I Mohawk funamboli dell’acciaio

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Finito il periodo del fiorente mercato delle pelli, del trasporto del legname e degli scambi di prodotti le tribù irochesi affrontarono un duro periodo di recessione. Per sopravvivere si adattarono a fabbricare mocassini da vendere o estratti d’erbe, oppure sfruttavano la loro abilità di danzatori popolando i circhi equestri come quello di Buffalo Bill. E chi non seppe adattarsi divenne un ozioso sbandato alcolista delle periferie urbane.

Nel 1886 una Compagnia Ferroviaria appaltò ad una impresa di costruzioni in ferro e acciaio la costruzione di un ponte ferroviario sul fiume San Lorenzo. Il progetto prevedeva che alcuni piloni dovessero toccare il territorio dei Caughnawaga che però si opposero. Allora la compagnia si impegnò ad assumere come manovalanza i giovani disoccupati della tribù.

Questi giovani manovali indiani, insofferenti all’ umiliante lavoro di scaricare il materiale e di trasportarlo nel cantiere con le carrette, per divertirsi si arrampicavano sulle strutture e saltavano da una capriata all’altra come scimmie sugli alberi.

Camminavano nel vuoto, passeggiavano sulle longarine sospese senza la minima paura e stavano ritti nel vuoto sopra il fiume senza accenno di vertigine. Avevano cioè una particolare attitudine al funambolismo ed erano più bravi delle maestranze bianche che provenivano dalla marineria ed erano abituate a salir pennoni ed alberi maestri.

La posa in opera di sbalzo delle traversine con la ribattitura a caldo dei bulloni di cerniera, era un lavoro difficile che nessuno faceva volentieri. Fu proposto quindi ai giovani Mohawk che da quel momento fecero la gara a cimentarsi nei punti più pericolosi dimostrandosi così anche abilissimi carpentieri .

Dopo quel ponte i giovani ne costruirono altri e poi costruirono grattacieli. Finito un lavoro ne cercavano subito un altro spostandosi dappertutto. L’Empire State Building, il Daily News, il Gorge Washington Bridge e tanti altri ponti e grattacieli nacquero così dall’abilità degli indiani ‘funamboli dell’acciaio’. Questa abilità discendeva dal fatto che la loro tribù per secoli e secoli aveva scavalcato canyon camminando su tronchi sottili e  superato fiumi su lunghi paletti come se avessero la terra sotto i piedi.

Questo amore

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Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perchè noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso
negato dimenticato
Perchè noi l’abbiamo perseguitato ferito
calpestato ucciso negato
dimenticato

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Jacques Prévert

I nativi americani

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Anticamente il continente americano e quello asiatico non erano separati dallo stretto di Bering, come lo sono oggi, e l’ Alaska e la Siberia  erano unite da una striscia di terra chiamata Beringia, ora terra sommersa. Attraverso la Beringia popoli provenienti dalla Mongolia 20mila anni fa avevano raggiunto l’America dando origine alle popolazioni pellerossa che hanno caratteristiche somatiche affini alle popolazione asiatiche: occhi allungati, zigomi sporgenti, la quasi assenza di barba e i capelli scuri e lisci.

Cristoforo Colombo quando, nel 1492, toccò le coste del continente americano, era convinto di aver raggiunto le Indie, che erano la sua vera meta, e quindi chiamò le popolazioni di quei luoghi “indiani” anche se è oggi più appropriato chiamarli “nativi americani”. Il termine “Pellerossa” fa invece riferimento al colore della loro carnagione per l’abitudine dei guerrieri di alcune tribù di tingersi la pelle di ocra rossa prima delle battaglie o per proteggersi dal sole.
Quando fu chiaro che era stato scoperto un continente sconosciuto e nuovo, Inglesi e francesi fecero di tutto per impossessarsi dei territori rubandoli ai nativi e, dopo anni di aspre lotte, massacri e guerre sanguinose ci riuscirono, costringendoli a vivere in territori pensati apposta per loro e chiamati “riserve indiane”.

Le riserve indiane erano zone destinate ad accogliere le tribù indiane scacciate dai territori d’origine. Queste zone non interessavano ai bianchi perchè prive di ricchezze minerarie da sfruttare o perché erano troppo aride o fredde per consentire  l’agricoltura o l’allevamento. Le popolazioni native, fiere e coraggiose, combatterono a lungo contro l’invasore bianco.

Nella battaglia del 1864 a Sand Creek, in Colorado, l’esercito americano sterminò un intero villaggio, donne e bambini compresi mentre nel 1876 nella battaglia di Little Big Horn, nel Montana,  i nativi americani riportarono un’importantissima vittoria contro il Settimo reggimento di cavalleria dell’esercito americano, riuscendo anche a uccidere il loro comandante, il generale George Armstrong Custer.
Oggi i discendenti dei nativi americani rimasti sono appena qualche migliaio, stanziati in diverse zone degli Stati Uniti.

I nativi americani erano divisi in circa 250 tribù, distribuite in tutto il continente nordamericano e le più famose erano quelle degli Apaches, dei Sioux, dei Navajo, degli Cheyenne e dei Mohicani. Ogni tribù aveva un capo  che era un portavoce in quanto le decisioni più importanti erano prese dai Consigli delle tribù. Al contrario dei bianchi, gli indiani non combattevano mai per il possesso delle terre perché, secondo la loro concezione, la terra era di tutti.

