Mentre la banda suonava

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L’ispettore Lawrence Donovan, avvolto nella veste da camera, si trova sprofondato nella molle poltrona posta davanti al caminetto e, contemplando la fiamma scoppiettante e calda, ripensa a quel giorno di fine marzo di tre anni addietro quando una chiamata improvvisa e concitata gli aveva fatto cadere dalle mani la cornetta del telefono.

Era la primavera del 1894 e tutta Londra, in particolare gli ambienti più alla moda di quei tempi, erano rimasti colpiti e sconvolti dall’assassinio di Lord Edward Brown. Era accaduto subito  dopo l’ora del tè mentre il tempo, imprevedibile e capriccioso come sempre,  regalava gli ultimi brevi sprazzi di luce che foravano il cielo coperto di nuvole rendendo tutti ancora più ombrosi ed infreddoliti.

Si era precipitato di corsa in carrozza alla villetta vittoriana in cui era stato rinvenuto il cadavere di Lord Brown che era fra i personaggi più ammirati negli aristocratici salotti londinesi.

Il cadavere giaceva scomposto per terra nella sua camera da letto sopra ad un lussuoso tappeto di forgia orientale. La giacca ed il gilet profilati di raso erano intrisi di sangue ed il viso, raggrinzito in una smorfia sbilenca, sembrava raccontare lo stupore che l’uomo doveva aver provato per quella mano che aveva deciso, senza alcun preavviso, la sua morte cruenta e prematura. La nera bombetta era rotolata per terra ed era finita sotto ad una poltrona. Anch’essa ormai aveva un aspetto spettrale e desolato.

Il colpo mortale era stato inferto direttamente al cuore e Lord Brown, che volgeva le spalle al suo assassino, era stato evidentemente colto di sprovvista mentre, come ogni sera, si stava accuratamente preparando per recarsi al suo club esclusivo per  bersi un generoso bicchierino di ottimo sherry.

Questa abitudine era anche una preziosa occasione per intavolare quelle solite quattro chiacchiere che, benchè prive di alcuna sostanza, riteneva indispensabili per rafforzare i legami con la sua cerchia di amicizie facoltose ed intrise dell’odore di quel denaro di cui si sentiva sempre più avido e mai pago.

Immobile nell’ingresso del salotto della casa, Lady Constance Brown fissava l’ispettore con sguardo dolce e smarrito. Il suo abito, chiuso attorno al collo con le maniche lunghe e le spalle cadenti, era privo di tutti quei drappeggi di pizzo e tulle che da tempo andavano tanto di moda fra le dame più eleganti e licenziose. Il volto mesto e cereo facevano risaltare il suo aspetto che appariva fragile ed arrendevole.

La moglie perfetta ed ideale, l’angelo del focolare lontano dalla corruzione della città e quindi la più appropriata per un uomo inquieto, appariscente e notoriamente vanesio come Lord Brown. Solo i capelli rossi scomposti e le pallide labbra tremanti facevano trasparire la passione ed il dolore che la laceravano dentro.

L’ispettore la contemplò commosso mentre udiva aleggiare in lontananza la musica allegra di una banda che suonava, probabilmente, sotto ad un gazebo in qualche parco non troppo distante.

Gli agenti di Scotland Yard si accingevano intanto a portare alla sede centrale Mary Butler la piccola e giovane cameriera, dagli occhi cerulei, arrivata pochi anni prima a Londra dal lontano e gelido Yorkshire.

Non volendo divenire una donna perduta, ella aveva deciso di combattere la propria miseria e, affamata ma pronta a sobbarcarsi ogni fatica, aveva trovato lavoro come domestica nell’agiata dimora dei signori Brown.

Aveva confessato subito la propria infamia e, torcendosi le mani arrossate dai troppi bucati, aveva tra i singhiozzi raccontato di aver pugnalato il padrone per i ripetuti rimbotti e riproveri che le rivolgeva. Era solito inoltre insultarla ed i suoi nervi fragili avevano ceduto, senza volere, improvvisamente.

Prima che gli agenti la scortassero fuori Lady Constance, dando prova di grande misericordia, la abbracciò pietosa per darle un ultimo conforto e riuscì a sussurrarle nell’orecchio:

“Mia cara, hai creduto veramente che in cambio del tuo sacrificio avrei allevato il vostro piccolo bastardo? Ora avete avuto entrambi quello che vi meritate!”.

La piccola Mary di colpo si accasciò svenuta tra le braccia del baffuto sergente Burton che, fuori forma e con i riflessi poco pronti, a mala pena riuscì ad afferrarla.

L’ispettore Donovan, assorto e pensieroso mentre continua a fissare sbadatamente come consuetudine la fiamma del camino,  stiracchia i piedi avvolti nelle calde pantofole e poi addenta una gustosa focaccina cosparsa di miele. Pensa, ancora adesso, che pagherebbe un penny per sapere che cosa avesse detto a Mary la dolce e compassionevole Lady Brown.

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