Mastro Titta “er boja de Roma”

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Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta nacque a Senigallia nel 1779 e morì a Roma nel 1869, noto come “er boja de Roma”, fu dai diciassette anni in poi l’ esecutore di 516 sentenze di morte dello Stato Pontificio ed esercitò questa professione per ben 68 anni. Le sue prestazioni sono annotate in un elenco che arriva fino al 17 agosto 1864 e, quando venne sostituito da Vincenzo Balducci, il Papa Pio IX gli assegnò anche il vitalizio mensile di 30 scudi. A ottantacinque anni si ritirò a vita privata convinto, da cattolico osservante come era, di aver fatto il suo dovere al servizio della chiesa e del Papa.

A Valentano  presso l’archivio storico, è reperibile la testimonianza della sua prima esecuzione a Poggio delle Forche, scritta in prima persona: «Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità».

Il nomignolo affibbiatogli di mastro Titta fu poi esteso anche ai boia che gli succedettero e pertanto in alcune terre dello Stato Pontificio, e a Roma in particolar modo, ora il termine “mastro Titta” è sinonimo di “boia”.

Il suo aspetto non si addiceva però alla sua professione perchè appariva come un inoffensivo borghese che spesso veniva visto sorridente mentre passeggiava di buon umore. Basso di statura aveva però cura della persona e dell’abbigliamento e nei lunghi periodi di inattività conduceva una vita modesta e per mantenersi vendeva  ombrelli. Al suo passaggio la gente si faceva il segno della croce, mentre altri si levavano il cappello, quasi a volerselo ingraziare

Viveva a Roma nel rione Borgo al numero civico 2 di Vicolo del Campanile. Era naturalmente malvisto dai suoi concittadini tanto che gli era vietato, per tutelarlo, di recarsi nel centro della città dall’altro lato del Tevere. Da ciò viene il proverbio “Boia nun passa Ponte” che significa “ciascuno se ne stia nel proprio ambiente”.

Ma siccome a Roma le esecuzioni capitali pubbliche decretate dal papa avvenivano sull’altra sponda del Tevere – in Piazza del Popolo o a Campo dei Fiori o nella piazza del Velabro – per compiere il suo dovere Bugatti doveva attraversare il Ponte Sant’Angelo. Questo fatto diede origine all’altro modo di dire romano: “Mastro Titta passa ponte“, a significare che quel giorno era in programma l’esecuzione di una sentenza capitale.

Nel 1817 George Gordon Byron si trovava in piazza del Popolo mentre tre condannati venivano decapitati e il poeta descrisse questa esperienza in una lettera indirizzata al suo editore. Anche lo scrittore inglese Charles Dickens nel 1845  a Roma assistette in via de’ Cerchi ad un’esecuzione effettuata dal Bugatti e commentò l’episodio nel suo libro Lettere dall’Italia.

Durante le esecuzioni Mastro Titta indossava un mantello scarlatto che ora è conservato al Museo Criminologico di Roma.

 

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