L’isola di Panarea ed il pirata Dragut

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Dal punto di vista geologico Panarea è la più antica isola delle Eolie, e rappresenta con gli isolotti circostanti, quel che resta dei fenomeni eruttivi di un unico bacino vulcanico oramai quasi del tutto sommerso ed eroso dal mare e dal vento.

Panarea fu abitata già in epoca preistorica come testimonia il villaggio dell’ età del Bronzo (XIV secolo a.C.) sul promontorio di Punta Milazzese, a sud-ovest dell’isola. La particolare posizione del pianoro, proteso verso il mare e protetto da alte pareti rocciose a dirupo sul mare, dunque facilmente difendibile, ne fece un luogo ideale per l’insediamento abitativo. Nel villaggio, di cui sono visibili e visitabili i resti di una ventina di capanne, sono stati ritrovati materiali d’origine micenea. Per il resto Panarea condivide la storia delle altre isole Eolie ed in particolare di Lipari.

A metà del 1500 gli arabi ricominciarono a insidiare le Isole Eolie tanto che ne resta traccia nella toponomastica dell’isola di Panarea nella baia e nella relativa contrada di Drautto, dal nome del pirata Dragut.

Per le scorrerie della pirateria arabo-turca l’isola di Panarea rimase in quel periodo pressoché disabitata e infatti gli abitanti non superavano il centinaio. Soltanto verso la fine del XVII secolo i contadini di Lipari ripresero a coltivarla.

E’ significativo come sopra il Villaggio Preistorico di Cala Junco esista il “Castello del Salvamento”, chiamato così ed usato appunto come provvidenziale rifugio dagli abitanti, in particolare dai giovani ragazzi, durante queste incursioni dei pirati.

Il principale avversario di Dragut fu Andrea Doria (1466-1560), l’ammiraglio ligure che riuscì a costruirsi una flotta personale e ad allearsi in modo vantaggioso con Carlo V. Più che lo spietato Cesare Borgia, Andrea Doria esprimeva le qualità politiche e militari descritte da Niccolò Machiavelli: un grande realista dotato della capacità di guardare in grande.

Quando Carlo V gli chiese di por fine alle gesta di Dragut, lui organizzò una efficacissima rete di informazioni e  mandò il nipote Giannetto a catturarlo a colpo sicuro sulle coste della Corsica. Ma Doria non lo volle uccidere, lo tenne ai remi per tre anni e poi lo fece fuggire, si dice per intercessione del Barbarossa e per il pagamento di un cospicuo riscatto.

Il Museo Archeologico Regionale Eoliano di Lipari

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Chiostro

Il museo di Lipari, fondato nel 1950, per opera del prof. Luigi Bernabò-Brea e della sua collaboratrice Madeleine Cavalier, è situato all’interno del Castello sull’Acropoli e  custodisce materiale archeologico eccezionale, testimonianza di millenni di storia e frutto di pazienti scavi.

E’ uno dei musei archeologici più importanti d’Italia, soprattutto per quanto riguarda il neolitico e l’archeologia marina. In esso sono esposti reperti provenienti dagli scavi, effettuati dagli anni 40 ad oggi, nelle Isole Eolie e che vanno dal periodo preistorico al periodo greco-romano.

Le sale del museo, situate ai lati della Cattedrale, contengono le testimonianze delle civiltà antiche risalenti fino al 4° millennio a.C. I reperti sono esposti in ordine cronologico, cominciando dalla sezione preistorica e proseguendo nelle sezioni dedicate all‘età classica. Le altre sezioni presenti sono quella vulcanologica, quella epigrafica che conserva oltre trecento cippi o stelai funerarie che recavano scritto il nome del defunto o dediche di vario genere, provenienti dallo scavo della necropoli greca e romana di contrada Diana,   quella paleontologica e quella dedicata ai reperti rinvenuti nei relitti di navi affondate nelle acque delle Eolie. Questi reperti sono dovuti all’enorme numero di naufragi avvenuti nell’arcipelago dagli inizi del II millennio a.C. alla guerra franco-spagnola del 1675.

