Il tragico destino di Rosemary Kennedy

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Rosemary era la terza figlia e prima femmina dei coniugi Kennedy,  su un totale di nove, e pochi hanno visto il suo volto perché è stata sempre tenuta nascosta e alla fine sottoposta a lobotomia anche se non era disabile ma aveva solo un lieve ritardo mentale dovuto al fatto che alla nascita il dottore arrivò in ritardo causando al feto un deficit di ossigeno.

Rosemary era lenta nei movimenti, alcune azioni non era in grado di farle, la lettura e la scrittura le risultavano molto difficili e scriveva da destra verso sinistra. A scuola non interagiva con i compagni e le uniche persone con cui si mostrava affettuosa erano i fratelli Joseph e John.

Il padre, Joe Kennedy, si rivolse ad una dottoressa di fiducia che gli  consigliò l’ internamento di Rosemary e nessuno si oppose alla decisione del padre di sottoporla anche ad una lobotomia frontale  voluta per gli sbalzi di umore della figlia e per la sua condotta sessuale libera e disinvolta. L’intervento ridusse Rosemary a uno stato vegetativo, divenne incontinente e trascorreva ore a fissare le pareti.

Le motivazioni per cui una persona a quei tempi veniva sottoposta alla lobotomia erano molto varie. Non solo era praticata agli individui con ritardi mentali o schizofrenie ma bastava avere dei comportamenti non accettati per ricevere il mandato di internamento. Probabilmente tutti i bambini che oggi presentano deficit di attenzione e iperattività sarebbero stati lobotomizzati. La lobotomia fu vietata solo nel 1950, quando ormai migliaia di persone erano già state ridotte ad uno stato vegetale.

Rosemary Kennedy aveva solo 23 anni e dopo l’operazione fu trasferita in decine di case di riposo e manicomi. Le visite dei familiari si fecero sempre più rade fino a quando poi nessuno andò a trovarla. Inoltre nella clinica gli altri pazienti venivano portati al cinema o in città durante la settimana, ma non lei. Rosemary Kennedy morì nel 2005 all’età di 86 anni, dopo essere rimasta sola per quasi 60 anni.

Gli occhi di Johanna Bonger sulla “poesia” di Vincent van Gogh

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Johanna Bonger cognata del pittore Vincent van Gogh, riuscì a trasformare le centinaia di opere sconosciute del cognato morto suicida in capolavori ammirati in tutto il mondo e la tragica vita di Vincent in una leggenda. Johanna a ventisette anni sposò Theo van Gogh e presto capì di averne sposato anche il fratello Vincent. Theo aiutava finanziariamente Vincent e a lui era unito da un fortissimo legame psicologico tanto da morire sei mesi dopo di lui, prostrato dal dolore e folle forse anche per la sifilide.

A Johanna rimasero il figlio neonato Vincent, centinaia di dipinti del fratello pittore e le innumerevoli lettere che i fratelli si erano scritti nel corso della vita. La vedova di Theo era nata in una agiata famiglia di Amsterdam, aveva studiato a Londra dove  si era appassionata ai poeti romantici come Shelley e conosceva diverse lingue. Cominciò a catalogare i quadri dell’artista, ad organizzare a proprie spese esposizioni delle sue opere e nel 1914 pubblicò il primo volume dell’epistolario. In questa attività valorizzo’ nei quadri di Vincent il lato solare, la luce dell’arte che rischiarava e riusciva a riscaldare  anche la sua esistenza.

Dopo il  rientro in Olanda Johanna aprì una locanda vicino ad Amsterdam e fece di tutto affinchè la pittura di Vincent avesse il riconoscimento che meritava. La disattenzione del marito Theo per la loro relazione, le sue frequentazioni dei cabaret, delle prostitute e la sua abitudine all’alcol non le avevano  lasciato rancori anzi in lei prevaleva il sentimento di ammirazione per la poesia che le sembrava di scorgere in quei dipinti e in quelle lettere.

Dedita a questo scopo, la vita di Johanna fu ricca e piena così come lo fu quella del figlio Vincent, che lei riuscì a strappare alla sfortunata sorte del padre e dello zio. Egli divenne Ingegnere, girò il mondo e nel 1962 donò alla Fondazione van Gogh le opere ereditate dalla madre con l’intento che la collezione non andasse dispersa, dando così di fatto avvio al futuro Museo van Gogh, dove fino alla sua morte, che avvenne nel 1978, riceveva lui stesso i visitatori.

