di aprire le palpebre e di muovere le mani anche se non riusciva a capire dove fosse.
Guardò avanti a sé e vide ancora tanta sabbia e i colori variopinti delle barche mentre udiva il mare che si infrangeva con colpi secchi e ritmici contro la battigia.
Poi finalmente si rammentò e si sentì smarrita al pensiero di avere trascorso lì tutta la notte sotto la furia della tempesta come un piccolo paguro incapace, nel momento del pericolo, di rannicchiarsi dentro alla propria conchiglia.
Non riusciva ad alzarsi e richiuse gli occhi cercando di recuperare un po’ di forze e poi finalmente si mise in piedi spingendosi forte in alto con le mani ancora seppellite nella sabbia molle e non ancora riscaldata dal sole mattutino.
Incerta sulle gambe si avviò lentamente verso casa e, mentre la pelle piena di sale e di ferite le bruciava e le procurava un dolore acuto e pungente, costeggiò il muretto della strada dietro al quale spuntavano piante di cappero inselvatichite e rovi mezzi seccati pieni però di more rosse e nere.
Dopo un breve tratto, si fermò ansante e stanca e poggiando lo sguardo per terra vide ai suoi piedi una lunga fila di formiche che si toccavano con frenesia le antenne e, con disciplina ed impegno, portavano e rotolavano enormi chicchi gialli.
Fin da piccola spesso restava ore ed ore a guardare questi insetti scuri, ai quali un destino negletto aveva carpito le ali, affascinata dal loro incessante lavorio rituale e dall’occulta regia di chi, certo dell’assenza di un anelito di ribellione, ne preordinava e ne dispensava a piene mani le fatiche.
Abbandonata poi la strada, Maria si inerpicò sul viottolo che, bordato da erbe inaridite e spinose e da grossi massi che ne delimitavano i confini, portava dritto dritto alla sua casa che, sempre più scrostata, odorava ancora di basilico ma aveva la vite del pergolato  ormai avvizzita.
Dalle travi non pendevano più né le trecce d’aglio né i pomodori dal colore rosso acceso e gli scuri delle finestre serrati accentuavano il grande senso di abbandono che aleggiava nell’aria. Prese la grossa chiave scura che si trovava dietro al vaso di prezzemolo e, aperta la porta, entrò senza accendere la luce elettrica.
Si diresse direttamente in camera da letto dove, cercando a tentoni sul comodino, afferrò il grande lume antico e una scatola dai disegni gialli e neri. Accese un fiammifero. Inizialmente la fiamma illuminò il muro creando una atmosfera lugubre e sinistra e piena di ombre ma poi il lume regalò un grande e tremolante fiotto di luce gialla che le rese intima ed sempre più familiare la stanza.
Maria si diresse verso il bagno spogliandosi, si buttò sotto alla doccia bollente e poi, per ritrovare un po’ della sua quotidianità, si contemplò per un attimo nello specchio ovale, attaccato al muro da una catenella dorata. Vide solo due guance consunte ed occhi sconosciuti simili a fessure che la scrutavano  e allora sospirando ritornò in camera da letto, tirò un cassetto del comò, che si aprì scricchiolando e cigolando, e scavando alla rinfusa con le mani trovò ed indossò una camicia da notte rosa che aveva le iniziali di sua nonna ricamate su una manica.
Si avviò quindi in cucina e si preparò del tè che versò dentro ad una delle vecchie tazze sbeccate che, allineate, troneggiavano attaccate a chiodi sopra all’antico focolare accanto al forno del pane ora chiuso da un solido coperchio di metallo ormai arrugginito.
Solo allora sentì bussare forte alla porta, non voleva aprire ma continuavano a picchiare forte, sempre più forte tanto che le sembrava quasi, forse perché le doleva assai la testa, che la casa rimbombasse ed ondeggiasse percossa dalle fondamenta ed allora si decise ed aprì.
Il vecchio stava immobile con i ciuffi di capelli quasi tutti bianchi che spuntavano dalla coppola a quadri grigi. La camicia azzurra era troppo abbondante per quel corpo scheletrito, i pantaloni scuri erano tenuti su da una curria ormai logora e consunta ed il viso scarno ed aggrinzato era incorniciato da un inizio di barba. Gli occhi la fissavano assenti ed un po’ spiritati.
“ Mastro Peppe che ci fate qua voi? ” esclamò incredula e sorpresa.
“ Ma tu chi sei che non ti conosco? ” rispose lui guardandola con sospetto e corrugando la fronte.
“ Come chi sono, sono Maria, sono Maria!” e si sentì scoraggiata ed esausta perché le sembrò che la mala sorte mostrandole lo stordimento del vecchio volesse sottolinearle tutte le miserie del mondo in un solo momento.
“Ah sì Maria, sei Maria. Volevo andare di buon’ora a vedere il mare arrabbiato ed incollerito con tutti gli uomini viventi in questa terra e non so perché ma sono finito qua e vorrei solo tornarmene a casa mia da mia moglie!” disse con un soffio di voce.
Lei lo fissò a lungo e poi gli afferrò la testa con entrambe le mani e lo baciò più e più volte sulle guance affilate perché quando il destino si accanisce con le persone inermi il cuore si riempie di pietà cristiana.
“Mastro Peppe, sedetevi che vi verso un po’ di tè nella tazza.” e Maria lo spinse sopra ad una sedia traballante.