La sezione più ricca di pezzi unici è quella dedicata all’età classica: i pezzi esposti sono migliaia e comprendono tanti vasi greci decorati in stili diversi a seconda dell’epoca e della provenienza. Tra i reperti più straordinari vi è una collezione di oltre 250 maschere teatrali greche di terracotta, rinvenute in un corredo funebre, con i principali personaggi delle tragedie e delle commedie greche in particolare di Menandro. Insieme alle maschere sono state trovate anche decine di statuette di terracotta che raffigurano scene teatrali, piccole miniature che non parlano solo di teatro, ma che illustrano anche la vita quotidiana degli abitanti della Magna Grecia. Sul castello sitrovano anche le tombe in pietra lavica.

Jane Austen

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La scrittrice inglese Jane Austen nacque a Steventon nel 1775 e morì a Winchester nel  1817. E’ una delle scrittrici più famose dell’Inghilterra e senza dubbio una delle più importanti del periodo preromantico. Il padre era  un pastore anglicano e lei visse nel paese natio fino all’età di 25 anni. Frequentò una scuola di Oxford e poi  la Abbey School di Reading. Nel 1797 finì di scrivere “Orgoglio e pregiudizio “, il suo primo romanzo, che fu pubblicato soltanto nel 1813.

“Ragione e sentimento”, fu pubblicato nel 1811 e “L’abbazia di Northanger” nel 1818. Nel 1801 la sua famiglia decise di trasferirsi a Bath e lì iniziò a scrivere “I Watson”, opera che è rimasta incompleta. Con la famiglia si trasferì poi a Southampton e infine nel 1809 a Chawtown. In quest’ultimo villaggio, Jane si dedicò alla revisione dei 3 romanzi che aveva già scritto e scrisse altri 3 romanzi: “Mansfield Park”, “Emma” e “Persuasione”. Iniziò anche “Sanditon” che però è rimasto incompiuto.

Nel 1816 Jane Austen si ammalò gravemente,  morì e fu sepolta nella Cattedrale della città. I suoi romanzi furono pubblicati in forma anonima e soltanto dopo l’uscita di “Persuasione”, pubblicato postumo, fu svelato il suo nome come autrice delle opere.

Jane Austen, durante la sua vita, fu una acuta osservatrice della società ed esplorava le emozioni ed il comportamento umano. Non si hanno molte notizie sulla sua vita sentimentale: forse ebbe una storia d’amore con un giovane che poi fu costretto ad andare all’estero a cercare fortuna. Iniziò a dedicarsi alla scrittura in giovane età, redigendo romanzi di costumi ed elaborando ritratti della borghesia di provincia.

I suoi romanzi si basano sulla convinzione che vi sia un rapporto inscindibile tra costumi, comportamento sociale e carattere. La Austen deve molto ai romanzieri del XVIII secolo: da Richardson e dal romanzo epistolare imparò l’esplorazione e la comprensione psicologica dei personaggi e le sottigliezze degli eventi ordinari della vita. Da Fielding imparò la tecnica del narratore onnisciente e quella del dialogo tra i personaggi.

Le trame dei suoi romanzi si basano soprattutto sui valori tradizionali delle famiglie dei proprietari terrieri e dell’alta borghesia: proprietà, decoro, denaro e matrimonio. Il lieto fine è una costante nei suoi romanzi: attraverso vari ostacoli i protagonisti riescono a raggiungere il lieto fine. L’autrice inoltre si occupa dell’amore e dell’attrazione sessuale e ritiene che gli impulsi e gli stati di intensa emotività debbano essere controllati dalla riflessione personale. Le protagoniste dei suoi romanzi riescono a venire a patti con i propri sentimenti e proprio questa conquista permette loro di affermarsi e di mantenere la propria autonomia morale.

 

Le Isole Eolie

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Le sette isole che compongono le Eolie sono situate  di fronte alla costa nordorientale della Sicilia e sono di natura vulcanica. Il mito le vuole dimora del dio del vento, Eolo, e temporaneo approdo dell’eroe Ulisse che, rifugiatosi nell’isola di Lipari cinta di mura di bronzi,  incontra anche il mostruoso Polifemo ed i suoi compagni, leggendari forgiatori al servizio del dio del fuoco dal quale l’isola Vulcano prende il nome.