Il mistero sullo scrittore noir Edgar Allan Poe

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Edgar Allan Poe nacque il 19 gennaio 1809 a Boston e, rimasto presto orfano di entrambi i genitori, fu adottato dalla famiglia Allan. Si dedicò completamente alla carriera letteraria ed è stato scrittore, poeta, critico letterario, giornalista, editore e saggista. Poe è stato anche l’iniziatore del racconto poliziesco, della letteratura dell’orrore e del giallo psicologico ma fu costantemente inseguito dai debiti e distrutto  dalla depressione e dall’alcool tanto da morire a soli quarant’anni nel 1849 a Baltimora.

La sua stessa morte è avvolta dal mistero poichè pochi giorni prima era stato notato aggirarsi in stato confusionale fra i pub della città. Delirante, con abiti logori e in grande disordine, Poe fu condotto in un ospedale per poveri dove morì di lì a poco. La causa della morte non fu mai chiarita e tutti i documenti ospedalieri andarono persi ma si vociferava di colera, di rabbia, di suicidio tramite un’overdose di laudano che era un oppiaceo comune all’epoca per curare la depressione, ma la causa più plausibile fu l’abuso d’alcool.

 

Il vero mistero legato alla morte di Edgar Allan Poe riguarda però la sua tomba. Dopo una poverissima cerimonia a cui parteciparono pochi lontani parenti, Poe fu sepolto  nel cimitero Westminster di Baltimora. La lapide originale, che andò distrutta in un incidente a seguito del deragliamento di un treno, fu sostituita da un’umile insegna in arenaria con la sola scritta “No. 80” e solo nel 1875 il corpo fu trasportato sotto a un monumento costruito grazie a donazioni pervenute da ogni parte degli Stati Uniti. Nel 1913 per  segnalare il luogo originario di sepoltura,fu aggiunta una lapide che però fu messa in un punto sbagliato.

Dagli anni Trenta del ‘900, iniziò la leggenda del cosiddetto “Poe Toaster” , termine che può essere tradotto con “Colui che brinda a Poe”, perchè  alcuni testimoni iniziarono a vedere una misteriosa figura di uomo, vestito di nero con un cappello a tesa larga e con una sciarpa bianca, che ogni 19 gennaio, data di nascita dello scrittore, si presentava alla sua tomba e gli dedicava un brindisi con un bicchiere di cognac. Dopodiché depositava la bottiglia col cognac rimasto, insieme a tre rose e spariva nel nulla fino all’anno dopo.

L’uomo a volte lasciava alcuni messaggi che erano semplici segnali d’affetto come «Edgar, non ti ho dimenticato». Nel 1993, invece, scrisse «La torcia è passata di mano», alludendo al fatto che l’incarico era stato trasmesso a un’altra persona più giovane. In un successivo biglietto nel 1999 venivano confermati la morte della prima persona ed il passaggio del compito a «un figlio».

Alcuni storici considerano il secondo “Toaster” come una persona meno fedele alla tradizione del primo, tanto che nel 2010 – a un anno esatto dal bicentenario della nascita di Edgar Alla Poe –  nessuno si presentò più a rendere omaggio sulla tomba dello scrittore. In seguito ci furono degli impostori che provarono a emulare il rito ma solo nel 2015 la Maryland Historical Society selezionò un nuovo anonimo a cui affidare il compito.

Nonostante alcuni testimoni avessero tentato di fermare il secondo “Toaster” all’uscita del cimitero, nessuno riuscì mai a rivelare l’identità degli individui che si sono nascosti dietro a questo rituale. ll mistero sul brindisi e sulle rose di Edgar Allan Poe non sarà probabilmente mai svelato.

Il ghetto di Roma ed il rastrellamento del 1943

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A Venezia si istituì per la prima volta, il 29 marzo 1516, un luogo destinato ad “ospitare” gli Ebrei. Il Senato della Serenissima deliberò che gli Ebrei di diverse contrade cittadine si trasferissero nell’area conosciuta dai veneziani come il Ghetto, da geto de rame, per l’abitudine di buttare in quel luogo disabitato gli scarti di rame delle vicine fonderie. Quel nome, ghetto, divenne, poi  sinonimo di recinto, di area in cui gli Ebrei di diverse città europee saranno costretti a vivere.