“ Lascia stare, che tanto io non servo più a niente: ho tanto lavorato per tutta la vita ed ora non so più che fare e che farmene di me stesso. I figli sono tutti in America da tanto tempo e di loro mi resta solo l’arrivo ogni tanto di qualche lettera breve, che è sempre uguale, ed i miei nipoti, sangue del mio sangue, non li conosco neanche e neppure un discorso ho mai potuto fare con loro! Io e Concetta ci facevamo compagnia e la sera nel letto ci stringevamo forte la mano mentre cercavamo di farci venire quel sonno che ormai pareva più che altro un regalo del cielo. Ora lei non c’è più e la solitudine mi torce le budella e mi pare che un topo affamato mi rosichi dentro e vorrei tanto raggiungerla al più presto. Maria, ma che campo a fare oramai? ” e si portò una mano sugli occhi.
“Mastro Peppe, non so rispondervi perché non so nemmeno più perchè campo io ma posso dirvi che c’è tanta gente che vi vuole bene e ci sono tanti bei ricordi ai quali pensare! Vi ricordate di quella quieta sera di fine estate in cui, insieme a tanti amici, veniste qui a giocare a carte e poi venne dal cielo a grande velocità quel diluvio inaspettato e correndo dentro ci ritrovammo proprio qui in questa stanza e tutti, aspettando che spiovesse, cominciarono a fare i loro discorsi strani? “
Il viso del vecchio si schiarì e quella serata gli si parò davanti come fosse stata vissuta appena la sera prima e lui, chiudendo gli occhi, cominciò lentamente a parlare.
“ Io raccontai di quella volta in cui io e mio fratello più grande eravamo andati in campagna a fare fasci di legna ma avevamo preso un po’ a giocare e non ci accorgemmo che si era fatto scuro. Ci avviammo allora di buona lena verso casa quando improvvisamente comparve da lontano un uomo grande e grosso, quasi un gigante, che allungò una gamba e questa gamba divenne lunga lunga tanto che egli riuscì subito a scavalcare un enorme fossato. La paura ci prese subito al cuore e noi ci buttammo giù per il sentiero, così velocemente che neanche una lepre ci poteva pigliare, tanto che non so neanch’io come fu che non ci rompemmo tutte le ossa. Quando ci presentammo al cospetto di mio padre già pronto a darci una severa punizione per il ritardo, il colore delle nostre guance, il sudore che ci scolava dappertutto e l’incapacità di proferire parola, ci salvarono dalle scoppole e dalle legnate che ormai ci erano destinate.” Mastro Peppe ansimò per il discorso fatto tutto d’un fiato.
“E del racconto di Agnesina ve ne ricordate?” incalzò Maria.
“ E come no! Ma ora conta tu che mi piace pure stare ad ascoltare.” e poggiò il capo su un gomito che aveva abbandonato sulla tavola.
Maria gli prese una mano legnosa e gli accarezzò il dorso dal quale spuntavano grosse vene bluastre e si rammentò di quando, minuta ed elettrizzata, stava accovacciata sul grande letto ed ascoltava in silenzio, guardando in mezzo alle sbarre di ferro con gli occhi sgranati e qualche brivido addosso, tutte quelle persone che formavano uno strano presepe incantato.
La stanza aveva i muri completamente tappezzati e ricoperti da Crocefissi e da quadri raffiguranti i Santi mentre una piccola statua di Santa Rita con il saio marrone cucito a mano, che era stata messa sotto ad una spessa campana di vetro, le metteva soggezione appoggiata sopra ad un tavolino.
“Agnesina raccontò di quando, senza motivo alcuno e senza avvisaglia, morì la sua migliore amica Santuzza e di quanto non riuscisse a capacitarsene e a farsene una ragione perché erano sempre state inseparabili fin da piccole e crescendo, per farsi compagnia, andavano persino a lavorare assieme nei campi. Aveva pensato perciò, presa da immensa nostalgia, di tagliarle una ciocca di capelli quand’ella era già dentro alla bara e di conservarla chiusa in un fazzoletto in mezzo ai suoi vestiti pensando di tenersela così per sempre vicina. Ma un giorno salendo su per la montagna, improvvisamente Santuzza le si parò davanti agli occhi vestita di chiaro e, dondolandosi avanti e indietro sopra ad un ramo di ulivo, con voce supplicante e strascicata e gli occhi intrisi di lacrime, le chiese di restituirle i suoi capelli. Agnesina diventò bianca come il latte e restò ferma dov’era per lungo tempo perché i suoi piedi non ne volevano più sapere di muoversi mentre sentiva che dalla bocca le usciva pure un po’ di bava e forse forse si era fatta pure una pisciatina addosso.Quando finalmente riuscì a camminare, tornò a casa e si mise a letto per tre giorni con le lenzuola tirate sulla testa e solo dopo, accompagnata da alcuni parenti d’animo forte, riuscì a recarsi al camposanto. Mise la ciocca rubata sulla tomba dell’amica che da allora per certo trovò pace, là dove si trovava, perché mai più tornò a scantarla e ad impietrirla con il suo dolore.” terminò Maria sentendosi ancora qualche tremito addosso.
Mastro Peppe invece sorrise:” Ora me ne vado che mi sento troppo stanco e poi lasciamo alcuni di questi racconti da parte per un’altra volta così avremo ancora tante cose da ricordare!”.
Maria lo aiutò ad uscire. ” Aspettate, vi accompagno a casa.” lo pregò con tono accorato.
“ No, ora mi sento bene e me ne voglio tornare da solo.” rispose con orgoglio.
“Addio Mastro Peppe e state attento a non cadere”. Lo seguì con lo sguardo fin quando non vide dall’alto la coppola girare sulla strada e poi scomparire.
Ora il caldo faceva ormai assordare la vallata, le cicale parevano assai infuriate ed il mare verde in lontananza pareva brillare e tremolare sotto il sole che ormai alto nel cielo con malcelata indolenza lo stava a guardare.