Le Eolie erano vulcani sottomarini emersi dalle acque a partire da circa 700.000 anni fa nel seguente ordine: Panarea, Filicudi, Alicudi, Salina, Lipari, Vulcano e per ultimo Stromboli. L’ultima emersione fu quella di Vulcanello, penisoletta dell’isola di Vulcano, avvenuta nel 183 A.C. Le ultime colate di pomice ed ossidiana sul monte Pelato a Lipari, sono avvenute invece circa 1500 anni fa.

Le eruzioni ed i fenomeni vulcanici hanno formato la pietra pomice, così leggera da galleggiare sull’acqua, e le colate di lava raffreddate un vetro nero e tagliente chiamato ossidiana che veniva usato dalle antiche popolazioni  per la fabbricazione di utensili affilati.

L’esportazione dell’ossidiana in tutto il mediterraneo diede in particolare a Lipari una grande ricchezza economica. Verso il 2500 a.c. con l’avvento dell’era dei metalli il mercato dell’ossidiana andò perdendo importanza, ma data la sua favorevole posizione geografica Lipari non ne risentì troppo. Verso la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro Lipari viene invasa da genti provenienti dall’Italia i cui manufatti rinvenuti li fanno ritenere appartenenti alla civiltà ‘villanoviana’. Nei secoli VII e VI a.c. le Eolie furono stremate dalle continue scorrerie degli Etruschi, ma la situazione migliorò con l’inizio della colonizzazione greca.

Nel 580 a.c. alcuni avventurieri provenienti dalla colonia spartana in Asia minore di Cnido, guidati da Gorgo, Testore ed Epitersite sbarcarono a Lipari ed insieme alle popolazioni locali si opposero alle incursioni etrusche. Nel 264 a.c. allo scoppio della prima guerra punica Lipari si alleò con i Cartaginesi e subì ripetuti attacchi della flotta romana. Nel 252 a.c. il console romano Caio Aurelio sottomise le isole.

Caduto l’Impero Romano le isole attraversano un periodo di decadenza che si accentuò sotto la dominazione bizantina e la successiva occupazione araba (dal 827 al 1061). I Normanni invece diedero un nuovo impulso alle Eolie. Il Gran Conte Ruggero fece stabilire una comunità benedettina e nel 1131 viene ricostituita la sede vescovile a Lipari. Fino al 1340 passando attraverso gli svevi, gli angioini e gli aragonesi, le isole Eolie godettero di una notevole prosperità grazie ai privilegi che i vari governi andavano dispensando.

Nel 1544 una flotta turca, dopo undici giorni di assedio, distrusse Lipari portandosi in schiavitù circa 8.000 abitanti e soltanto nel 1691 gli abitanti tornarono ad essere circa 10.000. Agli inizi del XIX secolo vi fu un grande sviluppo economico perchè Lipari divenne lo scalo obbligato di parecchie linee marittime e nel 1891 gli abitanti superarono le 20.000 unità. Momenti difficili vennero poi con la filossera che provocò la distruzione di numerosi vigneti ed una generale crisi economica che provocò l’emigrazione di quasi il 50% degli abitanti delle isole.

Nel corso del 1927 Lipari diventò la principale colonia di confino degli oppositori del regime. I confinati diventano cinquecento provenienti da ogni parte d’Italia, di tutti i partiti, di tutte le classi sociali.

La storia del famosissimo Museo Archeologico Regionale Eoliano di Lipari ebbe inizio intorno al 1950, quando il campo di confino politico che aveva avuto sede sul Castello in età fascista venne disciolto e si diede avvio agli scavi ed alle ricerche archeologiche, condotti da Luigi Bernabò Brea, allora Soprintendente della Sicilia Orientale.

Oggi, l’agricoltura, la pesca ed turismo sono le componenti principali dell’economia eoliana mentre l’industria estrattiva della pomice si è arrestata.  L’agricoltura eoliana consente la produzione di capperi e un’ottima malvasia.

Nel 2000 le Isole Eolie sono state dichiarate dall’UNESCO “Patrimonio Culturale dell’Umanità”.

 

Elvis Aaron Presley

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Elvis Aaron Presley nacque a Tupelo, Mississippi, nel 1935 da una famiglia di condizioni modeste ed è stato campione assoluto di vendite anche dopo la sua scomparsa. Ha rappresentato un modello di vita per generazioni di teen-ager a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta  e da un punto di vista musicale ha sommato il blues  e il country proponendo un incontro inedito tra la cultura afroamericana e quella bianca anglosassone. E’ considerato a ragione il massimo interprete del rock ’n’ roll.