Il 15 luglio 1555 papa Paolo IV  emanò la bolla Cum nimis absurdum con la quale vennero istituiti nel territorio pontificio diversi ghetti. Inoltre  il Papa stabiliva rigide norme per gli Ebrei fra cui l’obbligo di vendita di tutte le proprietà, di indossare un distintivo di colore grigio, di svolgere solo mestieri quali quello di stracciarolo e robivecchi, di non avere servitù cristiana, di non familiarizzare con i cristiani e, per i medici ebrei, il divieto assoluto di curare i cristiani .

A Roma il luogo destinato a rinchiudere gli Ebrei fu localizzato nel rione Sant’Angelo visto che in quell’area già da molto tempo abitava la maggioranza dei Giudei romani. La presenza a Roma degli Ebrei risale al II secolo a.C. e inizialmente abitavano a Trastevere e qui vi rimasero per diversi secoli. Intorno al 1100, però, la comunità israelitica iniziò ad abbandonare questo rione per la più comoda Isola tiberina e le aree site nell’ansa a sinistra del Tevere.

L’area, compresa tra il fiume e Sant’Angelo in Peschiera, tra San Tommaso a Monte Cenci e San Gregorio al Ponte Quattro Capi, oggi conosciuto come San Gregorio della Divina Pietà, venne cinta da mura che avevano solo tre porte di ingresso. Poco più di un ettaro di terreno che era già insufficiente per gli Ebrei residenti.

La vita in quel territorio, penalizzato anche dalla vicinanza del Tevere, che provocava disastrose e periodiche piene,  fu difficile e alle difficoltà quotidiane si aggiunsero anche le prediche coatte.

Tale pratica che aveva le radici nella Spagna di metà Duecento,  fu istituzionalizzata nel 1278 da papa Niccolo III che autorizzava gli appartenenti agli ordini mendicanti, domenicani e francescani, a tenere predicazioni destinate ad “illuminare le menti ottenebrate” degli Ebrei.

A Roma queste prediche venivano tenute il sabato, il giorno di festa per gli Ebrei che venivano radunati negli spazi antistanti la chiesa di San Gregorio o, in seguito, davanti al Tempietto del Carmelo in piazza Costaguti.

Il  ghetto di Roma, dopo i brevi periodi di dominazione francese, fu definitivamente “aperto” sul finire dell’Ottocento, all’indomani della Breccia di Porta Pia. Nonostante ciò molti Ebrei decisero di rimanere a vivere nel rione anche nel periodo dell’occupazione nazista.

Sabato16 ottobre 1943, oltre 300 soldati delle SS rastrellarono 1.024 Ebrei, principalmente dall’antico ghetto, nonostante le rassicurazioni tedesche pervenute all’indomani della consegna di 50 chili d’oro da parte degli Ebrei romani, per “comprare” la loro salvezza.

Di quegli oltre mille Ebrei, fra cui oltre duecento bambini, solo 16 tornarono dai  campi di sterminio e fra questi una sola donna di nome Settimia Spizzichino.

Il veliero Amerigo Vespucci: «Non chi comincia ma quel che persevera»

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Il veliero Amerigo Vespucci fu costruito dalla Marina Militare Italiana per sostituire l’omonima nave scuola  che fu posta in disarmo nel 1928 e poi ormeggiata nel porto di Venezia per essere adibita ad asilo infantile, riservato agli orfani dei marinai.

Il Vespucci fu progettato insieme al Cristoforo Colombo dall’ ingegnere Francesco Rotundi, direttore dei Regi cantieri navali di Castellamare di Stabia, riprendendo i progetti del veliero Monarca, che era stata  l’ammiraglia della Real Marina del Regno delle Due Sicilie.

La nave-scuola fu varata il 22 febbraio 1931 con il  compito di affiancare la nave Cristoforo Colombo nell’attività di addestramento degli allievi ufficiali con crociere addestrative nel Mediterraneo e nell’Atlantico; al termine della seconda guerra mondiale, per l’effetto degli accordi internazionali, la Cristoforo Colombo dovette essere ceduta insieme ad altre unità all’URSS, quale risarcimento dei danni di guerra.

Attualmente l’Amerigo Vespucci è la più anziana nave della Marina Militare ancora in servizio. Il motto della nave, ufficializzato nel 1978, è «Non chi comincia ma quel che persevera» ed esprime la sua vocazione alla formazione e all’ addestramento dei futuri ufficiali della Marina Militare.

