Gli antichi Egizi e la magìa della pittura

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Nell’antico Egitto i pittori erano considerati non artisti ma artigiani abili con le dita o con le mani e a volte venivano chiamati scribi del contorno. Apprendevano il mestiere dai padri e si dedicavano principalmente alla pittura tombale che non aveva finalità estetica ma rispondeva a bisogni più profondi.

Il ka, l’essenza vitale del morto, aveva bisogno di nutrirsi per sopravvivere nell’aldilà e per scongiurare che cessassero le offerte alimentari con l’ estinguersi della famiglia del morto, gli Egizi ricorrevano alla magia della pittura in quanto era sufficiente rappresentare un oggetto perché questo diventasse reale.

Ma affinché il cibo non si esaurisse era necessario raffigurare tutto il processo di produzione alimentare del frumento, della caccia, della pesca ecc. Spesso le opere restavano incompiute perché la vita era continuità e un’opera conclusa era come morta. Dovere completare  una pittura simboleggiava la speranza di avere davanti un futuro.

Il colore giallo era molto amato perché rappresenta l’incorruttibilità e l’eternità ed era anche il colore dell’oro di cui erano fatti i corpi degli dei. Nel nuovo Regno l’arte raggiunse un livello tecnico molto alto anche se molto accademico e solo lo stile introdotto da Akhenaton portò un po’ di freschezza. Questa leggerezza  in parte si conservò anche dopo con i primi faraoni della XIX dinastia fondata da Ramses I. Con loro si concluse però l’età dell’oro della pittura egizia.

 

 

 

 

 

 

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