Presley tra il 1953 e il 1954 registrò per la Sun records alcuni provini che piacquero molto per il talento del ragazzo, non ancora ventenne, e per a sua voce profonda . Incise il suo primo singolo, un brano di Arthur Crudup, That’s all right, destinato a diventare una delle canzoni più note del suo repertorio.

È in questo periodo che Elvis produsse le sue migliori interpretazioni come Good rockin’ tonight e Mystery train, che spaziano dal gospel al country, al bluegrass, rivisti in chiave rockabilly.

Le sue movenze sul palco, che scandalizzavano i benpensanti, gli valsero l’appellativo di  The pelvis «il bacino», in riferimento alle mosse dei fianchi ritenute sconvenienti. Passato alla RCA all’apice della sua popolarità, incise  Heartbreak Hotel, che vendette 14 milioni di copie, e altri classici come Hound dog e Don’t be cruel.

Nel 1956 iniziò una carriera cinematografica che lo vide successivamente protagonista di una trentina di pellicole di poco spessore . Nel 1958 la chiamata alle armi lo portò prima in Texas e poi di stanza in Germania. Quando, due anni dopo Presley terminò la ferma, la spinta del rock’n’ roll si era però esaurita.

Scavalcato da nuovi idoli pop dall’Inghilterra, come Rolling Stones e i Beatles, Elvis continuò comunque a godere dell’amore incondizionato di milioni di fans. Nel 1967 acquistò il ranch nel Mississippi che poi divenne la sua lussuosa dimora, Graceland, e sposò Priscilla Beaulieu dalla quale divorziò nel 1973.

Nel 1968 registrò lo special televisivo  The ’68 comeback e poi incise In the ghetto, Don’t cry, Daddy, Suspicious minds e Kentucky rain. Dopo tredici anni di interruzione,  riprese l’attività live con una serie di tour, ma  dovette fare i conti con l’abuso di stupefacenti e medicinali che minarono il suo fisico e la sua salute.

Tra il 1973 e il 1976 il cantante venne ricoverato tre volte. Nel giugno del 1977 tenne l’ultimo concerto a Indianapolis e nell’agosto morì a Memphis, Tennessee, per arresto cardiaco in seguito ad assunzione di stupefacenti. Il suo corpo venne sepolto a Graceland dove ogni anno, in un incessante pellegrinaggio, i suoi fan gli rendono omaggio, perpetuando uno dei miti pop più resistenti di tutti i tempi.

I Bitcoin

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I Bitcoin nascono come valuta virtuale nel 2009 e il suo inventore ha identità sconosciuta ma è noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Si tratta di una moneta non reale con la quale però si possono comprare oggetti reali e non esistendo in maniera concreta non ci sono organismi o banche che la controllano.

Questo sistema rende molto variabile il valore reale di un bitcoin, anche se la valuta virtuale segue standard di crescita e di ribasso simili alle monete reali. Negli ultimi tempi, però, i bitcoin hanno fatto registrare risultati molto positivi, tanto che alcuni economisti cominciano a considerarli come la valuta del futuro. Sono inoltre uno dei metodi di pagamento più richiesti da cyber criminali.

Chiunque può coniarla ma esiste un tetto massimo che è di 21 milioni, tetto che dovrebbe essere raggiunto nel 2140. L’uso di questa moneta garantisce l’anonimato anche se ogni bitcoin ha un intestatario. La privacy è garantita dal fatto che è il possessore a decidere se rivelarsi o meno durante la transazione.

Generare bitcoin è abbastanza complesso e si può fare solo se si è in possesso di un hardware specializzato in estrazione di Bitcoin. Generalmente se si appartiene a una rete specializzata nella creazione di Bitcoin, bisogna fornire a questa alcune risorse di calcolo del proprio computer. Ovviamente è anche possibile comprare bitcoin scambiandoli con l’euro, in Rete o in sportelli fisici e in Italia ne esistono in totale 5-6.