In crocera d’istruzione si è recata in Nord Europa 37 volte, 20 in Mediterraneo, 4 in Atlantico Orientale, 7 in Nord America, 1 in Sud America e 1 circumnavigando il Globo. Oltre all’addestramento, in particolare nell’ultimo decennio, ha spesso avuto il compito di ambasciatore sul mare dell’arte, della cultura e dell’ingegneria italiana,

In occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960 l’Amerigo Vespucci ha trasportato via mare la fiamma olimpica dal Pireo a Siracusa. Ha partecipato nel 2000 alla Tall Ships’ Race, la competizione che mette a confronto le Tall Ship, i velieri ad alti alberi delle navi scuola di tutto il mondo, percorrendo in sei mesi oltre 10.000 miglia ed arrivando  seconda.

Il veliero è lungo 101 metri, è largo 15,56 metri e può raggiungere la velocità di 10 nodi. Oltre ai motori ha una superficie velica di 2.635 mq su 24 vele quadre e di straglio, possiede una alberatura su 3 alberi e bompresso con albero di maestra (54 metri), trinchetto (50 metri) e mezzana (43 metri), possiede inoltre 11 imbarcazioni di supporto per l’addestramento e per i servizi portuali.

Le vele sono in tela naturale olona, le cime ancora tutte di materiale vegetale e le manovre vengono rigorosamente eseguite a mano; ogni ordine a bordo viene impartito dal comandante, tramite il nostromo con il fischietto; l’imbarco e lo sbarco di un ufficiale avviene con gli onori al barcarizzo (l’apertura del parapetto di una nave, attraverso la quale si accede al ponte dall’esterno, mediante una scala o una passerella) a seconda del grado dell’ospite.

Nel corso della sosta lavori effettuati dal 24 ottobre 2013 al 23 aprile 2016 presso dell’Arsenale militare marittimo di La Spezia il veliero  è stato sottoposto ad  importanti manutenzioni ed ammodernamenti. In occasione della campagna addestrativa del 2017, la nave è tornata a solcare l’oceano Atlantico dopo 17 anni, raggiungendo il Canada e gli USA.

L’equipaggio è composto da 14 ufficiali, 72 sottufficiali e 190 sottocapi e comuni. Nei mesi estivi imbarca anche circa 140 allievi del primo anno di corso dell’ Accademia navale di Livorno,  per un totale di circa 470 persone.

I cognomi russi

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Diffusione Cognome
1 Smirnov
2 Ivanov
3 Kuznetsov
4 Popov
5 Sokolov
6 Lebedev
7 Kozlov
8 Novikov
9 Morozov
10 Petrov
11 Volkov
12 Solovyov
13 Vasilyev
14 Zaytsev
15 Pavlov
16 Semyonov
17 Golubev
18 Vinogradov
19 Bogdanov
20 Vorobyov

In Russia i cognomi hanno fatto la loro comparsa nelle classi alte intorno al XVI secolo, mentre tra i contadini alla fine del XIX secolo, dopo l’abolizione della servitù della gleba. I cognomi russi terminano in “ov”, “ev” o “in” che significano ” figlio di”, poi questo primo cognome ha cominciato ad indicare la famiglia della persona mentre per dire chi fosse il padre si iniziarono a utilizzare i patronimici: Vasilij Ivanovich Popov ad esempio, è figlio di Ivan della famiglia dei Popov.

I cognomi russi più  diffusi sono Smirnov che rappresenta l’1,8% di tutta la popolazione e Ivanov l’1,3%. Sono molto diffusi i cognomi che si sono formati a partire da nomi di animali come, ad esempio, Medvedev (orso), Volkov (lupo), Sobolev (zibellino) ,Kozlov (capra), Baranov (montone), Bykov (toro), Kotov (gatto). Sono frequenti anche i cognomi che derivano da nomi di uccelli: Sokolov (falco), Golubev (piccione), Vorobiev (passero), Orlov (aquila), Sorokin (gazza), Zhuravlev (gru), Petukhov (gallo), Drozdov (merlo).

La maggior parte dei cognomi russi inoltre cambia al femminile con l’aggiunta della lettera “a” (Ivanova, Sorokina), qualora terminino in “-skij”, cambiano in “-skaja” (Moskovskaja). Le desinenze “-ich” e “-ko”, invece, sono identiche sia nella variante femminile che maschile, e nella variante femminile rimangono invariate nei vari casi delle declinazioni russe.

I cognomi stranieri inoltre vengono adattati e così i cognomi orientali vengono spesso russificati (Ali, ad esempio, diventa Aliev), mentre in Lettonia a tutti i cognomi si è soliti aggiungere la desinenza “s” per cui il cittadino lettone Ivanov nei suoi documenti ufficiali risulta Ivanovs.