 

 

 

 

12 pensieri su “L’onda – capitolo secondo

  1. La storia in un racconto lungo secondo me non deve delinearsi subito ma poco a poco.Inizialmente e più importante delineare i luoghi e le caratteristiche dei personaggi e poi la storia inizia a prendere forma.L, importante è che sia nella testa di chi la scrive.Se poi annoia vuol dire che non piace e basta.

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  2. come promesso, eccomi ^_^
    è presto per esprimere un mio parere sul racconto, al momento mi lascio solo trasportare.
    però, se posso permettermi, ti vorrei dire un – chiamiamolo controsenso – che mi è saltato all’occhio:
    è scritto
    “Ah sì Maria, sei Maria. […] vorrei solo tornarmene a casa mia da mia moglie!”
    ma più sotto, a proposito di Concettina (che penso sia la moglie) leggo:
    “Ora lei non c’è più e la solitudine mi torce le budella e mi pare che un topo affamato mi rosichi dentro e vorrei tanto raggiungerla al più presto.”

    Non so ma sta cosa mi ha lasciato un dubbio… che non ho dissipato nelle righe successive. Riuscirò a trovare la quadra più avanti? 😉

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  3. È rappresentato lo stordimento del vecchio che fluttua fra momenti di realtà e momenti di irrealtà. Il padre di una mia amica a volte la riconosceva subito quando andava a trovarlo, a volte le chiedeva chi fosse.E i momenti si alternavano anche nel corso di una stessa visita. La trama non è la classica cuore, amore e sesso.

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  4. Comunque si il vecchio voleva andare verso il mare ma in preda alla confusione totale prende una stradina che sale e finisce a casa di Maria.Addirittua non la riconosce e pensa di voler tornare a casa da sua moglie che invece è morta.Maria riesce a farlo riprendere perché lo accoglie con affetto e gli riporta alla memoria pezzi e ricordi di vita vissuta.

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  5. Sì lo avevo immaginato, giuro ^_^
    sai cosa mi ha fregata? l’idea che “stordimento” significa un malessere non dovuto a cause psicofisiche invadenti (tipo anche solo la demenza senile) . E niente, sono figlia di un medico e se cose le sento e risento.
    ti prego di perdonarmi ^_^

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    • Cat, i racconti magici che sono inseriti nel testo sono veri, li sto solo riportando.Una volta le visioni collettive erano frequenti e venivano raccontate solo in momenti particolari in cui si creava la giusta atmosfera.

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      • lintriganteee!!
        dai, dai… continua con gli altri episodi. Ho già detto a WP di mandarmi le mail quando po d ti un pezzo, così non me li perdo 😉
        E, se non mi vedi subito qui a leggere, aspettami che tanto poi arrivo, ci puoi giurare ^_^

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