Per molti i Bitcoin non hanno un futuro poiché non sono facilmente regolarizzabili ma per altri questa è la moneta del futuro. Non a caso negli ultimi tempi il loro valore  hanno subito un’impennata, da aprile 2016 ad oggi il loro valore è passato da poco meno di 400 euro a oltre mille euro.

Se Cina e Russia iniziassero ad accettare i Bitcoin come alternativa al dollaro statunitense il valore di questa moneta virtuale salirebbe sopra i duemila euro nel 2018. Una previsione non troppo utopica visto che la maggior parte degli scambi di bitcoin avviene proprio in Cina. La Brexit e l’incertezza sul futuro dell’Unione Europea sono scenari che aumentano il potenziale valore dei bitcoin.

A sottolineare la loro crescita c’è anche il fatto che molti investitori stiano abbandonando l’oro per puntare tutto sulla moneta virtuale. Questa è più comoda ed essendo digitale è più facile da scambiare.

 

 

L’aspettativa di vita

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In media oggi si vive 20 – 30 anni più, la lunghezza della vita è passata  dai 50/60 anni di inizio secolo ai circa 76 anni per l’uomo e 80 per la donna. Questo allungamento della vita dipende dai progressi della medicina e in particolare dalla riduzione drastica della mortalità infantile e della morte da parto. Nel XVII secolo partorire era un rischio enorme e quasi il 40 per cento delle donne moriva prima dei 35 anni per le complicazioni del parto. Inoltre fino all’800, circa sei bambini su dieci non raggiungevano il terzo anno di vita.

Oggi si muore di cancro o di crisi cardiache e l’incidenza delle epidemie è ormai pari a zero mentre dal Medioevo fino al XIX secolo vaiolo, colera o malaria affliggevano l’Europa regolarmente ogni anno. La peste Nera a metà del XIV secolo uccise circa un terzo dell’intera popolazione europea. Un flagello paragonabile a quello dell’Aids che però ha colpito “soltanto” 40 milioni di persone (il 98 per cento dei quali nei paesi in via di sviluppo).

Fino al XIX secolo almeno il 90 per cento della popolazione era adibita ai pesanti lavori nelle campagne che impegnavano il lavoratore almeno 11 ore il giorno per tutto l’anno con rari momenti di festività. Il mondo del lavoro non era però così competitivo come quello odierno: la solidarietà tra lavoratori o membri di uno stesso quartiere era molto sentita in epoca antica e medievale e quando si era in difficoltà ci si aiutava molto. Solo   lo straniero, il fuorilegge o il disadattato erano esclusi o respinti in maniera violenta.

Per quel che riguarda le condizioni generali di vita, anche un castello dell’XI secolo era riscaldato da pochi bracieri fumosi che certo non producevano molto calore. Le stesse celebrate case romane per la maggior parte non erano munite di riscaldamento canalizzato ma da stufe in metallo. Inoltre, fino a tutto il XIX secolo, l’analfabetismo era diffuso in tutti gli strati della popolazione europea: due presone su dieci sapevano leggere, in Italia si è passati dal 54,3 per cento di analfabeti all’inizio del secolo XX al 20,8 per cento del 1921,  a circa il 2 per cento del 1991.

L’illuminazione stradale e urbana ha migliorato le condizioni di vita a partire dalla metà del XIX secolo, mentre quella extraurbana ha permesso di viaggiare con tranquillità anche di notte. Le grandi città romane o medievali erano invece quasi completamente buie durante le ore notturne. Pochi osavano uscire di sera, o, se ne erano costrette, lo facessero sempre accompagnate.

I gruppi di briganti che infestavano le strade di molte regioni europee furono una costante per decine di secoli senza che gli stati potessero fare qualcosa. La violenza fisica era un fatto quotidiano per ogni abitante europeo.

La guerra, è stata un elemento costante della realtà occidentale, in ogni secolo si sono scatenate almeno quattro o cinque guerre. Globalizzazione e maggiore violenza spettano però al nostro tempo: mai nessuna guerra del passato ha fatto così tanti morti tra civili e militari, e seminato così tanta distruzione come le due guerre mondiali del XX secolo. Gli stermini preordinati, come nei lager tedeschi o nei gulag sovietici, sono realtà che né l’antichità né tanto meno il medioevo hanno conosciuto.