I cognomi in Spagna

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In Spagna l’identità anagrafica delle persone è composta da un prenome, semplice o composto, seguito da due nomi di famiglia o cognomi. Il primo cognome è, di consueto, il primo cognome del padre e il secondo è il primo cognome della madre, anche se oggi i genitori spagnoli possono decidere di invertire l’ordine dei cognomi alla nascita. La prassi è però quella di usare normalmente soltanto il nome ed il primo cognome, mentre il nome completo è usato in ambiti legali e  formali

Attualmente quindi in Spagna le persone portano un solo prenome singolo o composto, denominato nombre, e due cognomi o apellidos; il prenome composto  è formato da due o più nomi singoli ed è considerato  un nome unico anche se in altri paesi di lingua spagnola può essere interpretato con due nomi distinti e separati es: Juan e Pablo.

Una legge del 1999 ha permesso di scegliere l’ordine dei cognomi da assegnare ai figli, a condizione che sia mantenuto tale per ogni fratello e sorella, e dal 2013, se i genitori non giungono ad un accordo sull’ordine dei cognomi da assegnare alla propria prole, tale compito spetta ad un funzionario incaricato.  Ogni cognome può altresì essere composto da più elementi, collegati dalla congiunzione y o e, dalla preposizione de o da un trattino.

Il caso del bambino ebreo Edgardo Mortara

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Edgardo Levi Mortara nato il 27 agosto 1851 a Bologna fu battezzato, all’insaputa dei suoi genitori ebrei, da Anna Morisi domestica cattolica di quindici anni che lo riteneva a rischio di morte imminente a causa di una malattia ritenendo che se fosse morto sarebbe finito nel limbo. Le leggi vigenti nello Stato Pontificio prevedevano l’obbligo di impartire un’educazione cattolica a tutti i battezzati e il bambino fu strappato alla famiglia per cui Edgardo fu educato in un collegio cattolico.

Il “caso Mortara” divenne ben presto uno scandalo internazionale anche se alcuni sostengono che dietro vi fosse la mano di Cavour che voleva nuocere allo Stato pontificio e i cattolici francesi di Napoleone III in favore del Piemonte

La sera del 23 giugno 1858 la polizia dello Stato Pontificio si presentò alla porta della famiglia ebraica di Salomone Momolo Mortara e di sua moglie Marianna Padovani per prelevare Edgardo, il sesto dei loro otto figli, e trasportarlo a Roma dove sarebbe stato allevato dalla Chiesa.

La polizia agiva su ordine della Santa Inquisizione e di Papa Pio IX poichè il battesimo di Edgardo lo rendeva cristiano e secondo le leggi dello Stato Pontificio  una famiglia ebraica non poteva allevare un cristiano. Le leggi dello Stato Pontificio non permettevano nemmeno ai cristiani di lavorare per gli ebrei né agli ebrei di lavorare in casa di cristiani anche se spesso la legge era disattesa.

Edgardo Mortara fu portato a Roma presso la Casa dei Catecumeni, istituzione nata a uso degli ebrei convertiti  al cattolicesimo, che veniva  mantenuta con i proventi delle tasse imposte alle sinagoghe dello Stato Pontificio. I genitori riuscirono a vederlo solo ad ottobre e in quei pochi istanti concessi di visita il ragazzo riuscì a confidare alla madre di recitare ancora lo Shemà Israel (Ascolta Israele). 

Le proteste furono appoggiate da organizzazioni ebraiche e da figure politiche e intellettuali di tutto il mondo ma le critiche non mancarono anche dai cattolici.  Protestò anche l’imperatore francese Napoleone III nonostante le sue guarnigioni permettessero al Papa di mantenere lo status quo in Italia. Pio IX non ascoltò alcun appello e quando una delegazione di notabili israeliti riuscì ad incontrare Edgardo nel 1859, il ragazzino si dichiarò gratissimo alla Provvidenza che lo aveva ricondotto alla vera famiglia di Cristo.

Il caso Mortara diffuse in Italia e all’estero l’immagine di uno Stato Pontificio anacronistico e irrispettoso dei diritti umani nell’età del razionalismo contribuendo a persuadere l’opinione pubblica francese e inglese sull’opportunità di permettere ai Savoia nel 1859 di muovere guerra contro lo Stato Pontificio. Alla fine della seconda guerra d’indipendenza, Bologna fu annessa al Regno di Sardegna e i Mortara fecero un ulteriore tentativo di riavere il loro figlio, ma egli non accettò. Nel 1867 Edgardo entrò nel noviziato dei Canonici Regolari Lateranensi.