L’abitazione tradizionale indiana delle pianure era il tepee, una tenda a forma di cono  facilmente smontabile e spostabile. Spesso, infatti, gli indiani svolgevano una vita nomade alla ricerca del territorio che dava più frutti oppure seguivano gli spostamenti delle mandrie di bisonti per dare loro la caccia, poterne mangiare le carni e ricavare vestiti e tepee dalle loro pelli.
I  nativi americani credevano negli “spiriti” che dominavano ogni cosa, dagli uomini alle piante e il più importante era il Grande Spirito o Manitù. I sacerdoti si chiamavano sciamani e avevano il potere di comunicare con gli spiriti e di guarire gli uomini dalle malattie. I vecchi, benché molto ascoltati, se non autosufficienti erano un peso e in genere lasciavano il gruppo per andare a morire.
Ogni tribù aveva il suo totem che era un palo di legno sul quale erano rappresentate le insegne della tribù o del suo capo. Ogni totem aveva due ali perché gli indiani pensavano di essere “angeli che hanno un corpo”. Inoltre, vi erano sempre incise le fattezze di alcuni animali , per esempio la farfalla, l’aquila o il bisonte. Ognuno di questi animali rappresentava una “qualità” che la tribù desiderava possedere . Il cavallo, per esempio, rappresentava la libertà, l’aquila il potere spirituale, il lupo la lealtà e il bisonte l’abbondanza.

Tra i più importanti capi indiani vi furono: Toro Seduto della tribù dei Lakota, Geronimo (Apache), Cavallo Pazzo (Sioux), Nuvola rossa (Sioux Oglala) e Capo Giuseppe (Nasi Forati).

 

Lesbia – Carme XCII

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“Lesbia impreca incessantemente contro di me.
Lesbia mi ama, mi ama, mi ama.
Ne ho la prova: io faccio come lei.
La copro d’insulti e sono pazzo di lei.”

“Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam
de me: Lesbia me dispeream nisi amat.
quo signo? quia sunt totidem mea. deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.”

Catullo

Il Mar Nero

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ll Mar Nero è un mare interno, situato tra l’Europa sud-orientale e l’Asia Minore, che è collegato ad altri mari: al Mar d’Azov tramite lo stretto di Kerc, tramite il Bosforo al Mare di Marmora che a sua volta è collegato, tramite lo stretto dei Dardanelli, al mare Egeo.

Dalle aree circostanti riceve circa 350 km³ l’anno di acque dolci in particolare dai fiumi Danubio, Dnepr e  Buh meridionale  e ulteriori circa 300 km³ per le precipitazioni, contro circa 350 km³ di evaporazione. Questo determina un attivo di 300 km³ di acqua dolce, che in parte si riversa nel mar Mediterraneo attraverso il Bosforo.

La sua superficie è pari a circa 436 400 Km2 con una salinità in superficie di circa il 17‰, poco meno della metà della salinità media del Mare Mediterraneo. Sotto i 150 metri   questo valore però aumenta di molto.

La denominazione moderna di questo mare proviene dalla lingua turca : in turco il Mar Nero si chiama Kara Deniz (“mare nero”), mentre il mar Mediterraneo si chiama Ak Deniz (“mare bianco”). Questo perchè secondo una tradizione Uralo-Altaica i punti cardinali sono caratterizzati da quattro colori: nord-nero, est-dorato, ovest-rosso, sud-bianco. I nomi Kara Deniz e Ak Deniz nascono quindi per indicare “mare del nord” e “mare del sud” naturalmente visti in relazione alla posizione della penisola anatolica.

Il Mar Nero si è generato dal mar Sarmatico o Paratetide, anticamente situato a est del Mediterraneo, dopo la loro separazione  la Paratetide restò senza sbocco verso gli oceani e cominciò a regredire fino al punto di dividersi in tre mari minori separati tra di loro: il Mar Nero, il mar Caspio ed il lago d’Aral.

Si affacciano sulle sue rive: la Turchia, la Bulgaria, la Romania, l’Ucraina, la Russia e la Georgia. Le città più importanti sulle sue coste sono: Istanbul, Burgas, Varna, Costanza,  Odessa, Ialta, Sebastopoli, Trebisonda.

Sotto i  100–130 m di acqua salmastra, vi è un ambiente sostanzialmente deserto perchè in assenza di una corrente diretta dalla superficie in profondità e viceversa, non vi è ricambio di ossigeno. Nelle profondità non essendoci materia organica alcuni microrganismi riescono a vivere consumando, al posto dell’ossigeno, ilsolfato e rilasciando come scarto il solfuro di idrogeno e il diossido di carbonio.

La scarsissima presenza dimicrorganismi e di ossigeno ha però permesso a svariate spedizioni di alta profondità di recuperare manufatti e scafi di navi risalenti a migliaia di anni fa.

Le aree umide costiere hanno molte specie marine, alcune delle quali rilevanti da un punto di vista commerciale, come lo storione , e sono, inoltre, un importante punto di transito e nidificazione di numerose specie di uccelli. Il 75% degli uccelli presenti si concentra nella zona del delta del Danubio dove si trovano il marangone minore, l’oca collorosso (nidifica qui circa un decimo della popolazione mondiale), il pellicano bianco, il pellicano riccio e l’aquila dalla coda bianca. Sono presenti anche quattro specie di mammiferi: la foca monaca, tre specie di delfini, il tursiope e la focena.