 

Il frutto proibito dell’Eden

 

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Nella Bibbia non è scritto quale sia il frutto che Eva porge ad Adamo e quindi non conosciamo quale sia l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Il frutto è generalmente ritenuto un melo, ma già nel Medioevo le interpretazioni furono diverse e si parlava di meli,  fichi, viti, funghi, cedri e  grano.

La versione più diffusa è quella della mela, dovuta probabilmente a un’assonanza latina  della parola malus (melo) con malum (male). Però nelle terre dove è nato il mito della Genesi il melo non era presente, sebbene di recente siano state trovate tracce di antichi meli in Caucaso. L’immagine della mela potrebbe essere stata ispirata dal mito greco del pomo della discordia.

L’albero più idoneo per essere l’albero della conoscenza è in realtà il fico perché  simboleggia il sesso femminile e nella Genesi è Eva, la donna, ad essere la vera tentatrice, molto più del serpente. Il fico ha vasta simbologia anche in altri miti, dal sicomoro sacro degli egizi all’Ashvattha, il Fiè presente in molti altri miti ed è sacro per i buddisti, gli induisti e gli jainisti, che potrebbero avere influenzato anche il mito della Genesi.

Più raramente il frutto proibito è stato raffigurato anche un grappolo d’uva, probabilmente per via delle proprietà inebrianti del vino ben note fin dall’antichità.

Una raffigurazione meno nota, ma più ricorrente di quanto sembri, è quella del fungo. I funghi dal potere allucinogeno hanno influenzato le antiche culture.

Il cedro è stato ipotizzato invece perchè, essendo chiamato  ethrog o etrog in ebraico, la parola sembra derivare da ragag che vuol dire desiderare.

Juana Inés de la Cruz nata Juana Inés de Asbaje y Ramírez de Santillana

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Il poeta più erotico di fine Rinascimento e inizio Barocco fu Sor Juana Inés de la Cruz, la Fenice della Nuova Spagna del diciassettesimo secolo. Una luminare del suo tempo che aveva letto più di quattromila libri, da Aristotle e Kircher da autodidatta. Il suo viso lo si può vedere ancora in una banconota messicana. Ha composto oltre a trattati matematici, manifesti sociali e musica anche libri in difesa del diritto all’educazione delle donne.

Nacque nel 1651, da madre analfabeta e terza di sei figli illegittimi, Juana imparò a  leggere già a tre anni. Da adolescente diventò dama di corte per la moglie del Marchese de Mancera, viceré del Messico, il quale mise insieme gli uomini più dotti del tempo per mettere alla prova la cultura di Juana su tutte le materie allora conosciute. Lei sbalordì tutti.

Dal lusso della corte poi passò in convento. Forse temeva il matrimonio o forse sapeva che la sua famiglia non avrebbe potuto darle una dote. La vita in convento non era troppo dura perchè c’era la servitù, aveva a disposizione libri rari, oggetti d’arte, strumenti musicali e poteva incontrare i migliori accademici e filosofi in un salone di ricevimento. Aveva approfondite conoscenze di teologia, legge, astronomia e parlava oltre allo spagnolo i dialetti precolombiani, latino e italiano.

Suor Juana scrisse sonetti in cui parlava del suo amore non corrisposto per una inafferrabile donna. Le poesie d’amore tra donne aristocratiche erano comuni all’epoca, ma dovevano restare nei confini dell’amicizia. I versi della suora, invece, erano intrisi di gelosia ed erano anche molto fisici e carnali.

Suor Juana scrisse anche ardenti poemi amorosi per María Luisa, moglie del nuovo Viceré ma quando i regnanti rientrarono in Spagna, divenne bersaglio dell’Inquisizione. Scrisse anche la sua “Respuesta a Sor Filotea” nel 1691, dove contestava il vescovo di Puebla, il quale sosteneva che i temi filosofici e teologici non fossero di competenza  femminile. La “Respuesta” le causò molti guai e in seguito dovette firmare con il sangue un voto di silenzio.

Le fu tolto il permesso, fino alla sua morte avvenuta nel 1695, di consultare libri e di pubblicare, fu privata del suo prezioso materiale scientifico e firmò la sanguinosa confessione: «Tra tutti, io sono la peggiore».