Dopo la Presa di Roma del 20 settembre 1870 i coniugi Mortara, tentarono nuovamente ma Edgardo rifiutò ancora di tornare a casa. Riprovò anche il nuovo questore di Roma ma ottenne un nuovo rifiuto. Per sottrarsi a ulteriori sollecitazioni, forse anche su suggerimento di Pio IX, Edgardo lasciò Roma  e si recò prima inTirolo e poi in Francia. L’anno seguente suo padre Momolo morì.

In Francia Edgardo venne ordinato prete all’età di ventitré anni e adottò il nome di Pio. Egli fu inviato in diverse città estere per convertire gli ebrei ed imparò a parlare nove lingue incluso il basco. Durante una serie di conferenze in Italia ristabilì i contatti con la madre e i fratelli e tentò di convertirli. Nel 1895 partecipò al funerale della madre e due anni più tardi andò negli Stati Uniti, ma l’arcivescovo di New York fece sapere al Vaticano che si sarebbe opposto a suoi tentativi di evangelizzare gli ebrei in terra americana. Mortara morì nel 1940 a Liegi dopo aver passato diversi anni in un monastero.

La pronipote di Edgardo, Elèna Mortara ha pubblicamente giudicato il caso  come un chiaro esempio di condizionamento subito nell’età evolutiva con violenza psicologica, esistenziale e religiosa. Al bambino fu inculcata l’idea che che la sua famiglia ebraica fosse «indegna» di crescerlo perchè battezzato. Gli furono tolti tutti i riferimenti familiari, sociali e psicologici e anche divenuto adulto non si rese conto dell’abuso commesso nei confronti suoi e della sua famiglia. Aveva continuato a vedere un disegno provvidenziale nella sua condizione di figlio “adottato da Pio IX”.

Il caso Mortara fu una delle principali ragioni di opposizione, anche da parte cattolica, alla beatificazione del Papa Pio IX avvenuta nel  2000.

La misteriosa guerra metereologica di Adolf Hitler

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La base segreta nazista Schatzgraber (cacciatore di tesori)  nell’arcipelago di Franz Josef Land probabilmente era stata una stazione meteorologica avanzata  costruita per ordine di Adolf Hitler nel 1942 durante l’Operazione Barbarossa. E’ stata localizzata da un gruppo di scienziati russi e sono stati rinvenuti più di 500 reperti abbandonati: resti di bunker, proiettili, taniche di benzina, indumenti, e un plico di documenti.

Era stata abbadonata nel luglio del 1944, dopo che gran parte della guarnigione era morta per avvelenamento poichè contrasse la trichinellosi, una infezione intestinale dovuta a contaminazione da parassiti, per aver mangiato carne di orso polare cruda o mal cotta. Un U-Boat della Kriegsmarine recuperò i pochi superstiti abbandonando la struttura e lasciando un alone di mistero sulla base che poi non fu più localizzata e quindi rimase per lungo tempo una sorta di leggenda.

Comandante invece dell’Operazione Haudegen (cavallo di battaglia) fu il tenente Wilhelm Dege che aveva raggiunto con la sua squadra di 11 uomini l’arcipelago norvegese di Svalbard, nella regione Artica, a bordo del sottomarino U-307. L’obiettivo era quello di stabilire una stazione per l’osservazione meteorologica che fornisse alla Marina e all’Aeronautica del Reich le informazioni necessarie per pianificare con più successo possibile le proprie operazioni. Il 5 agosto 1944 la stazione fu resa operativa e fece le rilevazioni meteorologiche per l’Alto Comando tedesco.

Per 12 mesi  gli uomini vissero qui in totale isolamento a temperature proibitive per la sopravvivenza, trascorsi anche a combattere gli orsi polari affamati. Trasmisero regolarmente i loro bollettini fino al 5 maggio del 1945, finché non vennero informati che Berlino era caduta e che la Germania si era arresa incondizionatamente il 7 maggio.

Dotata soltanto di una piccola imbarcazione a remi, l’unità non poteva abbandonare l’isola e rimase ad aspettare di essere prelevata. Fu soltanto mesi dopo, il 3 settembre del 1945, che arrivò una piccola imbarcazione norvegese, la Blasel.  Dege si arrese e,  tornato in patria, fu l’ultimo soldato ad essere insignito della Croce di Cavaliere  del conflitto 1939-45.