Sibilla Aleramo e “el matt”.

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Marta Felicina Faccio detta “Rina” (Alessandria 1876 – Roma 1960) era il vero nome della poetessa e scrittrice Sibilla Alberami. Figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta Cottino, casalinga, era la maggiore di quattro fratelli. Visse a Milano fino a quando la famiglia si trasferì a Civitanova Marche , dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale

La sua vita si incrociò con la follia già a partire dal 1889 quando, ancora adolescente, assistette al tentativo di suicidio della madre che si gettò dal balcone di casa perché malata di depressione.

La quindicenne Rina fu poi violentata da Ulderico Pierangeli, un impiegato della fabbrica diretta da suo padre dove lavorava anche lei come contabile e rimase incinta. Fu costretta ad un matrimonio riparatore anche se perse il bambino. Rimase così intrappolata con un marito che non amava e in una cittadina della quale non sopportava il provincialismo. Nel 1895 Rina credette di trovare sollievo nella nascita del figlio Walter ma poi tentò, come la madre, di togliersi la vita.

Dal 1897 riuscì però a pubblicare i suoi primi articoli nella Gazzetta letteraria, ne L’Indipendente, nella rivista femminista Vita moderna e nel periodico, di ispirazione socialista, Vita internazionale.

Rina si impegnò nella lotta femminista cercando di costruire sezioni del movimento delle donne e partecipando anche a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione. Nel 1899 le fu affidata, dopo il trasferimento a Milano per via del nuovo lavoro del marito, la direzione del settimanale socialista L’Italia femminile e  iniziò una relazione con il poeta Guglielmo Felice Damiani.

Dovette tornare a Civitanova, dove suo padre aveva lasciato la direzione della fabbrica a suo marito, ma nel 1902, per la difficoltà dei rapporti familiari e l’insofferenza per il luogo, decise di abbandonare marito e figlio e si trasferì a Roma. Si legò a Giovanni Cena che le suggerì sia il suo nuovo pseudonimo Sibilla Aleramo, preso da un verso di Carducci, sia la scrittura del romanzo Una donna.

Questo libro, pubblicato nel 1906, divenne un  manifesto femminista ma Sibilla dopo pochi anni fuggì però da Cena e dal movimento femminista che riteneva troppo immobile. L’amore restava per lei al primo posto e rincorreva quello effimero, vorace, vizioso e lussurioso. Ebbe una relazione omosessuale con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti e poi altre con Giovanni Papini, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo, Raffaello Franchi.

Nel 1916 incontrò Dino Campana, il poeta al quale sconvolgerà del tutto il già precario equilibrio mentale. Lei aveva quarant’anni, lui trenta e infuriava la Grande Guerra.  Campana non era al fronte ufficialmente per  una nefrite, ma in realtà  per la malattia mentale che gli è stata diagnosticata appena quindicenne, causata dalla sifilide. A Marradi, il paesino dell’Appennino tosco emiliano in cui era cresciuto, lo chiamavano tutti “el matt”.

Si accese subito un amore pericoloso, violento, passionale e devastante che sfociava spesso in urla e nella violenza fisica. Campana, anche perchè colmo di gelosia per i  numerosi amanti di lei, approdò infine alla completa follia.

Quando le cose precipitarono Sibilla lo accompagnò da uno psichiatra  e nel 1917 lui entrò in ospedale per curarsi ma quando stette meglio andò a cercarla. Lei si spostava  da una città a un’altra, accentuando la disperazione di lui.

Nel 1918 Campana venne internato in manicomio dove rimase fino alla morte avvenuta nel 1932. Lei non lo cercò e continuò a cercare l’amore. Nel 1936 si unì  allo studente Franco Matacotta, di quarant’anni più giovane di lei, a cui rimase legata per 10 anni fino a quando lui si sposò.

Nel 1946, finita la guerra, si iscrisse al PCI e iniziò una intensa attività di impegno politico e sociale, fece lunghi viaggi nei paesi dell’Est e collaborò  con Case del Popolo e circoli ricreativi. Nel 1947 pubblicò tutte le sue poesie nel volume Selva d’amore, a cui seguì, nel 1956, la raccolta: Luci della mia sera. Morì a Roma nel 1960 dopo una lunga malattia.

La scrittrice aveva rivisto il figlio solo trent’ anni dopo averlo lasciato anche perchè lui si era sempre rifiutato di incontrarla dicendo: ”della mamma avevo bisogno quand’ero piccolo”. Le scrisse una volta sola per informarla della morte del padre e  nel 1933 ci fu un incontro tra i due che lasciò Sibilla delusa e amareggiata. Si rividero nel 1947 e poi nel 1860 in ospedale il giorno della  sua morte.

Sibilla, bellissima ed erudita, non aveva mai tenuto conto delle regole sociali e l’amore era stata la forza motrice della sua esistenza. L’amore più intenso era stato quello provato per Dino Campana perchè il sentimento travolgente che cercava non avrebbe potuto darglielo nessun intellettuale da salotto ma solo un giovane poeta barbaro, forse inconsapevole della sua genialità

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