I popoli che vogliono restare isolati

Una mappa delle tribù incontattate del governo brasiliano.

Nell’Amazzonia brasiliana abitano più tribù isolate che in qualunque altra regione del mondo e questi gruppi  sarebbero almeno 100. La loro decisione di non stabilire contatti con le altre tribù e gli esterni è quasi certamente il risultato dei disastrosi rapporti precedenti e del reiterarsi delle invasioni e della distruzione della loro foresta.

Per esempio i gruppi  che vivono nello stato di Acre sono probabilmente i sopravvissuti all’epoca del boom del caucciù, durante la quale molti furono ridotti in schiavitù. È probabile che i sopravvissuti siano fuggiti risalendo i fiumi ma i ricordi delle atrocità commesse contro i loro antenati potrebbero essere ancora molto forti.

Questi gruppi vogliono rimanere isolati e rispondono agli esterni e agli aerei che li sorvolavano scoccando contro di loro delle frecce o nascondendosi nel folto della foresta. Alcuni, come gli Awá, sono cacciatori e raccoglitori nomadi, si spostano costantemente e sono in grado di costruire una casa in poche ore per poi abbandonarla dopo qualche giorno.

Altri gruppi sono più sedentari, vivono in case comunitarie, coltivano manioca e altre piante nelle radure ricavate nella foresta e praticano caccia e pesca. Nello stato di Acre potrebbero esserci fino a 600 persone appartenenti a quattro differenti gruppi.

Gli uomini  isolati del territorio di Massacó, in Rondônia, potrebbero essere invece circa 300 e utilizzano archi e frecce molto grandi tanto che  è stato trovato un arco di oltre 4 metri. Questi archi sono molto simili per stile e dimensione a quelli della tribù dei Sirionó che vivono nella confinante Bolivia. Amano mangiare tartarughe perché in alcuni campi abbandonati sono stati trovati tumuli di gusci.

Tuttavia, altri gruppi sono giunti al limite dell’estinzione e vivono dispersi principalmente negli stati di Rondônia, Mato Grosso e Maranhão e sono i sopravvissuti ai brutali furti di terra compiuti da compagnie del legname, allevatori e altri invasori, che hanno preso di mira e assassinato molti dei loro famigliari. Una grave minaccia viene per loro dai progetti di costruzione di una gigantesca diga e di una strada, come previsto dal “programma di crescita accelerata” (PAC) del governo.

Le tribù isolate sono tutte estremamente vulnerabili a malattie come l’influenza o il comune raffreddore trasmessi dagli esterni, contro cui non hanno difese immunitarie e il rischio di ammalarsi costituisce per loro un buon motivo per evitare il contatto. Spesso succede che il 50% di una tribù venga annientata da malattie come il morbillo e l’influenza nell’anno che segue il primo contatto. La popolazione dei Matis è una di quelle che si sono dimezzate dopo il primo contatto.

Il loro isolamento non significa però che siano gruppi sconosciuti o che restino immutati nel tempo in quanto le loro culture e i loro stili di vita evolvono continuamente adattandosi ai cambiamenti circostanti. Molti gruppi hanno contatti occasionali, a volte ostili, con le tribù vicine.

Alcune tribù contano ormai pochi membri, esiste un gruppo che i suoi vicini, gli Indiani Gavião, chiamano Piripkura, cioè il “popolo farfalla” alludendo al modo con cui si spostano continuamente nella foresta. Parlano il tupi-kawahib, una lingua condivisa da numerose tribù del Brasile.

Quando furono contattati per la prima volta alla fine degli anni ‘80, i Piripkura contavano circa 20 individui. Dopo il contatto ritornarono nella foresta e, da allora, sono stati ristabiliti dei rapporti solo con tre membri della tribù. Nel 1998, due uomini Piripkura, Mande-í e Tucan, uscirono dalla foresta spontaneamente. Uno di loro era malato e venne ricoverato in ospedale.

Durante il breve periodo della malattia, l’uomo raccontò la sua storia e quella del suo popolo, che poco tempo prima era più numeroso ma fu poi massacrato dai Bianchi. Lui e il suo compagno cominciarono così a spostarsi da soli nella foresta sopravvivendo di caccia, pesca e raccolta.

Un’altra tribù che appartiene al gruppo dei Kawahiva anni fa era composta da una cinquantina di persone, ma oggi potrebbero essere di meno. Si pensa che abbiano smesso di avere figli perché costretti costantemente alla fuga dai tagliatori di legno e da altri invasori. Essendo sempre in movimento, non possono coltivare la terra e devono dipendere unicamente da caccia e pesca.  Le loro foreste sono costantemente invase dalle compagnie del legname, molte delle quali operano da Colniza, una delle città di frontiera più violente del Brasile in una delle regioni più deforestate dell’Amazzonia.

Nella valle Javari, lungo il confine tra Brasile e Perù, abitano sette popoli contattati e circa sette gruppi incontattati. Uno di questi gruppi, i Korubo, sono conosciuti nella zona come “caceteiros’ o “uomini clava” a causa dei grandi bastoni che utilizzano per difendersi. Esiste un gruppo di 30 Korubo che si erano separati dal gruppo principale che vive tutt’ora isolato evitando qualsiasi contatto con i gruppi che lo circondano.

Questi  popoli devono avere il diritto di decidere se vivere isolati oppure no e pertanto è necessario che la loro terra, cui hanno diritto secondo la legge nazionale e internazionale, sia protetta. Dovrebbero poter vivere in pace, liberi dalla paura dello sterminio e di contatti devastanti.

2 pensieri su “I popoli che vogliono restare isolati

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